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L’arte di Tiziana e Camilla

Le ho incontrate lunedì mattina.
Tiziana Costa e Camilla Muccioli sono madre e figlia con un unico denominatore: la pittura. Mi sono fatto loro incontro, appena le ho notate varcare la soglia. Si sono guardate un pò in giro, poi hanno fatto qualche cenno di assenso e mi sono tranquillizato, il vernissage si farà!
Abbiamo cordialmente discusso circa le modalità di organizzazione per un’esposizione delle loro opere che si terrà nella hall dell’Hotel Boston, con inaugurazione stabilita per domenica 27 maggio, alle ore 16.00. Abbiamo parlato della disposizione dei quadri, del setup dell’evento in sè, degli inviti da diramare e di tante altre piccole cose.
In tutto questo parlare mi ha piacevolmente stupito la naturalezza di queste due donne nel parlare della loro arte. Conoscevo già Tiziana Costa e alcuni dei suoi quadri in cui ho sempre ammirato la ricerca poetica nelle figure anatomiche (spesso di donna), il viaggio in profondità nel tentativo di sfiorare qualche corda segreta dell’animo umano attraverso un meccanismo perfetto di geometrie e figure umane. Si tratta di una pittura introspettiva, ma mai fine a se stessa, con un messaggio nascosto che attende di essere colto e assaporato.
Non conoscevo invece sua figlia, Camilla Muccioli, e per me è stata una sorpresa. L’arte di Camilla è sensibilmente diversa da quella di sua madre, eppure in qualche modo mi appare complementare e persino funzionale all’arte di Tiziana. Almeno è quel che mi è parso esaminando alcune sue opere in rete e dai cataloghi di mostre passate. Camilla ha un approccio obliquo alla narrazione iconografica e arriva a dialogare con lo spettatore attraverso un puro sentimento di stupore, di distacco da ogni certezza. Chi guarda le opere di Camilla si trova, volente o nolente, a dover sostenere una conversazione dai contorni metafisici con l’opera a se stante, addentrandosi in un campo dove scompaiono molti riferimenti, e in rapida sequenza ci si ritrova indifesi, in una sorta di nudità semiotica di fronte all’evento artistico.
Mentre Tiziana mi ha già affidato qualche dipinto sono in attesa di due grandi opere di Camilla che avrò cura di sistemare nella parete nord della Hall, quella più spaziosa. Credo si tratti di quadri importanti, ma avrò occasione di riparlarne e di mostrare qualche altra immagine delle opere.
Per il momento mi rimane questa piacevole sensazione di fibrillazione, non mi accadeva da tempo, può bastare per ora.

[in apertura un’opera di Camilla Muccioli: “No”, 2005]

Un primo maggio ferragostano

E’ stata una vera battaglia quella che gli operatori turistici di Cattolica, almeno coloro che avevano aperto i battenti della propria attività, si sono trovati a combattere in questo lungo ponte di inizio primavera. Cattolica è infatti stata letteralmente presa d’assalto da un’alluvione di turisti che ha seriamente messo in crisi le capacità ricettive della città, in verità ancora piuttosto acerbe. Infatti, a ben contare, gli alberghi di Cattolica aperti per il ponte del primo maggio sono in un rapporto di 1 a 3. Questo ha fatto sì che si creasse una vera e propria processione di questuanti in cerca di camere, serpentone che si è dipanato attraverso gli hotel sparsi dal Porto fino all’Acquario nell’ardua ricerca di camere libere. Insomma, la classica situazione che si viene a determinare a ridosso del Ferragosto, quando una vera e propria folla si riversa negli alberghi per accaparrarsi l’ultimo metro quadrato di superficie calpestabile e “dormibile”. Personalmente, nel mio prototipo di “hotel Cattolica”, ho vissuto la cosa con crescente preoccupazione. Non tanto per non essere avvezzo al fenomeno, visto che sono ormai 10 anni che dirigo l’hotel, e di ferragosti affollati ne ho vissuti tanti. Quanto piuttosto per l’immagine di forte disservizio che Cattolica ha offerto in questo frangente, facendosi trovare impreparata ad un evento di tali proporzioni. La maggioranza della gente che capitava in hotel, dopo il mio rincresciuto annuncio di tutto esaurito, mi chiedeva infatti perchè molti alberghi fossero chiusi (come se io possedessi chissà quali capacità oracolari). Si aggiunga a questi disagio il problema più che mai vivo dei posteggi carenti, principalmente a causa della mostra di Cattolica in Fiore, che ha monopolizzato molti spazi del centro (come accade da sempre, del resto) costringendo molti visitatori a dirottare sulla zona nord, andando a parcheggiare sulla strada che conduce a Portoverde e dovendo poi sorbirsi parecchia strada a piedi prima di arrivare al sospirato alloggio in albergo (se mai questo fosse stato disponibile). Si aggiunga infine il fatto che essendo molti hotel chiusi erano chiusi anche i relativi parcheggi.
Luci ed ombre, in definitiva, per questo primo maggio. Cose positive: straordinaria affluenza, bellissime giornate estive e grande richiamo turistico che Cattolica ha ancora una volta saputo esercitare. Cose negative: forti disservizi su alloggi e parcheggi, con qualche problema persino a trovare posto per pranzare nei ristoranti, visto il biblico affollamento.

[in apertura: particolare della Fontana delle Sirene, Piazza Primo Maggio, Cattolica. Foto tratta dal cd “Baci di Cattolica” realizzato dall’Amministrazione Comunale di Cattolica]

Il forno

Nel novembre del 1994 arrivò in Hotel il primo forno a termoconvezione, costruito dalla bellariese Cucine Crociati: un mostro futurista che avrebbe fatto impallidire Marinetti & soci. Si decise di lasciarlo per qualche giorno fermo, per dargli tempo di ambientarsi, familiarizzare con la cucina, imparare il nostro linguaggio, stemperare lo stress dell’imballo. In realtà lo si temeva e lo si studiava come un’incognita scacchistica. Non conoscendone l’indole prudentemente fu transennato e ridotto ai minimi termini, si decise tuttavia di lasciarlo collegato alla rete elettrica per non lasciarlo perire d’inedia. Ogni tanto gli si passava di fronte scrutandolo in tralice, senza dar l’impressione di guardare, ma così, con un’occhiata distratta che casualmente si posava sulla belva robotica e tosto migrava verso altri lidi. Un impercettibile ronzio di rimando era la prova che la Cosa sapeva. A sua volta controllava. Verificava. Appurava. Spulciava. Vagliava. Accertava.
Rimase in questo limbo per tutto l’inverno. In tutto questo tempo la macchina fece di tutto per essere temuta e rispettata. Il suo carisma si espanse e si consolidò come un uovo in padella. Notai che il led della spia di accensione si era fatto più acceso, più consistente e deciso, quasi un faro in mezzo agli scogli dei padelloni e alla risacca dell’olio in friggitrice. Il suo meccanismo di apertura divenne vieppiù efficace con la cremagliera che gorgheggiava come una cicala ubriaca d’estate. Due pesanti pannelli di vetro e acciaio si alzavano (l’uno) e si abbassavano (l’altro) con moto sincrono, schiudendo un alveo di orfica imperscrutabilità. Laggiù, da qualche parte, le lasagne della signora Nucci avrebbero incontrato una doratura obliqua e balsamica, divenendo sacche di turgidi ripieni da assaporare in un silenzio conventuale, mistico.
In qualche modo quel groviglio di lamiera avrebbe assicurato il perpetuarsi di una tradizione gastronomica che si era gradualmente trasformata in culto massonico, con il proprio gigantesco corredo di rituali e formule da espletare che facevano del cuoco un oscuro Marabut e dei sottocuochi proseliti e adepti in attesa di essere ammessi ai Sublimi Segreti dell’Unica Dottrina.
E finora a ben pensarci, non gli ho mai cambiato una guarnizione, a quel demonio.
[in apertura Enrico Prampolini, Ritratto di Marinetti. Sintesi plastica, 1924-25]

Grand Hotel Cattolica

Era un ometto insignificante, con un viso indefinibile tendente a scivolare tra le pieghe dell’oblio con una velocità repentina. A distanza di qualche ora non riuscivi già a ricostruirne la postura, poi inesorabilmente ecco dissolversi il profilo, i vestiti, il corpo. Rimaneva una nuvoletta a due gambe e poco altro. Ancora oggi non riesco ad afferrarne neppure un particolare, un nome, una declinazione somatica che lo faccia riemergere dalle scalene oscurità dei ricordi. Eppure fu colui che trasformò l’Hotel Boston in Grand Hotel Cattolica, con tutti i crismi del caso.
Era il 1988 quando si presentò al bureau per una singola. Mio padre lo squadrò per un attimo abbracciandolo con una fulminea occhiata scannerizzante come solo il più consumato degli albergatori può fare. Un battito di ciglia che indaga e scava nell’animo dello scrutato: soppesa, pondera, valuta, desume, indugia, infine decide. Certo che è disponibile una singola, prego da questa parte. L’ometto lo seguì docilmente. Il suo bagaglio era composto da una piccola borsa di cuoio consunto e una valigetta metallica che si portava appresso come una creaturina.
In quei giorni lo vedemmo trafficare con un imponente registratore a bobine, un Revox B77, che trascinava faticosamente nella hall e piazzava su un tavolino come un imperatore in convalescenza. Se ne stava tutto il giorno ad armeggiare intorno ai comandi e a sbobinare nastri su nastri. Ogni tanto compariva magicamente un microfono che faceva balenare da chissà quale anfratto. Parlava con un filo di fiato ed era impossibile capire cosa dicesse. Ma parlava, e registrava.
Dopo qualche giorno cominciò a uscire. Lunghe passeggiate che lo riportavano in albergo con un appetito formidabile che placava gettandosi ferocemente sui celesti intingoli della signora Nucci. Una mattina lo incrociai davanti alla Publifono. Ero uscito in bici per una commissione e lo colsi mentre discuteva fittamente con il responsabile dell’ufficio pubblicitario. Mi fermai e feci un gesto di saluto a cui rispose cordialmente con un raro sorriso.
Più tardi in Hotel, senza che glielo avessi chiesto, mi riferì di aver consegnato uno spot di sua concezione alla Publifono Radiomare e che era in attesa fosse trasmesso, forse già quel pomeriggio stesso. Non mi disse altro e immaginai fosse un industriale o un consulente pubblicitario. Mai trepidazione fu più palese in lui, e andò indelebilmente a scalfire la sua aura di imperturbabilità. Era talmente nervoso che rinunciò per la prima volta alla tripla porzione di lasagne con grande sbigottimento del cameriere e dei commensali.
L’orario designato per le trasmissioni della Publifono era per le ore 17.00, appuntamento che ogni turista che ha calcato il bianco litorale cattolichino ben conosce. La curiosità mi divorava e feci un salto a spiaggia, in segreta attesa dell’evento, di qualsiasi cosa si trattasse. La delusione fu enorme: la solita mitragliata pubblicitaria in cui non riuscii a distinguere nulla che non appartenesse alla più immutabile consuetudine.
Tornai verso l’Hotel e notai una fila di questuanti ordinatamente disposta lungo la scalinata, su su, fino al bureau. La domanda era sempre la stessa: una camera al Grand Hotel Cattolica, perfavore. Gente in costume da bagno, senza nient’altro. Tutti con la medesima richiesta. Un teatro dell’assurdo, dove gli attori non riuscivano a emanciparsi dalla dimensione grottesca, surreale. Mio padre faticava a dominare quella folla di mutandati e si sbracciava per spiegare che l’albergo era al completo e che comunque, l’Hotel era un semplice tre stelle e no, non era il Grand Hotel Cattolica e grazie, ma ora signori dovreste proprio andare, e no neppure la cantina è disponibile per alloggiare, mi spiace…
In tutto questo marasma osservai l’ometto che se la rideva in un angolino, quindi ratto mi scivolò a fianco e mormorò eccitato: funziona, capisci? funziona!!! – Ma cosa funziona? – Ho sperimentato un piccolo messaggio subliminale, sai di cosa si tratta? va beh lasciamo perdere… diciamo che oggi ho fatto un piccolo test con la Publifono, capisci? E il test è stato superato brillantemente, mio giovane amico! Brillantemente!
Il giorno dopo impacchettò le sue cose e si presentò al bureau per saldare il soggiorno, era rilassato, obliquamente trionfante. Se ne andò zampettando felice, con le due valigie che dondolavano al ritmo dei suoi saltelli. Non ne seppi mai più nulla.
Qualche volta però, durante la visione di un film, quando mi alzo come un automa e cerco disperatamente un prodotto che in casa non c’è, e avverto la voglia di quel prodotto che cresce dentro come uno spasmo invincibile, mi riesce di fermarmi, e in un attimo mi ritorna alla mente quel buffo ometto e le sue due valigie balzellanti.
Allora ritorno sul divano, e sorrido placato.

L’Imperatore

Un giorno di luglio me lo vedo arrivare fiero e invitto come un Dio greco, inarrestabile e chirurgico come il proietto di un cecchino. Entra nell’Hotel, ma che dico entra: “prende virilmente possesso di ogni cosa”, si guarda intorno e subito mi fa un cenno perentorio, come a dire: orsù villico, desisti dal tuo vile ufficio (stavo lavando i bicchieri), deh appropinquati!
Riesco a riconoscerlo una volta dissipata l’aura abbacinante che splende intorno a lui. E’ Pierino Brunelli, Supremo Imperatore dell’Impero Economico Universale, ed è qui, nel mio Hotel, adesso, in persona, per conferire con me, esclusivamente con me.
Mi chiede degli affari, della stagione, dei flussi turistici, poi subito parte in quarta con la sua splendida Utopia. Il SUMFES (Stati Uniti Mondo Federale Economico Spirituale), la Magna Romagna, il grave peso della reggenza, le incombenze di un Regno sterminato, la scarsità di manodopera qualificata, la necessità di creare un’Amministrazione snella ed efficiente, il bisogno di una moneta forte e di un calendario che ruoti intorno ad un nuovo disegno ecologico che non perda mai di vista Natura e Uomo (una declericalizzazione verde, il Vaticano starà già attrezzandosi con una Bolla di Eresia acclarata e relativo Anatema).
Io lo ascolto rapito e soprassiedo ad ogni umano affanno, ogni ragionevole tentennamento si dissolve dinanzi a quest’uomo e al suo Progetto. Brunelli è un Dio Pan reincarnato, un filosofo delle grotte che foraggia la sua speculazione con un cocktail di valori agresti, spiritualità bucolica, druidismo ancestrale, elementi della tradizione contadina, tutto quanto ormai stinto e perduto nel marasma della Silicon Valley e del rapace consumismo neurologico. D’accordo, in maniera tutt’altro che latente, potrà far riemergere scomodi profili scolpiti nel marmo nero e lucido del Ventennio, tuttavia dobbiamo cercare di non inquinare il nostro disincanto di fronte a un’Armonia disegnata sulle ali di una Natura finalmente Madre e Nido, porto sicuro ove invocare conforto, protezione, vita vera. Nella visione brunellistica c’è anche un forte richiamo alla Cabala e alla numerologia mistica che dai Templari fino alle odierne Logge Massoniche ha retto le sorti di un mondo sotterraneo, invisibile, cospiratore:
“Il Sumfes è un’amministrazione a cinque livelli. Il mondo va suddiviso in 1.258.400 ministati, corrispondenti ai quartieri. Siccome 11 è il mio numero preferito, 11 ministati formano il medistato, il corrispettivo del Comune, quindi avremo 114.400 medistati; 26 medistati formano il maxistato, quindi avremo 4.400 maxistati; due maxistati formano il superstato, quindi avremo 2.200 superstati. Tolga i due zeri: 22. Cioè 11 più 11.”
Se ne va senza voltarsi, lasciandomi questa impressionante sequela di numeri a rincorrersi nella Hall, 2 Lunari dell’Impero e alcune massime imperiture che bruciano le ultime esitazioni. Lo guardo allontanarsi, e per un attimo l’ombra di Tommaso Moro si confonde con la sua. Ma è già sparito all’orizzonte.
Un Uomo, il suo Sogno.

Zio Lupo

L’Hotel accoglieva i suoi ospiti con un imponente mobile ligneo di inizio secolo che dominava gran parte della Hall. Era la libreria per gli ospiti. Quella biblioteca divenne gradualmente un punto di riferimento per coloro che non disdegnavano il piacere sottile di una lettura sotto l’ombrellone. Una lettura che magari per una volta non offrisse i glutei impomatati di una procace velina alle prese con i paparazzi o le titaniche sofferenze del calciatore in convalescenza sorpreso in alto mare con uno stormo di scollate infermierine.

I titoli della bostoniana spaziavano dal giallo mondadori hard-boiled al feuilleton d’intrattenimento, dal volume divulgativo alle vecchie serie enciclopediche. E proprio in quest’ultima sezione vi erano alloggiati i Quindici, insuperato compagno d’infanzia di intere generazioni di quarantenni.

Il volume delle favole, quello dalla costa viola, era senza dubbio il più richiesto. Mamme disperate vi si rivolgevano come ad un elisir miracoloso per espletare il rituale della nanna che in vacanza pareva far cilecca. Ma era un libro a doppio taglio. Se pescavi la favola sbagliata rischiavi l’effetto opposto, con il piccolo che ti guardava con occhi sbarrati e si rifiutava categoricamente di dormire. Alcune memorabili favole come “Zio Lupo” a firma nientemeno che di Italo Calvino terminavano con una frustata: “ahm che ti mangio! – E se la mangiò. E così Zio Lupo mangia sempre le bambine golose.” Fine. Buonanotte amore mio. Buonanotte? Quale buonanotte poteva essere? Zio Lupo era di certo lì da qualche parte, acquattato nell’ombra, fuso nell’ombra più nera della stanza. Quale cavolo di buonanotte poteva essere?

La Storia di Zio Lupo era in effetti tutt’altro che edificante: una bimba che non riesce, per vergogna, a mangiarsi le frittelle della festa scolastica di Carnevale e sua madre che promette di cucinargliele per consolarla, previo prestito di una padella da un terribile e ferino parente: lo Zio Lupo. La bimba, tremante e (giustamente) timorosa, si reca così dal selvatico parente e chiede in prestito la padella. Lo Zio Lupo acconsente al prestito a patto di ottenere una contropartita adeguata di frittelle. La mamma, ricevuta l’agognata padella, sforna carriolate di Chiacchiere lasciandone una padellata per il famelico avo. La bimba (che per inciso non ha nome, mai ne hanno le vittime sacrificali) riporta la padella colma di prelibatezze, accompagnate da un filone di pane e da un fiasco di vino. Strada facendo la voracità della bimba ha la meglio sulla paura e le frittelle, il pane e poi anche il vino (con un ventilato problema di alcolismo) vengono spazzolate dall’insaziabile puella. Per sostituire il maltolto la bimba crea delle frittelle con deiezioni di Somaro, riempie il fiasco di acqua sporca presa da una pozzanghera e modella un filone di pane con della calcina da muratore. Con tali succulente libagioni si presenta a casa dello Zio che non prende affatto bene la cucina propostagli sputando ogni pietanza con disgusto roboante. Infine, intuendo il subdolo inganno, ammonisce con occhi di fuoco la fanciulla: “Stanotte vengo e ti mangio!”. La bimba torna a casa sconvolta e racconta tutto alla madre che si perita di sprangare porte e finestre della casa scordandosi improvvidamente del camino. E così la Belva giunge per ottenere la sua terribile Vendetta, con un rituale di morte che lo vede camminare sul tetto, calarsi per il camino, entrare nella stanza, sollevare le coperte e sbranare l’ingorda fanciulla.

Zio Lupo incarnò nella mia infanzia tutto ciò che di più pauroso poteva materializzarsi dal buio intorno al sonno:
“Quando fu notte e la bambina era già a letto, si sentì la voce dello Zio Lupo da fuori: – Adesso ti mangio! Sono vicino a casa! – Poi si sentì il passo vicino le tegole: – Adesso ti mangio! Sono sul tetto!…” etc. etc. con vari elementi architettonici valicati prima del fatale epilogo pappatorio. Una sorta di Liturgia dello Sbranamento, una cerimonia ancestrale scandita da lisergici aggiornamenti di status (sono sul tetto, sono nel camino, sono nella stanza, etc etc.), quasi un resoconto geolocalizzato di un assassino che va a purificare la sua vittima designata in diretta streaming.

Buon vecchio Zio Lupo, coprofago per inganno, antropofago per nemesi, un ultima preghiera da parte mia: stai lontano dal mio tetto… (se puoi)

L’Infinito rotola bianco (sulla tovaglia)

I nidi di Rondine della signora Nucci sono un varco dimensionale. La scoperta è stata fatta di recente ed è attualmente tenuta sotto un riserbo assoluto e impenetrabile dagli organi preposti alla sicurezza nazionale. E’ capitato tutto all’improvviso e ha colto tutti impreparati, anche se qualcuno aveva da sempre sospettato che ci fosse qualcosa di più che banale prosciutto e funghi prataioli in quella pasta al forno, qualcosa di sovrannaturale e di arcano.
Era un giovedì di luglio e il bimbo Gigi aveva appena terminato il suo secondo bis in sala da pranzo. Per lui si trattava di ordinaria amministrazione e, anzi, si apprestava a concedere un tris. Diego, il cameriere, portò la terza porzione di Nidi di Rondine e in tralice schioccò un cenno di ammirazione a Gigi, nessuno riusciva a capire come un bimbo così esile riuscisse a fagocitare tanto cibo. Quando Gigi affondò la forchetta nell’involucro di pasta croccante il suo campo visivo al margine del piatto mutò radicalmente. Gigi alzò lentamente lo sguardo e al posto della zia, seduta di fronte a lui, colse un paesaggio lunare, spaziando in un immensità brulla e deserta. D’istinto sbatte le palpebre e ricontrollò: niente da fare… La sala da pranzo, il piatto, la candida tovaglia, tutto era scomparso salvo il piatto dei Nidi di Rondine e la forchetta che teneva in mano in un gesto congelato, come un automa in standby. Gigi si scosse, emise un profondo sospiro e mosse qualche passo in quella desolazione: dovunque rocce sbiadite e terra grigiastra. Un orizzonte che si perdeva in un punto di fuga inafferrabile, uno squallido surrogato d’Infinito che dava la nausea. Con il piatto dei Nidi ben saldo nella mano destra proseguì la sua esplorazione e camminò per un tempo indefinibile. Camminò per ritrovare gli stessi sassi, la stessa polvere, la stessa identica terra che aveva calpestato poco prima (o tanto prima?).
Infine fu vinto dalla stanchezza e dal tenue profumo dei Nidi di Rondine che l’aveva accompagnato in quel viaggio circolare. Si sistemò su una grande roccia levigata e cominciò a mangiare con gesti lentissimi, curandosi di trattenere il sapore il più a lungo possibile.
Ogni boccone fu un’Era Geologica, un Universo che invecchiava, un lungo interminabile Nido di Rondine che si avvolgeva su se stesso come un nastro di Moebius.

Cattolica e i suoi Hotel: un’epopea.

Chiunque in questi giorni si trovi a percorrere il lungo e deserto litorale di Cattolica avrà come silente compagno di viaggio decine di giganti addormentati che si stagliano pigramente all’orizzonte.
Cattolica e i suoi hotel sembrano acquattati in un torpore fiabesco, quasi sovrannaturale. Migliaia di finestre, come orbite cieche, si aprono afone verso il mare, in un silenzio di cemento e polvere.
Mi viene da sorridere se penso che ognuno di questi alberghi cela in sè un’epopea lontana eppure presente e viva in quel profilo che incombe sull’azzurro, occultata nelle profondità segrete delle fondamenta, fluida come linfa vitale che scivola nelle vene e ne sorregge l’enorme stazza.
Se penso al mio Hotel ad esempio mi perdo nei rivoli di una storia che mi affascina e di cui continuamente cambio i parametri, quasi una sfida ai severi crismi della Storia per conferirle i sigilli più consoni della Fiaba. L’Hotel Boston deve il proprio nome allo spirito pionieristico del bisnonno “Rogg” che emigrò giovanissimo negli States (a Boston, appunto) alla ricerca di gloria e denaro, un lupo affamato di vita e un seme gettato nel turbine del Nuovo Mondo che si spalancava come un abisso di meraviglie, come un’incognita impossibile. Mi chiedo cosa provassero questi uomini mentre si lasciavano alle spalle la Realtà stessa per imboccare la via del Nulla, un’Idea nascosta da un oceano, irrisolta, inconoscibile.
Proprio ieri sera mi è capitato di assistere al film “Nuovomondo” di Emanuele Crialese (cfr. qui), film splendido in cui una famiglia siciliana percorre le tappe del viaggio catartico che la strapperà all’aspra vita campestre per un mondo remoto di cui sfuggono perfino i contorni, un mondo che per garantire l’accesso alla Grotta delle Meraviglie esige matrimonio, sanità fisica e intelligenza (perche la stupidità è contagiosa e inquina la razza). Ellis Island diviene un non-luogo, limbo di disperati che fluttuano in attesa di un visto d’ingresso.
E Rogg tornò da quel pianeta proibito… Tornò per realizzare il suo disegno. L’Hotel Boston da chimera radicata nel suo immaginario, nel ’54 prese forma e sostanza, a Cattolica, in Viale Carducci. A inizio post se ne può osservare il primo depliant pubblicitario del 1955, un caro cimelio di cui non conoscevo l’esistenza, recentemente avuto da un anziano signore inglese che fu tra i primi clienti.
Grazie nonno Rogg per il tuo coraggio, per il tuo indomito sogno.

La donna che parlava alle padelle

padellaA metà degli anni 80, e per un buon lustro, gli annali dell’Hotel Boston registrano l’interregno della aiuto-cuoca Lina, la donna che parlava alle padelle. Una donna maliarda, con un portamento fiero e un sorriso beffardo e invisibile, retaggio di un’età scomparsa, sgretolata da pannolini e fustoni di detersivo, affondata tra i flutti della massificazione e delle mode omologanti.
Ma la Lina, eh lei resisteva, eccome se resisteva… La vedevi arrivare al lavoro in pompa magna con la sigaretta in fluttuante bilico, tra labbra e vuoto d’aria. Arrivava prestissimo quando le ombre della notte stringevano ancora d’assedio l’Hotel e dalla strada si percepiva solo il ciancolare di qualche gatto randagio o i pensieri inestricabili di un ubriaco disilluso dalla nottata e dalle geometrie marine.
E la Lina parlava alle sue padelle, le rassicurava, le confortava, le incoraggiava, in un flusso verbale ammalliante e ipnotico che scivolava tra le pareti della cucina come una nenia d’altri tempi. Chiunque si fosse trovato all’ascolto avrebbe di certo colto l’aspetto solenne e inevitabile di quel dialogo. La Lina era così: tutto ciò che faceva, anche la più assurda delle azioni, assumeva un’aura di naturalezza, un rassicurante gesto teso a portare armonia tra il caos, ordine nel garbuglio gaddiano delle cose. Ecco, la Lina era forse un Demiurgo, un portatore di pace, un traghetto che trasportava i concetti e gli assiomi del mondo delle Idee calandoli dolcemente nel Sensibile. Quanta pace in quei pentoloni, quanta luce…
Ciao Lina.

Il Rito della Porchetta

La porchetta era una liturgia corredata di un rigidissimo rituale a cui ci si adeguava religiosamente. Cominciava tutto con l’apparizione di questo ometto calato giù da chissà quale scannatoio che si presentava come “Gino, l’uomo del maiale”, titolo che si auto-attribuiva declamandolo con l’enfasi di un Mistico Sufita. Le sue improvvise apparizioni erano fonte di continuo subbuglio in cucina perchè Gino era un po’ come Gommaflex, nemico di Alan Ford, si mimetizzava perfettamente rendendosi invisibile ai mortali, per poi in un attimo apparire annunciando: “è arrivato Gino, l’uomo del maiale!” tra coronarie che saltavano, capelli che si ingrigivano e imprecazioni dialettali di ogni tipologia.
E questo Gino la porchetta la sapeva davvero fare: nutriva personalmente i suoi maiali con bacche selvatiche groenlandesi e bocciuoli di mandorlo giapponese coltivati secondo la filosofia Zen di Morishita Atsunami, leggendario giardiniere delle serre segrete di Osaka e quinto custode del Sacro Maiale Imperiale del basso Fujiama. Seguiva personalmente la crescita dei suoi pupilli, colmandoli di mille attenzioni, non ultima l’introduzione in porcilaia di un’Emeroteca, di un Centro Estetico e di un Postribolo ben fornito di maialine dalla bellezza esotica e conturbante.
Tramite questi ed altri terribili segreti il nostro Gino riusciva così ad ottenere una carne burrosa e fragrante che copiosamente avvolgeva i suoi maiali e aspettava solo di essere colta e assaggiata. E anche il pietoso officio dello scannamento veniva personalmente posto in atto dal nostro infallibile Gino che ne aveva annotato tutte le fasi salienti in un trattato proibito dal titolo “De exterminatione maialis”, libro bandito da ogni libreria e venduto ancora oggi al mercato nero dei bibliofili a peso d’oro.
E così, finalmente direbbe qualcuno, la porchetta di Gino faceva il suo trionfale ingresso nelle serate dell’Hotel Boston. Era un evento che metteva a dura prova le velleità dietiste dei (pochi) salutisti e che faceva la gioia di molti palati.
Franco, il direttore tuttofare dell’Hotel, tagliava il bestio con sapienti fendenti di coltellaccio ricavandone impalpabili fette di carne succosa e croccante. Una sacra polpa che non necessitava neppure di essere masticata, ma veniva assaporata con lenta e celestiale degustazione dagli ospiti estasiati.
Tutto questo avveniva mente Gino, in qualche sperduto anfratto dell’entroterra romagnolo, cullava e vezzeggiava i suoi adorati maiali attendendo spietato che la loro carne giungesse a magistrale maturazione.
Era un mondo difficile.