Archivio dell'autore: Marco

Informazioni su Marco

Viottolo

Stretto e impervio
collima con l’anima
labirintico estatico
scoperto di passi,

io ti percorro
aperto allo sgomento
delle tue anse,
delle tue buche,
delle tue nascoste mani
protese nelle strettoie
precise sul viso
a lambire le carni
e il profilo di frustrazione.

Io ti rivedo viottolo
nel sentiero delle mie idee
quando nascosi la mano
che aveva ucciso la lucertola
e tu mi invocavi
con le tue crepitanti distanze
e io con la mia colpa
ti percorrevo in fiamme.

Vicolo cieco dinanzi al cielo
affossato di nero
che trascolora in un velo
di carta cenere
e mancate parole.

Camminerò senza muovermi
e tu saprai condurmi
al rinnovato baratro
del brancicare

del biascicare
l’umano dolore
che mi ha condotto a Te.

Euristica dell’Afflizione II



la Malattia
che tutti temiamo
ha eroso
le anime
di malati non malati già in piedi
ed ora mortiferenti
con il loro cupo
fardello di paure
timori di ingerire
un’aria brulicante
di vettori
di virus incubati
mentre uomini
stanno
soli alle finestre di strade vuote
ascoltando in strepitante silenzio
i silenzi di altri uomini
muti
azzannati da
anecoici pensieri
di morte
di vita frantumata
in uno spongiforme
cervello
corroso da dedali
di vie inesplose.

Il Virus
lui sì che parla
attraverso
il vento, i fumi,
i falsi profili dei cadaveri.

Uniti in strada
da un leggero
sciabordio
di dissoluzione
stanno le potenziali vittime,
gli ospiti:
coloro che chiamavano
umanità.

Euristica dell’Afflizione I

anche se
nel busto piegato della sera
trovassi
il senso della memoria,
o la musica perduta
nei sassi delle parole,
avrei combattuto invano.

le case serrate,
le anime rintanate,
i volti secretati,
il tuo sibillino mimetismo
tutto tesse e sfilaccia
un sogno senza sogni.

rimane soltanto
il formicaio dei ricordi
ove s’annida
senza passione
in fremente ristagno
astuto il ragno
dell’afflizione.

Tu sai

woodman

Tu sai.
Le mie parole
vanno come i miei anni,
dileguando.
Fors’anche
sai l’apice,
in cui sempre t’affanni.
“Bada”,
si dice,
puoi essere tu,
in mia assenza,
epicentro in cenere
d’ogni dissolvenza.

Un drappo nero

Ho allungato una mano ma tu non c’eri,
ho seguito il tuo respiro,
come un cervo spossato
attraverso un bosco infinito,
tra un latrare di rami
e il labirinto verde dell’erba.

Un drappo nero ormai ci divide,
come a teatro un buio sipario,
di quelli impossibili ad aprirsi,
separa le storie raccontate
da quelle silenziose in platea.

Sì, è vero, tu sei qui, ti tocco, ti bacio
colgo l’ironia balenare nel tuo sguardo.
Ma sei in un’altra storia,
in un altro imprendibile Avello,
con i tuoi Demoni privati
e le tue scarnificate memorie.

Racconti di persone che passano
nei tuoi luoghi segreti,
invadendo anche l’intimo rifugio
che hai faticosamente eretto.

Racconti di presenze, di angeli perduti,
di voci che narrano in silenzio
memorie cancellate dal torpore,
da quel tremolio leggero del Tempo.

Racconti di impercettibili silenzi,
che ossessionano il rumore dei denti,
il corpo, la pelle, le unghie, la saliva,
l’umana fatica di vivere che stritola…

Babbo, mio fragile tremolante guerriero,
tu mi hai insegnato il suono del vento,
e la guizzante presenza di Dio in un prato verde…

Tu mi hai donato l’ironia del Non Detto,
parole che giocano e frullano frasi e sorrisi,
vorticando nella semantica dei convenevoli…

Tu mi hai guardato con l’amore di un Padre,
e io ti ritrovo in quel perduto senso,
in un sogno masticato dal mattino,
in un tiepido sonno velato d’innocenza…

La tua essenza è intatta,
nessun tremore la fa vacillare.

Il Drappo nero che ci separa
non può spezzare la luce dei sogni…

Xanadu

In una nuvola di mercurio e follia
in una sfera di oscura magia
gravita un antico e vetusto maniero
roccaforte in bilico tra falso e vero

Xanadu Xanadu
quel luogo non esiste più!
Xanadu Xanadu
la meta sei soltanto tu

Oltre le sette colline fatate
oltre le torri rabberciate
aldilà del pensiero degli dei
cantato da tutti i Corifei

Xanadu Xanadu
quel luogo non esiste più!
Xanadu Xanadu
la meta sei soltanto tu

E quando credi di averlo raggiunto
e quando allunghi il tuo dito smunto
antimateria è quel che senti
soltanto il nulla battuto dai venti

Xanadu Xanadu
quel luogo non esiste più!
Xanadu Xanadu
la meta sei soltanto tu

Soltanto il nulla cantato dai venti
soltanto aria in mezzo ai tuoi denti
Soltanto sogni sprecati al mattino
sciolti nel vuoto di un triste cammino…

Xanadu Xanadu
quel luogo non esiste più!
Xanadu Xanadu
quel luogo sei soltanto tu
quel luogo sei soltanto tu
quel luogo sei soltanto tu

Sogno nel Sogno

In questa notte d’aprile
gonfia di piogge e ricordi
non so dormire,
la morte mi è accanto
come sogno ostile
come rapida ladra d’ingegni
che seppe sfilarci Pavese
nel culmine acido
di occhi tanatoici
volati via.

Ed io con i miei teneri dolori
penso alla vita
che si duplica nel sonno,
avverto oltre l’oscuro
i febbrili affanni
d’un sogno bambino
che crepita nel ventre
amniotica tempesta
che si dissolve calma
nel sovrastante sogno
dell’incosciente madre.

Sogno nel sogno
neve su neve
ombra dentro al buio.

Zanzara

L’ultima volta che ho incrociato Zanzara era nell’estate dell’86 mi pare… Era tutto preso da chissà quale progetto e se ne andava fantasticando su un mondo libero da vincoli sociali, di casta, di media… 
Il buon vecchio Zanzara è sempre stato un poco tocco e non ci feci caso più di tanto limitandomi a sorridere, annuire, dare pacche sulla spalla, invitare a bere un caffè, insomma la solita trafila di attenzione distratta che si concede ad un amico eccentrico e anche un po’ rompiballe…
Poi più niente…
Per più di vent’anni di Zanzara si son perse le tracce e nessuno si ricordava neppure che faccia avesse… Si diceva che si era trasferito altrove ed era partito senza avvertire nessuno, altri dicevano che aveva trovato la donna in qualche setta religiosa tipo gli Esperantisti e si era convertito anima e core alla nuova dottrina, altri ancora dicevano che era stato rapito dai marziani e aveva aperto un bar su Saturno…
Insomma Zanzara era sparito. Era questo l’unico incontrovertibile dato di fatto.
Poi improvvisamente un paio di giorni fa l’ho rivisto. Era sdraiato sulla panchina di un piccolo parco pubblico, con il giornale a mo’ di coperta, con le mani intrecciate dietro la nuca, aveva un milione di miliardi di anni in più.
-Zanzara, ma sei tu?
-mmm?
-Ah mi scusi l’avevo scambiata per un altro.
Sono tornato sul piccolo sentiero in mezzo a quello sparuto fazzoletto di verde, mi sono fermato, ho alzato la mano invisibile e l’ho salutato, ma lui si era già voltato dall’altra parte e del mio gesto è rimasto soltanto un vuoto simulacro di saluto.

In memoria di Andrea Magalotti

Una delle ultime cose che vide fu un arrembaggio di pedoni: un furioso e determinato incedere di  piccoli  guerrieri che travolgevano ogni difesa dell’avversario. Una rete di matto pazientemente intessuta dai pezzi più umili e dimessi…
Andrea cercò nella sua mente le possibilità dell’avversario calcolando ogni tangibile scenario.
Migliaia di smottamenti tellurici investirono quel piccolo scenario di 64 caselle. Andrea socchiuse gli occhi e quasi pregustò la parata vittoriosa.
Luci sbiadite fuggirono dal suo giorno quasi a rincorrersi come Morgane assetate di cielo e vastità. Allungò una mano per scacciare gli ultimi mostri: i sacrifici, le mosse irrazionali, le difese disperate, i tentativi di un Perpetuo trovato all’ultimo istante. Grani di luce si dissolsero nella sua mente e la sua visione fu improvvisamente chiara: abbacinante. Ogni musica giungeva a lui con un’armonia prestabilita e i suoni della scacchiera risultavano attutiti, fiochi, leggeri. Come vapori dispersi alle prime luci dell’alba.
Le voci si fecero confuse, lontane… 
Un rumore di erba, d’infanzia diradata, una cortina che improvvisamente veniva a cadere, con moto sciancato e ossessivamente lento.
Andrea si rese conto che l’ebbrezza di luce non era più una variante ma  parte integrante del suo nuovo restare, del suo candido ricollocarsi in un ambito più aereo, più imprevedibilmente lieve…
Sorrise in quel suo modo obliquo e impenetrabile, sparse nuvole d’ironia e affrettò il passo.

[ciao Andrea! buona strada ovunque tu sia!]

E finalmente Giostre, dopo 22 anni, vide la luce

giostreE finalmente il manoscritto ritrovato in Cantina (e non a Saragozza) vide la luce binaria di Amazon e si aprì al mondo sotto forma di eBuco.

Una raccolta giovincella di poesie, epodi e liste della spesa composte dal 1988 al 1992 che avevo malignamente sversato su fogli di carta velina tramite un Olivetti Lettera 22 appartenuta precedentemente a mia zia Lucia e che feci mia, nel senso hegeliano del termine. Mi furono accanto in quel travagliato e rorido periodo di composizione Bruno Munari e lo Scrondo per accompagnarmi in quella desolata landa che taluni chiamano The Waste Land e talaltri Porta a Porta.

Se disgraziatamente voleste avventurarvi in un tale minareto di sogni infranti potrete accedervi tramite l’Acheronte Digitale che prende il nome di Amazon punto it. Lo potrete raccattare per 99 centesimi che – sappiatelo – impiegherò per acquistare nuovi rimedi tricologici contro la calvizie neuronale che mi sta avvizzendo tutte le idee più fighe. Oppure ci farei un vaso di terracotta da incastrare sullo zenit per raccogliere furori di stelle e passiflore celesti. O anche un brullo cadavere di acciaio inossidabile per confortare le signore sulla via di Damasco verso licenziosi postriboli per sole donne. O almeno una cuffia per la piscina. Amaranto.