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Cattolica

Caronte, occhi di bragia

Sul Resto del Carlino Rimini, nella cronaca cattolichina, campeggia stamane un articolo sull’affaire “traghetto sul fiume Tavollo“. In pratica, con la sparizione del ponte girevole che univa la sponda cattolichina a quella gabiccese, si sta pensando ad un valido sostituto senza che il flusso di turisti (calcolato in circa 10.000 persone al giorno) debba dirottare sul nuovo ponte eretto circa 100 metri più a monte, con conseguente abnorme scialo di energie psicofisiche, si suppone. Nuovo ponte, giova ricordarlo, che è parte integrante dell’ultramoderno e suggestivo complesso della nuova darsena di Cattolica di recentissima costruzione. A questo punto verrebbe da chiedersi: ma se il nuovo ponte gode già in partenza di una così infima fiducia da parte dell’Amministrazione comunale, perchè farlo? Sono domande che solo gli alti prelati del tourism marketing, che disegnano arabeschi di flussi turistici e ne indovinano con precisione atomica le inclinazioni, solo questi insigni studiosi, dicevamo, possiedono una risposta racchiusa all’interno dei loro storming brains e un giorno fatidico comunicheranno con piglio oracolare a tutto il mondo emerso l’unica e sola Verità. Nel frattempo noi poveri sfigati ci si dibatte in questi rovelli molto più terreni e si rimane in braghe di tela, senza risposte plausibili.
Non è tutto (e qui arriviamo al fulcro della notizia). Il “valido sostituto” del fu ponte girevole dovrebbe essere un traghetto che trasporterà i turisti da una sponda all’altra del Tavollo con moto perpetuo tra le due banchine. Traghetto di cui esiste già un progetto, con tanto di società interessata alla realizzazione, presentato alla Capitaneria di Porto di Cattolica e in attesa di approvazione. Mancherebbe solo l’accordo transregionale tra le due Amministrazioni: Cattolica e Gabicce. Pare che mentre Cattolica spinga per la “zatterona”, i cugini marchigiani siano più refrattari all’idea. Si discute.
A questo punto ho riposto per un attimo il giornale e mi sono figurato questo novello Caronte che come la creatura dantesca divide supernamente le masse di turisti e le imbarca con foga tremenda e infallibile sulla sua zattera infernale:

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.»

In un attimo il Tavollo diventa l’Acheronte, e schiere di turisti si trasformano in spiriti impauriti e in balia degli eventi. Mentre vedo Caronte cavalcare i flutti e allontanarsi con il suo mesto carico mi chiedo cosa ci aspetti dall’altra parte, così terribilmente sfuggente e nebbiosa. In fondo un ponte, pur nella sua meccanica inerzia, si sarebbe rivelato molto più pietoso nel suo valicare l’ultimo ostacolo sopra l’Ignoto.

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Speculazione

Contemplando il Mostro

Nel scegliere un film mia figlia (quasi 3 anni) mi chiede sempre: “c’è anche un Brutto, babbo?” Se il film non ha un Brutto, ossia un Cattivo con la c maiuscola, lei non lo prende neppure in considerazione ed è già con il ditino al film successivo. Questa cosa mi manda in estasi. Mia figlia prima di ogni altra cosa si appassiona al personaggio negativo di una storia. E in effetti, per ogni fiaba nella sua bianca memoria c’è incasellato il corrispondente Cattivo, il primo ad essere rievocato (e invocato), di cui credo l’avvinca proprio l’aura antieroica che conferisce un senso alla trama, che la giustifica e la rende vivida nel suo immaginario. La storia esiste soltanto se c’è un Cattivo. Punto. Il vecchio adagio secondo il quale un eroe esiste solo di fronte a un nemico da combattere trova in lei compiutezza matematica.
Hai ragione Elmore. Ogni (buona) storia vuole il suo Mostro.
Ho maturato la convinzione che anche nella vita sia così. Solo, un pò più complicato capire chi o cosa sia il Mostro.
Il Mostro è quello che abbiamo alle spalle. Un’oscura mancanza, un bug tra le righe del codice, uno sbalzo di tensione, un fulmineo vuoto nel paesaggio, un perduto giardino ove atroce la rosa appare.
Ci fosse un modo per poterlo esprimere sarebbe già vinta la partita. Ma un modo non c’è. Il Mostro è un crollo della comprensione, un collasso del linguaggio, un errore che sfugge.
Il non poter comunicare è il Mostro, esso è ontologia dell’inesprimibile. Il non poter dire chi o cosa sia è la sua essenza di Mostro e la sua infallibile arma che rivolge a noi, come uno specchio sospeso, come un diabolico contrappasso. Assurdamente è proprio grazie a questo baratro semantico che noi esistiamo e da esso ne siamo giustificati, vivificati.
Ora, volendo calare tutta questa insalata speculativa nella Vita Vera, ovverossia quel posto dove le persone vanno al supermercato e acquistano due etti di prosciutto crudo, che lezione ricavarne?
Ieri ero a zonzo per il lungomare di Misano Adriatico e un’anziana signora stava severamente apostrofando la sua accompagnatrice ucraina (o rumena, o polacca, o…), rea di non averle comprato non so quale determinante prodotto di bellezza. Le due sbraitavano, ognuna nella sua lingua, ognuna nella sua Monade impermeabile, ognuna senza minimamente capire cosa dicesse l’altra, ognuna viva grazie all’altra.
Ecco, ho considerato macchinalmente, ecco che ti ritrovo prediletto mio Mostro.

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Hotel Boston Speculazione

L’Imperatore

Un giorno di luglio me lo vedo arrivare fiero e invitto come un Dio greco, inarrestabile e chirurgico come il proietto di un cecchino. Entra nell’Hotel, ma che dico entra: “prende virilmente possesso di ogni cosa”, si guarda intorno e subito mi fa un cenno perentorio, come a dire: orsù villico, desisti dal tuo vile ufficio (stavo lavando i bicchieri), deh appropinquati!
Riesco a riconoscerlo una volta dissipata l’aura abbacinante che splende intorno a lui. E’ Pierino Brunelli, Supremo Imperatore dell’Impero Economico Universale, ed è qui, nel mio Hotel, adesso, in persona, per conferire con me, esclusivamente con me.
Mi chiede degli affari, della stagione, dei flussi turistici, poi subito parte in quarta con la sua splendida Utopia. Il SUMFES (Stati Uniti Mondo Federale Economico Spirituale), la Magna Romagna, il grave peso della reggenza, le incombenze di un Regno sterminato, la scarsità di manodopera qualificata, la necessità di creare un’Amministrazione snella ed efficiente, il bisogno di una moneta forte e di un calendario che ruoti intorno ad un nuovo disegno ecologico che non perda mai di vista Natura e Uomo (una declericalizzazione verde, il Vaticano starà già attrezzandosi con una Bolla di Eresia acclarata e relativo Anatema).
Io lo ascolto rapito e soprassiedo ad ogni umano affanno, ogni ragionevole tentennamento si dissolve dinanzi a quest’uomo e al suo Progetto. Brunelli è un Dio Pan reincarnato, un filosofo delle grotte che foraggia la sua speculazione con un cocktail di valori agresti, spiritualità bucolica, druidismo ancestrale, elementi della tradizione contadina, tutto quanto ormai stinto e perduto nel marasma della Silicon Valley e del rapace consumismo neurologico. D’accordo, in maniera tutt’altro che latente, potrà far riemergere scomodi profili scolpiti nel marmo nero e lucido del Ventennio, tuttavia dobbiamo cercare di non inquinare il nostro disincanto di fronte a un’Armonia disegnata sulle ali di una Natura finalmente Madre e Nido, porto sicuro ove invocare conforto, protezione, vita vera. Nella visione brunellistica c’è anche un forte richiamo alla Cabala e alla numerologia mistica che dai Templari fino alle odierne Logge Massoniche ha retto le sorti di un mondo sotterraneo, invisibile, cospiratore:
“Il Sumfes è un’amministrazione a cinque livelli. Il mondo va suddiviso in 1.258.400 ministati, corrispondenti ai quartieri. Siccome 11 è il mio numero preferito, 11 ministati formano il medistato, il corrispettivo del Comune, quindi avremo 114.400 medistati; 26 medistati formano il maxistato, quindi avremo 4.400 maxistati; due maxistati formano il superstato, quindi avremo 2.200 superstati. Tolga i due zeri: 22. Cioè 11 più 11.”
Se ne va senza voltarsi, lasciandomi questa impressionante sequela di numeri a rincorrersi nella Hall, 2 Lunari dell’Impero e alcune massime imperiture che bruciano le ultime esitazioni. Lo guardo allontanarsi, e per un attimo l’ombra di Tommaso Moro si confonde con la sua. Ma è già sparito all’orizzonte.
Un Uomo, il suo Sogno.

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Cattolica Eventi Turismo

La festa della Rustida a Cattolica

Ricevo e pubblico molto volentieri un video relativo alla festa della Rustida di Cattolica, tenuta come d’abitudine in piazza Primo Maggio (la celeberrima piazza delle Fontane, cuore nevralgico di Cattolica) nel luglio 2006.
La festa è organizzata dai bagnini di Cattolica ed è un tributo a tutti i gentili ospiti che hanno onorato Cattolica della loro preferenza. Naturalmente anche gli Hotel Cattolica come l’Hotel Boston sostengono simpaticamente l’iniziativa e gli stessi albergatori, se non sono oberati dagli impegni, non si fanno certo sfuggire l’occasione di partecipare e fare baldoria insieme ai colleghi bagnini. La Rustida si tiene due volte a stagione, una volta in luglio ed una in agosto. Nel corso della manifestazione viene distribuito dell’ottimo pesce fresco dell’Adriatico (la fatal Saraghina), il pesce viene arrostito al momento dagli stessi bagnini e subito distribuito a tutti gli astanti. La Saraghina ha l’arcano potere di far saggiare l’Infinito con i suoi croccanti sillogismi. Freschissimo Trebbiano di Romagna innaffia il tutto e precipita il pellegrino in un Nirvana di piacere anecoico. Completa il momento di alto godimento sensoriale un’esibizione dell’Orchestra Casadei con liscio a volontà (poteva forse essere altrimenti?).
Il video, che trovate in calce, è stato filmato, montato e ideato da Giuseppe Masi, bagnino della zona balneare Alta Marea di Cattolica, ed è di una vividezza e di una naturalezza veramente pregevoli.
Buona visione.

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Cattolica

Parlari di Cattolica

asìnbel: siamo belli, nel senso di “stiamo freschi”, con marcato senso ironico.
azdòra: la Massaia intesa come Regina incontrastata delle mura domestiche e dei fornelli.
baghèn: il Baghino cioè il Maiale, usato anche come iperonimo di prosciutto, cotica, pancetta, etc.
burdèl: ragazzo, bambino, anche come esclamazione di meraviglia.
capè: capare, scegliere con cura da una moltitudine, capare i fagiolini buoni.
ciafagna: sonnolenza
fraid: fradicio, consunto, macerato.
furmentòn: il mais.
fusaja: bruscolini, sementine, ceci, lupini.
illuzìd: illozzito, sporco, anche in senso lato riferito ad un modo di fare sciatto e trasandato.
invurnìd: lento, ottuso, non così sveglio come lo si vorrebbe.
lassandè: lascia andare, smettila, non dire corbellerie.
lumaghèn: i lumachini di mare.
luvarìa: dolciume, golosità.
mutòr: il motore, per metonimia significa ciclomotore. Curioso l’episodio di un motociclista romano che alla domanda di un cattolichino “l’el tu el mutòr?” (è tuo il motore?) rispondeva: “eccerto ch’è mmjo, e pure ‘a carena, er manubrio, ‘o specchietto, er tubbo der gas…”
pataca: bamboccione, imbecille. Interessante l’etimologia: dall’arabo “bâtaquâ” contrazione di “abû” e “abon tâca” che alla lettera significa: “il padre della finestra”, termine con il quale i Mori di Spagna confidenzialmente chiamavano la piastra spagnola (moneta dell’epoca), sulla quale erano effigiate le Colonne d’Ercole, che per essi rappresentavano una sorta di finestra sull’ignoto. Col tempo il significato assunse l’accezione più volgare ( e decisamente meno suggestiva) di “macchia”, “sudiciume” facendo riferimento ad una macchia sugli abiti grande come la moneta. In Romagna sembra che il termine abbia poi assunto valore nominale traslando il retaggio semantico a persona fisica: “tsì propria un gran pataca”, oppure anche volgarmente all’organo sessuale femminile: la patacca.
radanèd: radanato, ordinato, ripulito, ben vestito.
ravanè: ravanare, mescolare e pescare dal torbido
sburòn: sburrone, borioso, arrogante, fanfarone.
scalfanècc: scalfaniccio, tanfo di sudore rappreso: t’fe pòza ad scalfanècc.
scarana: la sedia, intuibile la derivazione da “scranno” a sua volta etimologicamente affine al germanico “shrank” e al francese “écran”. Cfr. Dante: “Or chi tu se’ che vuoi sedere a scranna / Per giudicar di lungi mille miglia / Con la veduta corta di una spanna? ” (Paradiso, XIX, 79)
sgudèble: antipatico, spigoloso, sgusciante, sgudibolo.
sguèla: sguilla, scivola, sfugge al controllo, probabile contrazione del verbo “scivolare” e del sostantivo “anguilla”.
suncècia: salsiccia.
svarzòn: svarzone, olezzo insopportabile, tanfo.
toddecàz: togliti dalla mia vista, sparisci.

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Cattolica Eventi Jazz

Fazioni

Nell’aprile 2004 m’imbattei in un episodio curioso durante il concerto del duo RavaMoroni tenutosi al Teatro della Regina di Cattolica. In pratica fu un banale alterco tra un manipolo di jazz enthusiasts ritrovatisi ( e scontratisi) nel foyer poco prima del concerto. Così ne rendevo conto su it.arti.musica.jazz, con stile fin troppo gigionesco:

Prima del concerto prendo a bighellonare per il foyer e chi ti vedo: un omarino che espone una catasta di cd di quel tipo di musica rispondente al nome di Jazz.
Orbene, dico, ques’uomo viene incontro egregiamente ai miei gusti musicali, perchè non premiarlo acquistando alcuni dei suoi ottimi prodotti? Noto con arguzia che tutti i Cd sono marchiati Philology e scopro, con rimarchevole perspicacia, che il signore altri non è che che il patron dell’omonima casa discografica. Corbezzoli, penso, si fa doppiamente interessante la cosa.
Mi accingo ad acquistare, dopo lungo travaglio, il cd denominato “Rava plays Rava“, con il nostro eroe in coppia con Stefano Bollani, valente pianista di cui non ho bisogno di tessere le lodi dinanzi a cotanta competente platea. Si fa sotto un terzo figuro, che sopravanzandomi all’italica maniera di chi infingardamente supera per principio e giammai per prevaricazione, getta un’occhiata in tralice al mio prezioso carnet e si lascia sfuggire: “eh! questi schiacciatasti nostrani” (cit.). Tosto il colorito del nostro omarino si fa vieppiù violaceo ed inizia un alterco di cui vi risparmio le mordaci stoccate.
Nel mio pertugio leporellesco mentre i due titani si affrontano prendo nota della seguente affermazione: “Stefano Bollani è attualmente il più grande pianista in circolazione”.
Al che un quarto individuo fa notare che forse, eventualmente, nel ventaglio delle ipotesi, esisterebbero valide alternative possibili quali (tal) Jarrett Keith o (tal) Mehldau Brad.
Ed è in questo preciso istante che fu proferita la sentenza che voglio sia l’imperitura epigrafe di questo mellifluo, ma quantomai veritiero post: “Stefano Bollani se li incarta e se li mangia a colazione quei due, com’è vero che mi intendo di Jazz”.

Insomma volavano pianisti come palle da tennis. L’alterco continuò fino alle prime note del concerto (!) e riuscì ad essere placato soltanto dalla cascata di musica che inondò il teatro tutto. Ora, perchè ritorno su questo (remoto) battibecco? In prima istanza perchè avevo voglia di parlare un pò di jazz nel blog, argomento finora latitante. E poi perchè stamane al supermercato mi sono imbattuto in un match dialettico che mi ha ricordato i jazz-ultrà di quella sera. C’erano queste due attempate massaie che si sbranavano ferocemente su chi fosse stata più brava tra Milva e Antonella Ruggiero ieri sera a Sanremo. Le due arzille carampane si accapigliavano tra il banco dello stracchino e quello degli yogurth, un epico scontro a suon di fermenti lattici. “Tu che ne sai della Milva, eh? C’ha ‘na voce che hai voglia la Rugero (sic)” “Ma va là dai, mo smetla! Chè quando la Ruggiero cantava coi Matia Basar (sic) la Milva non la vedeva gnenca… e anche adess l’ha na vosa da pelledoca, da pelledoca ‘a deg”. L’ultimo “pelledoca” è un ruggito che squaglia l’ultimo velo di stracchino, e si son lasciate così, con quel “pelledoca” a riverberare tra le tredici varietà di squacquerone come un’onda stazionaria invincibile…

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Cattolichini

Rampino

Rampino uomo carismatico, gran oratore e gran bevitore, nuovoloso di tabacco, archetipo dell’uomo da bar. Uno che fa guizzare l’infinito sulla schiuma della birra, con un sorriso egizio. Quando comincia a parlare il brusio di fondo va in dissolvenza, un precipizio che lambisce la soglia bianca del silenzio.
Rampino, chiamato così per via della sua magrezza, dando credito al detto “secco come un rampino”.
Rampino è una specie di predicatore laico. Nei bar di Cattolica è ben conosciuto ed appena lo si incrocia d’istinto gli occhi si abbassano sul bicchiere. Vive in un casolare nell’entroterra, nei dintorni di San Clemente o di Morciano, sul fatto c’è incertezza, ma la sua giornata la trascorre a zonzo per le strade della Regina. Lui dice: in missione.
Rampino ha una faccia da prete, uno sguardo agnostico e le restanti parti del corpo tendenzialmente prudenti nel confessarsi. Come ogni prete ha un Dogma e un sibillino Miele per spalmarne gli osanna. Come ogni Notabile ha i suoi titoli onorifici per scardinare ogni umana diffidenza: Reverendissimo Sacerdote del Pio Respiro e Supremo Custode del Mistico Afflato della Redenzione Celeste, esploso tutto d’un fiato, come un rap in guisa di grimaldello dialogico.
Proprio stamane ho assistito ad una delle sue omelie.
Arringava la folla dei clienti e lo sentivo inarcarsi sulla lama del suo stesso vocione. Suoni pensati che nascevano in qualche regione miracolata dell’esofago, si stendevano e slittavano per ogni vena o canale o cunicolo che li conducesse verso l’alto, sfrangiandosi e complicandosi tra denti e lingua, infine l’ultima disperata unghiata al palato prima di volare a tracciare una grammatica tonitruante, un delirio prestabilito.
Rampino ha i suoi Discepoli, pronti a difenderlo a spada tratta. Pare stia lavorando con qualcuno di loro alla stesura del Dogma, per tramandarne i crismi e la liturgia, per recintarne la dottrina.
Rampino… se t’imbatti in queste righe tienti in tasca l’anatema e sorridi di quel sorriso filiforme che solo tu fai balenare. E perdona il mio scarso fervore, se puoi.

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Cattolica Eventi

Cattolica in Fiore

Dal 28 aprile fino al 1 maggio riapre i battenti Cattolica In Fiore, la rassegna floreale e botanica che coinvolge tutte le principali arterie del centro cittadino precipitandole in un turbinio di clorofilla e fotosintesi.
Per l’occasione sono attesi espositori da ogni serra d’Europa. In particolare quest’anno l’attesa è focalizzata su due standisti di chiarissima fama che onoreranno della loro presenza la manifestazione. Si tratta nientemeno che dei signori Wallace & Gromit, illustri vivaisti inglesi e ingegnosi anti-pesto. Il più assoluto riserbo è mantenuto sulla creazione vegetale che presenteranno alla kermesse cattolichina, tuttavia qualcosa è trapelato sui voraci tabloid d’oltremanica. Pare che la creatura arborea in questione abbia a che fare con una Zucchina Gigante. Il signor Wallace, nel corso di un’ispezione in loco, ha recentemente preteso garanzie circa la sicurezza e l’incolumità del Cucurbitaceo, chiedendo senza mezzi termini la presenza di non meno di 500 (cinquecento) uomini delle forze dell’ordine a vegliare sul verde pupillo. Dal canto suo il sig. Gromit è stato abbastanza lapidario e si è limitato a inarcare un paio di volte il sopracciglio alla vista delle lussuriose fontane dinanzi a Palazzo Mancini (il municipio di Cattolica, piazza d’onore riservata allo stand dei due illustri scienziati). Il sig. Wallace ha infatti spiegato, cogliendo la perplessità del suo collega e traducendola in parole, come questo particolare tipo di vegetale tema il cloro presente nell’acqua delle fontane e come questo possa venire a contatto con la superficie della Zucchina mediante nebulizzazione degli spruzzi e vento sfavorevole per poi intaccarne irrimediabilmente il manto e il bouquet. Si è quindi concordato per la costruzione di un gigantesco paraspruzzi in kevlar, da erigersi 24 ore prima dell’esposizione del Gran Vegetale, tutto intorno allo stand. Si è altresì ratificato di installare nelle immediate vicinanze uno stand di formaggi tipici italiani al fine di permettere al sig. Wallace di ristorarsi durante il duro lavoro fieristico.
In questo momento, partiti i due luminari, si deve purtroppo registrare l’aspra protesta degli standisti di orchidee e fiori esotici, fermamente contrari all’idea di avere una Santa Barbara stracolma di Gorgonzola atta a inquinare i delicati effluvi delle loro ardite composizioni floreali.
Una notizia dell’ultima ora accredita l’ipotesi che si stia lavorando a una particolare versione di Gorgonzola che recepisca le spore dei fiori e le restituisca sotto forma di un più accettabile aroma di squacquerone, in definitiva giudicato meno invasivo rispetto alla pungente fragranza del cugino lombardo.
Si tratta infine serratamente sul Pecorino.

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Cattolichini

Fragola

Pochi sanno che a Cattolica vive un misantropo barricato nel suo buen retiro e nascosto al mondo.
Questo Orco Mangiabambini è il mio amico Fragola. Una persona che non ha relazioni con la realtà. Per dirla tutta credo di essere l’unica persona che interagisce con lui. Temo che la sua esistenza sia ignorata persino dalla macchina burocratica che si nutre dei dati anagrafici di tutti noi e li espelle sotto forma di dati sensibili, plasmando uomini e codici.
Fragola non esiste. Fragola disegna e ascolta. Ha una sua semantica privata. Riempie intere risme di A4 con segni scarabocchiati alla rinfusa, e parla molto raramente.
Disegna. Ascolta. E registra. Possiede undici alti scaffali ricolmi di hard disk in cui vi sono registrate miliardi di parole, miliardi di comunicazioni, miliardi di conversazioni.
Fragola ha accesso a diversi satelliti di telecomunicazione. Ne ha pazientemente crackato le protezioni così come un minuscolo ago si insinua in una pallina di cera.
Fragola è un enorme orecchio invisibile. Ascolta. Registra. E disegna.
Migliaia di fogli solcati da ghirigori infantili, oscuri. Un messaggio che nessuno arriverà mai a decifrare.
Fragola ha deciso di riunire tutte le parole del mondo. Tutto il linguaggio orale. Vuole creare un Golem di Parole, l’Essere Dialogico perfetto, il Supremo Discorso. Cosa ne voglia fare di questa creatura non so.
So solo che quando sarà pronto uscirà dalla tana e parlerà.
E sarà ascoltato.

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Hotel Boston Libri Memorie

Zio Lupo

L’Hotel accoglieva i suoi ospiti con un imponente mobile ligneo di inizio secolo che dominava gran parte della Hall. Era la libreria per gli ospiti. Quella biblioteca divenne gradualmente un punto di riferimento per coloro che non disdegnavano il piacere sottile di una lettura sotto l’ombrellone. Una lettura che magari per una volta non offrisse i glutei impomatati di una procace velina alle prese con i paparazzi o le titaniche sofferenze del calciatore in convalescenza sorpreso in alto mare con uno stormo di scollate infermierine.

I titoli della bostoniana spaziavano dal giallo mondadori hard-boiled al feuilleton d’intrattenimento, dal volume divulgativo alle vecchie serie enciclopediche. E proprio in quest’ultima sezione vi erano alloggiati i Quindici, insuperato compagno d’infanzia di intere generazioni di quarantenni.

Il volume delle favole, quello dalla costa viola, era senza dubbio il più richiesto. Mamme disperate vi si rivolgevano come ad un elisir miracoloso per espletare il rituale della nanna che in vacanza pareva far cilecca. Ma era un libro a doppio taglio. Se pescavi la favola sbagliata rischiavi l’effetto opposto, con il piccolo che ti guardava con occhi sbarrati e si rifiutava categoricamente di dormire. Alcune memorabili favole come “Zio Lupo” a firma nientemeno che di Italo Calvino terminavano con una frustata: “ahm che ti mangio! – E se la mangiò. E così Zio Lupo mangia sempre le bambine golose.” Fine. Buonanotte amore mio. Buonanotte? Quale buonanotte poteva essere? Zio Lupo era di certo lì da qualche parte, acquattato nell’ombra, fuso nell’ombra più nera della stanza. Quale cavolo di buonanotte poteva essere?

La Storia di Zio Lupo era in effetti tutt’altro che edificante: una bimba che non riesce, per vergogna, a mangiarsi le frittelle della festa scolastica di Carnevale e sua madre che promette di cucinargliele per consolarla, previo prestito di una padella da un terribile e ferino parente: lo Zio Lupo. La bimba, tremante e (giustamente) timorosa, si reca così dal selvatico parente e chiede in prestito la padella. Lo Zio Lupo acconsente al prestito a patto di ottenere una contropartita adeguata di frittelle. La mamma, ricevuta l’agognata padella, sforna carriolate di Chiacchiere lasciandone una padellata per il famelico avo. La bimba (che per inciso non ha nome, mai ne hanno le vittime sacrificali) riporta la padella colma di prelibatezze, accompagnate da un filone di pane e da un fiasco di vino. Strada facendo la voracità della bimba ha la meglio sulla paura e le frittelle, il pane e poi anche il vino (con un ventilato problema di alcolismo) vengono spazzolate dall’insaziabile puella. Per sostituire il maltolto la bimba crea delle frittelle con deiezioni di Somaro, riempie il fiasco di acqua sporca presa da una pozzanghera e modella un filone di pane con della calcina da muratore. Con tali succulente libagioni si presenta a casa dello Zio che non prende affatto bene la cucina propostagli sputando ogni pietanza con disgusto roboante. Infine, intuendo il subdolo inganno, ammonisce con occhi di fuoco la fanciulla: “Stanotte vengo e ti mangio!”. La bimba torna a casa sconvolta e racconta tutto alla madre che si perita di sprangare porte e finestre della casa scordandosi improvvidamente del camino. E così la Belva giunge per ottenere la sua terribile Vendetta, con un rituale di morte che lo vede camminare sul tetto, calarsi per il camino, entrare nella stanza, sollevare le coperte e sbranare l’ingorda fanciulla.

Zio Lupo incarnò nella mia infanzia tutto ciò che di più pauroso poteva materializzarsi dal buio intorno al sonno:
“Quando fu notte e la bambina era già a letto, si sentì la voce dello Zio Lupo da fuori: – Adesso ti mangio! Sono vicino a casa! – Poi si sentì il passo vicino le tegole: – Adesso ti mangio! Sono sul tetto!…” etc. etc. con vari elementi architettonici valicati prima del fatale epilogo pappatorio. Una sorta di Liturgia dello Sbranamento, una cerimonia ancestrale scandita da lisergici aggiornamenti di status (sono sul tetto, sono nel camino, sono nella stanza, etc etc.), quasi un resoconto geolocalizzato di un assassino che va a purificare la sua vittima designata in diretta streaming.

Buon vecchio Zio Lupo, coprofago per inganno, antropofago per nemesi, un ultima preghiera da parte mia: stai lontano dal mio tetto… (se puoi)