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Il Manoscritto

Il climax di un ricevimento

Quattordici anni fa un uomo che ha soggiornato in hotel ha lasciato in custodia un manoscritto. Lo ha semplicemente abbandonato nelle mani di mio padre con la preghiera di custodirlo e consegnarlo alle stampe in caso lo ritenesse opportuno. “E’ meglio che lo tenga lei, io… per vari motivi… non potrò più soggiornare qui, nè godere del piacere della sua compagnia e della sua ospitalità. Mi piace sapere che ce l’abbia lei. Se vuole lo legga pure, è una specie di diario in prima persona, una cosa abbastanza intima. Eppure non mi disturba affatto l’idea che lo legga. Ora la saluto, ho il taxi che mi aspetta.”
Oggi, a distanza di tanto tempo, scorrendo un quotidiano ho rinvenuto in cronaca il suo nome, in uno di quegli articoli ricchi di particolari da grand guignol per ammorbare e avvincere in una grottesca spirale di sangue. Il suo nome associato all’abusata perifrasi “trovato morto in circostanze misteriose”. Sono rimasto inerte, con il giornale sperperato tra le dita, come ghiaccio secco.
Quindi la decisione. Stabilisco seduta stante e unilateralmente di pubblicare il suo diario rilasciando questa gaddiana matassa di bit nel lento inesorabile fiume della rete. Lo diluirò in più post che etichetterò con il tag “Il Manoscritto”, non posso/voglio essere più didascalico nè fornire dati sensibili, spero che capiate, è la deformazione professionale dell’albergatore che intende tutelare la privacy (l’ultima, la più solenne) del suo cliente, e non importa se questi abbia già schiuso lo sguardo sui deserti che solo la morte, con studiata pietà, fa correre via a perdifiato. Nel ricopiarlo rimarrò fedele ai (rari) refusi, alle incongruenze e ad ogni altro genere di errore. Insomma cercherò di mettere in piedi un’operazione filologicamente rigorosa, attenendomi il più possibile allo spirito in cui il diario è nato ed è stato scritto. Salvo poche eccezioni lo stile risulta quantomeno onirico e surreale, una specie di flusso di coscienza in prima persona, redatto da un uomo di evidente cultura e raffinatezza, un uomo, se posso aggiungere, dolorosamente instabile negli affetti e nel rapporto con il Reale. Le pagine sono interamente vergate a mano con una calligrafia cesellata, sottile e ordinata. Il primo paragrafo reca l’indicazione “Il climax di un ricevimento”.

“La punta del cacciavite è scintillante, perfetta, senza colpa. Nell’abisso della tasca è il sesto dito di una costellazione sprofondata.
Seguo il tortuoso viottolo trapuntato di melograni oltrepassando geodetiche azalee. Conduce inerpicandosi al casolare, ne distinguo già il profilo scivoloso. In alto, tra uno squarcio di nubi, stentano le triangolazioni degli equinozi e più su le prerogative astromantiche. Ma qui, sull’espansa terra, mi attendono una pinta di birra e due capezzoli smaltati, più oltre un vocio balanico di feste concentriche, e panettoni di pasta zincata in guisa di falsa gelatina, e torme di commensali sordi al cibo, rovinati tra cosce non ancora lascive. Mi fermo per un attimo e penso, anzi decido: non devo deludere questa folla festante. Riprendo il cammino beffato dall’incrocio d’ombre, di rami e disordini aerei. Cric croc, i passi guazzano tra cicatrici di vetro e profilattici a listelli, sperperati sulla veranda come bossoli esplosi a caso.
Dove sei, mia Signora? Giro tra i banchi di uomini e mi sento un essere di creta imbevuto di bassotuba e salatini, un nuotatore sciancato sulla coda di balsamiche correnti. Ma perché non mi scivoli incontro con quel tuo modo oleoso di precipitare discorsi evocando cadaveri di luna?
La musica non mi sporca, questo no, grazie a Dio. Eludo financo la luce per concentrarmi sui discorsi miagolati in un unico possente equivoco. Rimbalzano le parole come nani tarantolati, si azzuffano in volo creando frangenti sussurrati, polittici di caccia alla volpe-parola, già stinti e di nuovo campiti da una forza instancabile. Una cattedrale del gossip.
E naturalmente bevo perdendo falcate di buonsenso, e chiedo, anzi imploro il mio io catodico di stornare il vero dal falso alcolettico, perché il punto focale è che non riesco a sintonizzare il suo volto mentre mi aggiro tra queste cariatidi che faticano a trovare una posizione, e balzellano, hop hop, da un piede all’altro, glissando sulla loro inerzia. Facce su facce, visi nei visi. Estasi dinamiche nel mio Tempio Etilico mentre attingono al Mosto fluescente delle mie inferenze… Abitanti del mio paese, maschere plasmate dalle mie dita: ognuno di loro mi appartiene, da sempre.
Stringo il cacciavite e intuisco che potrei, facendo finta di nulla, andarmene, senza che nessuno mi abbia mai visto nè notato: fantasma tra i fantasmi. Ma no, invece. Sto prendendo forma e con essa un briciolo di coraggio. Piano piano. Mi staglio in rilievo. Ho un’ombra. Posso essere guardato.
L’alcol è così: come un titano in una trincea che a forza di assestarsi, ti modella un tantino più grande, ancora un po’ e un altro pò, finché eccoti metabolizzato sul modello di crescita di tutt’altra genia, una razza spesso scintillante, certo, ma completamente avulsa a tutto, impermeabile e conclusa, una zuppetta aliena buona magari per stupire le fanciulle al sesto mese di gravidanza, ma niente altro.
Ed eccola finalmente, mia Signora, come luce disegnata, come aria di neve… Eccola a me… Ora la raggiungo, qui davanti a tutti prenderò a starnazzare come un Gran Buffone fino a sgraffignarle l’alito stesso, fino a stupirle il respiro.
No, niente da fare, bisogna prima disperdere il capannello di mosconi che le gravita intorno, ma l’orbita che seguono andrebbe ridisegnata e scagionata per poterne dirimere il ciclo, il fatto è che non ho ASSOLUTAMENTE uno strumento adatto, o forse… potrei… potrei usare la punta del mio cacciavite.
Oh no.
Schizza scarlatta una viscida salsa, spremuta di fuoco, archetipo rosso, acceso rubino, e porpora, più scura, velata d’arancio, vermiglio zampillo, cremisisprizzante.
Il mio cacciavite scava testardo nel cerchio della sua carne fino a raggiungere e guadare il cuore. Ed eccola già caduta, sfiorita, il viso volato nello stupore anemico dell’ultima facezia sussurrata a chissà quale moscone. Lievemente stupita di andarsene, così, nella farsa di una festa di troll. Tutto si fa pietra.
Gli altri – le statue – la urlano morta.
Una lunga parentesi di agonia bianca.
Ancora urla, foderate, liquide, dissolte, spente.
E io…
Io non ci sono.
Non più.”

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Eventi Jazz

Massimo Minardi Quartet

Domani, venerdì 23 marzo al Teatro Massari di San Giovanni in Marignano (RN) nell’ambito del cartellone jazz proposto per la stagione 2006/2007 da Melodica si conclude la rassegna di jazz acustico con i paesaggi sonori del Massimo Minardi Quartet e l’eclettico sax di Dimitri Grechi Espinoza.

Venerdì 23 marzo, a partire dalle 21,30, il piccolo Teatro Massari di San Giovanni in Marignano (RN) sarà dunque pervaso dalle note del Massimo Minardi Quartet. Un combo di stelle del jazz italiano, e non solo, che vede il chitarrista milanese Massimo Minardi affiancato da Dimitri Grechi Espinoza (sax alto), Tito Mangialajo Rantzer (contrabbasso) e Massimo Pintori (batteria)

Massimo Minardi è uno dei chitarristi jazz italiani più intraprendenti. Chef di alto livello, cesellatore di ricami sonori preziosi, alterna esibizioni dal vivo a periodiche clinics (lezioni suonate) presso istituzioni musicali italiane ed europee. Da diversi anni ha allargato i propri orizzonti musicali al mondo latino americano e avviato un lungo sodalizio artistico con la cantante Adi Souza. Dalla fine degli anni ’90 ha dato vita ad un affiatato trio con il poderoso contrabbassista Tito Mangialajo Rantzer e lo spettacolare batterista Massimo Pintori. Formazione aperta alle partecipazioni esterne come quella, frequente ed efficace, del sassofonista di origini russe Dimitri Grechi Espinoza, nome che negli ultimi anni sta godendo di una popolarità crescente in quanto autore di un’interessante ricerca musicale sul rapporto tra jazz, tradizioni afroamericane e contaminazioni blues.

Titolo della serata al Teatro Massari sarà (H)ope’n Standard, derivato da uno dei più riusciti album della formazione: (H)ope’n Space. Un titolo che preannuncia un repertorio che sorprenderà il pubblico grazie ad una rilettura non convenzionale dei temi classici del jazz d’autore. Paesaggi sonori tradizionali e innovativi al tempo stesso per un’ultima serata della stagione di Melodica Jazz all’insegna dell’eclettismo e della libertà interpretativa.

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Eventi Turismo Web

I Blog della Provincia di Rimini e Italia.it

Ieri mattina alle ore 12.00, presso la sala Buonarrivo nella Sede della Provincia di Rimini, è stato presentato in una conferenza stampa il nuovo network di blogger ospitato sul portale della Provincia di Rimini. Andrea Gnassi, assessore provinciale al turismo ha presentato il progetto, in collaborazione con Valerio Lessi, curatore, e Marco Barulli, consulente tecnico. La scommessa è quella di raccontare una Riviera riminese che non viva soltanto nelle fredde parole del marketing per la promozione turistica, ma che invece venga raccontata da chi la vive in prima persona attraverso lo stile personale e intimistico che solo il blog può conferire al racconto. L’obiettivo è quello di fornire un’immagine più autentica della Riviera romagnola , se vogliamo meno patinata ma più genuina. Si cercherà in questo modo di accostare a Rimini e alla sua provincia (Riccione, Misano Adriatico, Cattolica in primis) un target turistico più giovane e intraprendente, una categoria che pianifica le proprie vacanze attraverso l’attento vaglio delle fonti in rete e fa ampio uso dello strumento del blog per raccogliere le proprie informazioni ed orientarsi per la scelta finale. Hanno partecipato all’evento anche alcuni dei protagonisti del progetto, ovvero i bloggers: il già citato Valerio Lessi, Lui Tasini, Marco Belemmi (il sottoscritto), Michele Galluzzi, Chicco Giuliani.
Lateralmente all’esposizione di questo progetto si è ritornati sulla polemica Italia.it e Provincia di Rimini partita proprio dal blog di Valerio Lessi e rimbalzata anche su questo blog. Gnassi ha confermato l’adesione della Provincia di Rimini al RItaliaCamp, un campus, o come si preferisce definirla con un’audace litote carroliana: una nonconferenza (ricordate il noncompleanno del Cappellaio Matto?) aperta a tutte le teste pensanti per riprogettare Italia.it e fornire al Paese un portale turistico degno di questo nome. L’evento è previsto per il 31 marzo presso l’università Bicocca di Milano.

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Cattolichini

La Zudrona

Questa storia incomincia nella parte più vecchia di Cattolica, nominata con una tautologia squisitamente romagnola “la Cattolica Vecchia”. Un quartiere la cui anatomia si impernia sulla spina dorsale di Via Pascoli e si innesta solo in parte nel centro vero e proprio di Cattolica, sfiorandolo in Piazza Nettuno con una fugace carezza, per poi abbandonarlo a se stesso nell’algida perfezione di via Bovio. Una contrada avulsa dai patinati marciapiedi del centro rimodernato, una creatura sbrecciata che se ne sta acquattata nell’ombra, come i sostegni metallici dietro i Saloon di cartone che facevano da fondale agli spaghetti western. Questa storia non poteva che nascere là: dove le vie si fanno esili lombrichi che si avvolgono intorno a un’improbabile collinetta che culmina con l’erta di Piazza del Mercato Coperto, andando solo a lambire Palazzo Mancini, così come una tangente rincorre vanamente l’infinito.
La Zudrona abita qui dunque. Un buco di monolocale incastonato nel tessuto zuppo di storia della Cattolica Vecchia più ermetica e torbida, “là dove il sole non batte mai, nemmeno la domenica”. La Zudrona è un’anziana signora assediata dai gatti e dai ricordi e la sua casa brulica di aporie temporali. Vive con la figlia, la Zudrina, un asessuato aforisma di ragazza, non bella ma comunque remotamente idonea a sollevare dietro sè una murmure coltre di gossip, elemento di cui l’atmosfera romagnola risulta ferocemente satura. A tal punto che qualche Corifeo municipale ha da poco invocato a gran voce le targhe alterne per porre fine allo scempio inquinante. Le due donne agli occhi assetati dei concittadini risultano un binomio granitico che non ha relazioni con il mondo esterno nè si adopera per cercarle, circostanza quest’ultima che per il mondanismo cittadino risulta oltremodo abominevole, certamente da bolla di scomunica, quantomeno da anatema monitorio.
Incidentalmente la Zudrona emana un tanfo disgustoso, indecifrabile nel suo misterioso bouquet, eppure ugualmente letale. Quando la donna varca il sacro soglio di San Pio V – il duomo di Cattolica intitolato al santo pontefice cinquecentesco, patrono della città – e s’insedia nella sua solita panchina, tosto gli incarnati sfioriscono, le rose spampanano e i sommessi sorrisi si fanno di cenere muta. Un odore dolciastro è l’avamposto dell’esercito zudronico: ti illude, ti mette quasi a tuo agio, un relax vigile, con ogni riflesso all’erta e pronto a scattare. Poi ecco lo sfacelo di ogni percezione olfattiva, come il riso d’un bimbo, improvviso e senza scampo.
Sia detto per amore di verismo narrativo: la figlia è invece certo che non puzzi, o perlomeno resiste eroicamente. Il suo ph non si piega alla tirannia degli olezzi materni, ma ne è tenuto in cattività e giace inesplorato sul fondo dell’abisso.
Ma veniamo al punto. Da qualche tempo Bargnocla, il garzone del fornaio, si è innamorato della Zudrina e la tempesta di rosette, ciabattine e maritozzi. Al posto dei fiori, o dei cioccolatini. Una tempesta di glutine che si abbatte sul monolocale delle due donne come una dieta esplosa a mezz’aria. Un’orgia di miacetti, di strozzapreti, di spianate, di bomboloni caldi, di tagliolini, di filoni toscani, di panini alle noci, di sfilatini e baguettes.
Alla fine la Zudrona ha alzato bandiera bianca, più che bianca verrebbe da dire infarinata. E ha mollato la morsa rilasciando la figlia come un candido fazzoletto strappato dal vento. Vinta dall’età e dai farinosi tranelli del buon Bargnocla. E come ogni finale hollywoodiano che si rispetti anche qui spareremo un happy end da paura: la cartolina finale reca l’effigie della Zudrina biancoflautata mentre se ne esce dal biemmevù preso a nolo, scortata da una Zudrona zarina e first lady, regina e gran madre, che guarda e non guarda la folla che le fa ala sul sagrato. Bargnocla attende compunto, le efelidi che trillano al sole di maggio, un vestito inamidato di foggia surrealista.
Li lasciamo così: per amor di discrezione, mentre un brivido dilaga tra i nasi dei convitati e li costringe alle lacrime, diranno poi “di commozione”.

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Liberatelo! (dedicato a Daniele Mastrogiacomo)

Il diaframma delle palpebre si schiude con uno squittio, come un ratto metallico.
Dal buio stralcio forme e arcipelaghi di figure. Ma anche un contorno di albe, una caligine, un neon verdastro che gracchia e piglia strane strade senza badare a nient’altro che all’intermittenza del rischiarato.
La cella contiene pareti. Bestie senzienti, spoglie, inodori.
Qualcuno arpeggia uno sguardo, nascosto, invincibile agli occhi.
Mi sdraio supino. Mi sollevo, guardo un nonnulla, di nuovo poso. Prigioniero dietro specchi senza riflesso, calcinacci oscuri e indecifrabili che s’ammantano di follia e di maculati nascondigli. Incatenato ai miei sensi vacanti. Senza una goccia di mondo. Terapia e supplizio del tempo.
Me ne sto addossato ad uno dei quattro muri e mi tengo aggrappato ad una lieve imperfezione della pietra, mentre in segreto la parete reagisce rilasciando i suoi nervi, facendomeli oscenamente balenare.
Si sono mossi in tacita sincronia, senza il minimo rumore: mi hanno preso e sollevato di peso. Mi hanno alzato nell’aria , quasi un trofeo sbilenco da portare in trionfo. Ecco… Di nuovo… Batte un colpo, tum e ancora tum tum: i loro gravissimi passi? Oppure un timpano dentro la mia solitudine? E se fosse soltanto il pensiero che ciondola di stanza in stanza? O magari una folla che inneggia a …? Dov’è la pietà? E’… Frusciata via… in mille petali di pietra pomice, in questo paese lacerato dai lutti e dall’odio…
Calma. D’ora in poi dovrò serbare le ipotesi: non ho che me a drenare topografie allucinate ed esse saranno di fatto il mio unico spazio transitabile. Dovrò spendere con cura la mia fantasia.
Lo spazio… Devo fare i conti con lo spazio… Questo mio corpo non ha strade: uno, due, tre, quattro, cinque metri quadrati imbottiti di universi inaccessibili, arroventati e deformati da una violenza che illude abilmente le distanze, si prende gioco di loro.
La realtà non è che il continuare a ruminare aria, in autistica, pietrificata asfissia. E quando accade che l’ultimo alito evapori per autocombustione o superno volere, ridipingo tutto a memoria, coi polmoni contratti, senza un briciolo di dignità.

Silenzio, eterna stasi, s’apre quasi alla voce un respiro, non è che lo spazio, fuori, che ride e forse sciama e certo risponde alle giocate di uomini e cose.

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Cattolichini

Ollivud

Ollivud era il cinema. Un uomo, un divo. Una faccia da baci che faceva trasecolare le donne, o meglio una certa categoria di donne: quelle giunte ad una certa stagionatura, per cui non era più ragionevole indovinarne l’età vista l’inefficacia di ogni più elementare inferenza basata sull’esperienza virile del maschio medio. Donne, si diceva, orrendamente sensibili al suo fascino d’impomatato ultra cinquantenne un po’ pingue ma con una carriolata di charme che rilasciava nell’aere come un odore felino di randagio in calore. Un ormone psichedelico che vorticava su Cattolica e impazzava dal Porto al Ventena, dai Guaz ai Muntalèt, e indugiava sui visi imbellettati delle femmine carezzandole come seta ipnotica e maliarda, lasciandole nell’empasse di una carica erotica pulsante, insostenibile.
Ollivud non aveva usurpato il proprio soprannome ma se l’era guadagnato sul campo. Recitando. Comparsando. Presenziando. Partecipando. Apparendo. Film di varia levatura, tutti girati in un raggio di non più di 5 chilometri da casa sua. Non che Ollivud non avesse provato a sprovincializzarsi arrivando persino a varcare i dorati cancelli di Cinecittà nella speranza di un’infima particina, ma senza successo. La sua effimera gloria di celluloide l’aveva vissuta esclusivamente sul suo terreno. Il suo maggior vanto era una fugace parte in un film di Bellocchio girato a Cattolica a cavallo degli anni ’90. Una sola scena in verità, senza battute, pochi secondi di estasi mimica. Una sola scena, ma molto intensa, di più: memorabile. L’inquadratura si apriva su un cortile affollato di vecchi cadenti, incanutiti, curvi sulle proprie vite, una carrellata lentissima, esasperante. Poi con violenza la cinepresa strambava spostando il suo occhio languido su di lui. E Ollivud si apriva al dramma come un arpeggio di chitarra repentino e bellissimo, e vorticava al centro della scena come un derviscio, e ad un tratto apriva le braccia quasi liberato dalla soma esistenziale, da ogni umano fallimento, e pareva… volare… e librarsi leggero… su… su… lieve… fino alle profondità nascoste del cielo.
Ollivud, penso tu sia arrivato ora. Che fardello per noi che restiamo pensarti più leggero dell’aria, più vago d’un lembo di nube, aperto spazio tra gli spazi. Ciao Ollivud.

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Cattolica Cattolichini Libri

Memorie cattolichine

Da la Vantena in giù” è l’ultima fatica letteraria (us fa par dì, dice lui) di Peter Tonti, cattolichino verace, che non è sbagliato definire coscienza storica della città, magari insieme ad altri due insigni annalisti della Regina quali Lucia De Nicolò e Guido Paolucci.
Il libro è un compendio di poesie dialettali dell’autore, brani di vita vissuta e anedottica sparsa, fotografie d’epoca e memorie di una topografia e di una toponomastica inghiottite dal vortice degli anni e sopravvisute quasi esclusivamente nell’oralità degli anziani e nei loro ineffabili intercalari dialettali. Inutile dire che pur nel suo apparente caos strutturale il libro risulta estremamente godibile e perfino affascinante nei suoi rimandi storici, collocandosi come importante riferimento per un recupero di tradizioni e uomini che hanno fatto di Cattolica quello che attualmente è: uno dei più importanti centri turistici di tutta la costa adriatica.
In verità alcuni aneddoti sono talmente esilaranti che non posso esimermi dal pubblicarli, eccone un paio:
“Voi tutti avrete sentito parlare di Gianèn, dunque Gianèn ha conosciuto la sua futura moglie sotto una pioggia di bombe e granate, mentre il fronte passava sul fiume Conca dove i due erano sfollati. Tanto tempo dopo, dopo l’ennesima lite con la moglie, Gianèn andò in Comune a chiedere i documenti per fare la richiesta dei danni di guerra. Quando l’impiegato gli chiese che tipo di danni avesse subito, Gianèn candidamente rispose: – Che dann ca ho avù? Più che dann l’è stè na catastrofe! Ho cnusù la mi moj drent el rifugio!” [n.d.t. Che danni ho avuto? Più che un danno è stata una catastrofe! Ho conosciuto mia moglie dentro il rifugio!]
“Un giorno del 1943, i tedeschi misero due civili, Bagòn e Fissciòn, di guardia al ponte di ferro affinchè si evitassero eventuali sabotaggi, dando loro una parola d’ordine per i controlli da parte delle pattuglie tedesche. Al primo controllo notturno, alla richiesta della parola d’ordine, Bagòn, che era rimasto solo, perchè il collega se ne stava tranquillamente all’osteria, rispose: – Me an la ho, u la ha Fissciòn drenta la Luna” [n.d.t. io non ce l’ho, ce l’ha Fissciòn dentro l’Osteria della Luna]
Concludo il mio omaggio al libro di Peter con un altro passo estrapolato dal magma ribollente di “Da la Vantena in giù”, si tratta di una lista di soprannomi dialettali e relativa libera (e mordace) traduzione peteriana:

  • BESAMADON – Uno molto pio
  • MUCLON – meno pio
  • CITRATO – uno rinfrescante
  • SPUDAFOGH – uno molto incazzareccio
  • LA BELA – gradevole nell’aspetto
  • SCARAFON – dall’aspetto meno gradevole
  • CICHET – che beveva
  • CHERUBEN – molto buono
  • AL DIAVLET – molto cattivo
  • GENEROS – buono d’animo
  • CIMSEN – parassita
  • BUSCON – che incassa
  • CURIER – portaordini
  • BOTA AD FER – che da sicurezza
  • BAZOT – uno molle
  • AL BOV – uno con molta forza
  • FADIGON – gran lavoratore
  • AL BOT – lamentoso
  • CIUFLET – che zufolava
  • FISSCION – che fischiava

[La fotografia di inizio post fa parte dell’archivio Belemmi. E’ una foto di gruppo di cattolichini e turisti sulla spiaggia di Cattolica nell’estate del 1929, mio nonno Attilio è il primo accosciato con i pantaloncini bianchi]

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Cattolica Turismo Web

Italia.it e Cattolica

Riprendendo un post di Valerio Lessi apparso il 5 marzo sul suo blog, ho dato una fugace occhiata al trattamento che il nuovo portale del turismo italiano, Italia.it, riserva a Cattolica: qui potete esaminare il risultato. Definirlo il trionfo del bignamismo mi pare equivalga ad assestare un sonoro ceffone a Bignami e ai suoi microscopici nonchè geniali manualetti. Nessun accenno alla spiaggia (principale attrattiva) se non una notazione telegrafica: “La spiaggia è chiusa a est dal promontorio di Gabicce”, nessun riferimento alla lunghezza, alla conformazione, al numero delle strutture ricettive nè a quelle di balneazione etc. etc. E si potrebbe andare avanti all’infinito passando per l’assenza di dati fondamentali quali un link al municipio o a strutture particolarmente interessanti come il Parco Le Navi. Ma mettendo da parte per un attimo ogni particolarismo -trattino- campanilismo facciamo un passo indietro e snoccioliamo qualche cifra sul portale: inaugurato in pompa magna il 21 febbraio 2007 alla BIT di Milano (Borsa Italiana del Turismo) dal vicepresidente del Consiglio Francesco Rutelli e dal ministro per l’Innovazione e le Tecnologie Lucio Stanca, si pone come obiettivo primario di riportare il turismo italiano al vertice mondiale dopo che alcuni paesi europei (leggasi Francia, Spagna e Gran Bretagna) l’hanno sopravanzata per presenze turistiche e investimenti (fonte: Il Sole 24 Ore). Il sito è costato 45 (quarantacinque) milioni di euro ed è stato per metà cofinanziato dalle regioni. Ora, l’obiettivo sarà anche nobile e sacrosanto, ma la realizzazione è stata immediatamente subissata da ogni sorta di critiche da parte degli addetti ai lavori e polemiche da parte di giornalisti e critici del settore. Ed effettivamente, per citare soltanto una delle tante rogne, la fruibilità e la navigazione risultano irrimediabilmente appesantite da tonnellate di byte in linguaggio Flash che rallentano e financo confondono l’utente.
In definitiva cosa chiedere a questa iniziativa che va comunque elogiata per gli intenti?
Dapprima appunto la fruibilità, per questo consiglio ai webmaster di Italia.it di farsi un giro su portali come Wikipedia, Google News o Punto Informatico, per capire cosa significa un portale a misura d’utente.
In secondo luogo la completezza di informazioni e la cura dei contenuti. In terzo luogo la presenza di una rete capillare di link che faccia del portale un reale strumento di riferimento nella ricerca e nella pianificazione di una meta per le proprie vacanze, e al contempo un formidabile mezzo di promozione turistica per il nostro paese.

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Hotel Boston Memorie Turismo

Grand Hotel Cattolica

Era un ometto insignificante, con un viso indefinibile tendente a scivolare tra le pieghe dell’oblio con una velocità repentina. A distanza di qualche ora non riuscivi già a ricostruirne la postura, poi inesorabilmente ecco dissolversi il profilo, i vestiti, il corpo. Rimaneva una nuvoletta a due gambe e poco altro. Ancora oggi non riesco ad afferrarne neppure un particolare, un nome, una declinazione somatica che lo faccia riemergere dalle scalene oscurità dei ricordi. Eppure fu colui che trasformò l’Hotel Boston in Grand Hotel Cattolica, con tutti i crismi del caso.
Era il 1988 quando si presentò al bureau per una singola. Mio padre lo squadrò per un attimo abbracciandolo con una fulminea occhiata scannerizzante come solo il più consumato degli albergatori può fare. Un battito di ciglia che indaga e scava nell’animo dello scrutato: soppesa, pondera, valuta, desume, indugia, infine decide. Certo che è disponibile una singola, prego da questa parte. L’ometto lo seguì docilmente. Il suo bagaglio era composto da una piccola borsa di cuoio consunto e una valigetta metallica che si portava appresso come una creaturina.
In quei giorni lo vedemmo trafficare con un imponente registratore a bobine, un Revox B77, che trascinava faticosamente nella hall e piazzava su un tavolino come un imperatore in convalescenza. Se ne stava tutto il giorno ad armeggiare intorno ai comandi e a sbobinare nastri su nastri. Ogni tanto compariva magicamente un microfono che faceva balenare da chissà quale anfratto. Parlava con un filo di fiato ed era impossibile capire cosa dicesse. Ma parlava, e registrava.
Dopo qualche giorno cominciò a uscire. Lunghe passeggiate che lo riportavano in albergo con un appetito formidabile che placava gettandosi ferocemente sui celesti intingoli della signora Nucci. Una mattina lo incrociai davanti alla Publifono. Ero uscito in bici per una commissione e lo colsi mentre discuteva fittamente con il responsabile dell’ufficio pubblicitario. Mi fermai e feci un gesto di saluto a cui rispose cordialmente con un raro sorriso.
Più tardi in Hotel, senza che glielo avessi chiesto, mi riferì di aver consegnato uno spot di sua concezione alla Publifono Radiomare e che era in attesa fosse trasmesso, forse già quel pomeriggio stesso. Non mi disse altro e immaginai fosse un industriale o un consulente pubblicitario. Mai trepidazione fu più palese in lui, e andò indelebilmente a scalfire la sua aura di imperturbabilità. Era talmente nervoso che rinunciò per la prima volta alla tripla porzione di lasagne con grande sbigottimento del cameriere e dei commensali.
L’orario designato per le trasmissioni della Publifono era per le ore 17.00, appuntamento che ogni turista che ha calcato il bianco litorale cattolichino ben conosce. La curiosità mi divorava e feci un salto a spiaggia, in segreta attesa dell’evento, di qualsiasi cosa si trattasse. La delusione fu enorme: la solita mitragliata pubblicitaria in cui non riuscii a distinguere nulla che non appartenesse alla più immutabile consuetudine.
Tornai verso l’Hotel e notai una fila di questuanti ordinatamente disposta lungo la scalinata, su su, fino al bureau. La domanda era sempre la stessa: una camera al Grand Hotel Cattolica, perfavore. Gente in costume da bagno, senza nient’altro. Tutti con la medesima richiesta. Un teatro dell’assurdo, dove gli attori non riuscivano a emanciparsi dalla dimensione grottesca, surreale. Mio padre faticava a dominare quella folla di mutandati e si sbracciava per spiegare che l’albergo era al completo e che comunque, l’Hotel era un semplice tre stelle e no, non era il Grand Hotel Cattolica e grazie, ma ora signori dovreste proprio andare, e no neppure la cantina è disponibile per alloggiare, mi spiace…
In tutto questo marasma osservai l’ometto che se la rideva in un angolino, quindi ratto mi scivolò a fianco e mormorò eccitato: funziona, capisci? funziona!!! – Ma cosa funziona? – Ho sperimentato un piccolo messaggio subliminale, sai di cosa si tratta? va beh lasciamo perdere… diciamo che oggi ho fatto un piccolo test con la Publifono, capisci? E il test è stato superato brillantemente, mio giovane amico! Brillantemente!
Il giorno dopo impacchettò le sue cose e si presentò al bureau per saldare il soggiorno, era rilassato, obliquamente trionfante. Se ne andò zampettando felice, con le due valigie che dondolavano al ritmo dei suoi saltelli. Non ne seppi mai più nulla.
Qualche volta però, durante la visione di un film, quando mi alzo come un automa e cerco disperatamente un prodotto che in casa non c’è, e avverto la voglia di quel prodotto che cresce dentro come uno spasmo invincibile, mi riesce di fermarmi, e in un attimo mi ritorna alla mente quel buffo ometto e le sue due valigie balzellanti.
Allora ritorno sul divano, e sorrido placato.

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Cattolichini

Mazzola

Mazzola è un predestinato. Nel nome in primo luogo, che fonde e avviluppa due diversi significati che lo rappresentano coralmente: in una pirotecnica crasi semantica. Mazzola, il pesce, perchè pescatore; Mazzola, il giocatore di calcio, perchè interista. Questo è il sublime assemblaggio onomastico che solo un dialetto e il suo sostrato vivente di persone parlanti, che vi innestano ironia ed emozioni, può partorire. Un capolavoro lessicale. Una sintesi magistrale che campisce in tre sillabe un uomo, la sua vita, le sue passioni. Il pescatore, l’uomo appassionato di calcio, la persona un po’ tarda, quest’ultima sfumatura ricavabile dal detto: “tè na testa com na mazola”, hai una testa come una mazzola, ossia di persona dall’enorme capoccia pari a quella del pesce omonimo (che è in effetti alquanto sproporzionata rispetto al resto) e tuttavia assai scarsa di capacità cerebrale.
Mazzola è trasversalmente un bell’uomo. Sulla sessantina, con un viso obliquo e ineffabile, occhi sottili, un sorriso sgangherato e sinuoso che racconta favole e fa innamorare le donne. Mazzola è come un Bogart inabissato, gira sempre con un trench sgualcito che sa di pesce e di nafta, e scruta tutti in tralice, da sotto il bavero svolazzante. Quando lavora salpa di notte con “pneuma”, il suo peschereccio, e resta via anche un paio di giorni, da solo, a combattere le latitudini marine e le insidie dell’infinito.
Mazzola ormai non è più quello di un tempo. E’ caduto ostaggio, dicono, di una matrona bielorussa, una cacciatrice di uomini come ce ne sono tante. La diavolessa lo tiene al guinzaglio e gli ha imposto un guardaroba da codice penale e un sorriso omologato.
Di lui giunge solo qualche notizia frammentaria, si parla di un televisore al plasma da 50 pollici, di vestiti lindi e profumati, di una bifamigliare in periferia. “Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore, mentre fa correr via la macchina a vapore”.

[brano tratto dalla canzone di Francesco Guccini: “La locomotiva”]