Se dovessimo conchiudere in un solo istante Mauro Ciaroni di Misano Adriatico, diremmo: è un viaggiatore. A casa sua campeggia una riproduzione cartografica di ogni terra emersa e per ogni paese visitato c’è una bandierina rossa. Ad un’occhiata fugace non si distingono quasi più le brune terre dei continenti ma appare un globulo rossastro devastato dalla scarlattina. Mauro è stato in ogni angolo del globo che possieda un nome pronunciabile o intelleggibile. Un romagnolo panteistico e immanente.
Mauro Ciaroni è anche un benefattore. Termine quantomai ridicolo se pronunciato con una certa sussiegosa intonazione da telegiornale e financo abusato, di cui fatalmente ci si unge autoincensandosi con proclami spesso commoventi, costume e prassi di quel mondo popolato da santi e disinteressati filantropi che è la politica italiana. Mauro Ciaroni però è un benefattore nel senso meno politico e più etimologicamente autentico.
Ma prima di ogni altra cosa Mauro viaggia, o meglio dilata attraverso le distanze il suo desiderio di conoscere, di capire, di incontrare culture diverse. Un anelito antropologico che fa di lui un ricercatore del lucore etnografico che solo a pochi è concesso cogliere e custodire. Mauro insegue nei visi di chi incontra una bellezza perduta, sfuggente, non codificabile. Il suo occhio è scevro da ogni gravità. Una purezza lieve, adamantina che gli schiude i volti più segreti della gente che gli si fa incontro, gli permette di coglierne l’intima essenza. Una dimensione di viaggio sideralmente lontana dal fittizio fondale dei tour operator, enclavi prefabbricate, arbitrariamente impiantate in un corpo spesso estraneo, recintate come monadi a se stanti, senza alcun collegamento con il tessuto sociale o territoriale in cui sono inserite, mere macchine da soldi che volteggiano su paesaggi a cui non appartengono.
Mauro viaggia da solo. Il suo occhio cristallino ferma in immagini l’anima delle persone e dei luoghi, traduce in fotogrammi quella che la Gestalt definiva percezione. Ammirando un’antologia dei suoi scatti si cade nella catarsi di tutti questi splendidi visi, dei loro occhi che guardano muti: sguardi dall’Etiopia, dal Mali, dall’Uganda. Immagini di una bellezza dilaniante. Eppure Mauro mi continua a ribadire che non esiste abilità di un fotografo nel ritrarre un volto ma è la bellezza stessa di quel volto a impadronirsi dello scatto e a farlo rifulgere. Null’altro.
Ma Mauro non è solo un ottimo fotografo o un incallito viaggiatore, come si diceva. Mauro ha deciso di sfruttare questo suo amore per i viaggi e ha costruito qualcosa di veramente importante. Di seguito allego la notizia della nascita del Progetto Sofia, come è apparsa sulla Piazza, un quotidiano locale:
“La bellezza del bene è il “Progetto Sofia” di Mauro Ciaroni. Sofia è una bambina mora di 5 anni. Racconta il babbo: “Chiacchierando con lei c’è stato uno scambio: i suoi piccoli pensierini si sono intrecciati con i miei. Lei ha un salvadanaio per i bambini poveri. Ed è un fatto tranquillo, senza forzature. E’ una fiammellina dentro che ti dice che si può fare qualcosa per gli altri. E forse è anche un modo per ringraziare la gioia che mi dà la piccolina”.
Lo scorso ottobre, l’idea viene raccontata ad un amico. Si parte. Viene costruito un volantino e con questo Mauro Ciaroni si colloca in alcuni spazi pubblici e privati per raccogliere donazioni. Puntava ad un migliaio di euro. Ma Mauro è una persona bella, speciale, dagli occhi puliti.
Raggiunge una cifra ragguardevole, dieci volte tanto: circa 11.000 euro. Racconta: “La mia idea è molto semplice: basta un nulla per creare un bel pensiero. E questo nulla è diventato tantissimo ed ha rispecchiato un bel pensiero di Madre Teresa: ‘Possiamo fare tutti qualcosa di piccolo con grande amore. Ma insieme possiamo fare qualcosa di meraviglioso’. Per trasformare i fondi nel bene vero ho pensato di acquistare materiale direttamente in loco”.
La scelta del Mali e dello Yemen non è casuale, ma appartiene alla sfera delle passioni private di Mauro Ciaroni: viaggiare per scoprire popoli ed etnie. “Ho scelto il Mali e lo Yemen – continua Ciaroni – perché la conoscenza di questi grandi popoli, forti, fieri, mi mancavano”.
In novembre va in Mali. Visita tre orfanotrofi e lascia loro: quaderni, matite, penne, libri, giocattoli, coperte, cibo, speranza. Uno è stato fondata dalla signora Kadiatou Sanogho, che ha avuto due figli con problemi. L’associazione che se ne occupa si chiama Amaldema (Associazione del Mali contro la lotta dei problemi mentali dei bambini). E’ un autentico gioiellino d’accoglienza (curiosità: visitato anche Nelson Mandela).
La cartolina malese che Mauro si è portata nel cuore: ‘Ho trovato un’attenzione notevole verso i bambini. Lavorano per la loro salvaguardia. L’accoglienza ricevuta mi stimola a continuare ad aiutarli. Ho avvertito un sentimento vero. Mai avuto l’impressione di essere nel vuoto. Sensazione ricevuta in un orfanotrofio nello Yemen; fortunatamente ce ne siamo accorti e non abbiamo sciupato il nostro piccolo gesto. Dal Mali ho ricevuto sensazioni bellissime”.
Il secondo viaggio di Ciaroni, destinazione gli orfanotrofi dello Yemen, è avvenuto in gennaio. Qui ha fatto due tappe nei luoghi d’accoglienza. Ciaroni: “Gli arabi sono meno aperti, più diffidenti; però quando si aprono riescono a dirti molto. In un paesino del sud dello Yemen, a Mukala, c’è stata una vera e propri festa. Ed è davvero affascinante trovarsi in mezzo alle donne completamente velate che si aprono e si avvicinano quando, normalmente, fuori, ti schivano. Sono stati momenti di grande accomunamento. Segno che le culture possono convivere; insomma, è stata una bellissima finestra di dialogo, reciproco”.
Oltre agli orfanotrofi, Ciaroni ha consegnato viveri a 140 nuclei di profughi somali con 280 bambini: olio, latte, zucchero, riso, vestiti.
Una bella mano a Mauro Ciaroni è stata dato dall’amico Luca Bernesi, che a Pesaro, attraverso i bambini, ha raccolto quaderni e matite che sono stati regali ad altri bambini. “Quando in villaggi sperduti e deserto, regalavamo quaderni e matite i bambini ringraziavano con occhi felici: una sensazione unica. Ringrazio tutti coloro che mi hanno permesso di portare un po’ di felicità a bambini meno fortunati”.
Il progetto Sofia si è allargato anche ai bambini asiatici colpiti dal maremoto.
Ciaroni: “Il progetto avrà un seguito. L’esperienza mi ha fatto crescere. Tutte le volte che farò un viaggio ci sarà un aspetto d’aiuto verso i bambini. Intanto grazie agli amici, alle persone sensibili, aziende, enti pubblici (Banca Popolare dell’Adriatico e Comune di Misano Adriatico), il ‘Progetto Sofia’ è stato un piccolo grande miracolo di umanità e gioia”.
In totale Mauro ha raccolto 11.000 euro per gli orfanatrofi del Mali. Poi sono seguiti altri progetti, altri fondi raccolti: l’Uganda, l’Etiopia, lo Yemen con l’edizione yemenita del Times che gli dedica un articolo, e poi varie cene benefiche, come ad esempio quella in favore di Cometa Asmme per sostenere la ricerca sulle malattie metaboliche ereditarie.
Grazie per tutto quello che hai fatto e che fai, Mauro.
Autore: Marco
Ho latitato, lo confesso, da questo blog per un po’ di tempo, qualcosa come tre giorni che per me e la mia fluente prosopoea rappresentano una quasi-eternità. Principalmente la ragione risiede nel fatto che sono stato assorbito dalla realizzazione di un nuovo blog, Hotel Cattolica, creato su piattaforma WordPress. Un blog che ho inteso come organismo vivente che andasse ad affrontare problematiche turistiche strettamente inerenti a Cattolica ed alla sua realtà di Periferia dell’Impero e magari lanciasse un po’ di sassolini nella morta gora delle possibilità promozionali. A fronte di ciò vorrei eccezionalmente presentare un post estrapolato dal neonato blog che ritengo particolarmente significativo. L’articolo affronta la vexata quaestio del turismo congressuale a Cattolica e lancia una proposta che spero non cada nel vuoto.
Fatte le precedenti premesse [cfr. precedenti post ndr] e analizzando i dati si evince come Cattolica parta svantaggiata rispetto a Rimini e Riccione sul terreno del turismo congressuale. Il principale ostacolo rimane la distanza dal punto nevralgico del flusso turistico che rimane indubbiamente la Fiera di Rimini. Per un congressista, per un operatore fieristico o anche per un semplice visitatore rimane infatti la scomodità di soggiornare a 18 km. di distanza dall’evento che lo interessa, disagio che rimarrebbe anche in caso l’albergatore cattolichino si adoperasse per organizzare un sistema di trasporto idoneo. Personalmente ad esempio mi è capitato di prendere in affitto un piccolo pullman per venire incontro alle esigenze di un gruppo di congressisti che non volevano rinunciare all’ospitalità di Cattolica per il loro soggiorno. Ma si tratta comunque di casi di minore incidenza statistica rispetto alla maggioranza dei congressisti che preferisce soggiornare a pochi metri di distanza dalla Fiera.
Per questa ragione è mia convinzione che Cattolica debba puntare non tanto alla fiera di Rimini come remota fonte di presenze turistiche ma come autentico modello di ispirazione per realizzare, con le debite proporzioni, un’analoga risorsa sul suo territorio. Credo cioè che la strada da seguire sia non già quella di accontentarsi delle briciole dalle presenze congressuali riminesi, ma al contrario puntare ad organizzare eventi congressuali nel territorio di Cattolica e stringersi in sinergia con l’amministrazione comunale per realizzare un piccolo ma efficiente polo fieristico-congressuale che sappia specializzarsi in un determinato campo e divenga attrazione forte per un certo tipo di manifestazioni ad esso strettamente correlate. Per portare a termine questa sfida è necessario istituire come essenziale primo passo un ufficio che coordini gli sforzi di operatori turistici e amministrazione comunale e divenga punto di riferimento per la realizzazione, per la logistica e per la promozione. Una realtà simile è stata istituita con successo a Parma dove è nato il Convention Bureau, un organismo comunale con partecipazione privata che garantisce la promozione degli eventi congressuali attraverso un catalogo ed altre iniziative promozionali.
Chiaramente occorrono investimenti pubblici e privati per creare questa risorsa, che rimane una scommessa dell’intera comunità, e che non solo andrebbe ad incrementare le presenze turistiche ma, fattore ancora più importante, andrebbe a destagionalizzare l’offerta turistica di Cattolica apportando presenze certe lungo l’intero arco dell’anno solare. Quindi in sintesi: investimenti dell’amministrazione comunale e investimenti degli operatori turistici, andando a formare una holding di pubblico e privato che unisca i propri sforzi in nome degli interessi comuni.
La sfida a questo punto rimane da affrontare e vincere: sono convinto che la creazione di un centro congressuale a Cattolica sia tutt’altro che semplice da realizzare. Questo per la difficoltà endemica di Cattolica nel reperire spazi edificabili visto il suo esiguo territorio comunale e il suo altissimo grado di urbanizzazione. Ma forse la difficoltà maggiore risiede proprio nella mentalità di noi tutti: è difficile pensare di realizzare una realtà così complessa e vasta come un polo fieristico partendo dal nulla. Per questo rimane forte la necessità di creare inizialmente (e da subito) un ufficio che cominci a sensibilizzare albergatori, bagnini e commercianti sulla capitale importanza di una tale eventualità e su come sia necessario scommettervi tutti quanti insieme unendo i propri sforzi e sapendosi in questo modo ricollocare su un mercato in forte cambiamento come oggi è il turismo. Presentare un’offerta diversificata e il più possibile eterogenea e completa è a mio avviso l’unica carta vincente per opporsi alla cultura del low cost che così tanto duramente è andata ad aggredire e colpire a fondo il turismo italiano facendo vacillare la prima risorsa economica del Paese.
Cesare Zavattini fa parte di quella categoria di intellettuali che nel dopoguerra ha saputo ridare linfa e vitalità ad una nazione prostrata da una guerra spaventosa e dilaniante. Era un uomo eclettico, dai mille interessi, che distillò il suo talento visionario attraverso il lavoro di sceneggiatore per il cinema. Dalla collaborazione con Vittorio De Sica nacquero i capolavori neorealistici che tutti conosciamo: da Sciuscià a Ladri di Biclette. Fino alla sua morte, avvenuta nel 1989, collaborò a oltre 80 film con registi del calibro di Antonioni, Fellini, Rossellini, Germi, Visconti e molti altri.
Fu autore anche di libri scritti con mano lievissima, un piglio narrativo capace di sollevare il grigiore del quotidiano e di sublimarlo attraverso un’ironia mai gratuita, mai scontata.
Pochi forse sanno che Cesare Zavattini era anche un grande collezionista di opere d’arte. Ora grazie al Comune di Riccione e alla dottoressa Vittoria Coen che ne è la curatrice, esordisce il 1 aprile “De Minimis” una mostra ospitata presso i locali di Villa Mussolini a Riccione che raccoglie ed espone i piccoli capolavori presenti nell’archivio Zavattini. Si tratta di dipinti, bozzetti, disegni, schizzi ricevuti in dono dagli amici artisti. Si potrebbe quasi definire una cronistoria per fotogrammi d’autore: dal dopoguerra ai nostri giorni.
Di seguito allego il comunicato stampa con cui il sito culturale del comune di Riccione ne da notizia:
“Cesare Zavattini uomo poliedrico. Bisognerebbe parlarne al plurale”. Inizia così la presentazione della dott.ssa Vittoria Coen, curatrice della mostra che racconta il percorso collezionistico di una delle personalità creative più vitali del secolo da poco trascorso. La collezione di “opere minime”, perché misurano solo cm. 8 x 10 ciascuna, nasce all’inizio degli Anni ’40, quando Zavattini ricevette il bozzetto di un dipinto di Massimo Campigli, artista da lui particolarmente stimato. Dai carteggi con il noto gallerista Renato Cardazzo emerge, infatti, fin da allora, l’amore per il piccolo formato. In effetti da molti è stata notata l’affinità con il fotogramma cinematografico, come se questa raccolta fosse il risultato di un unico e variopinto percorso visivo.
In un’ epoca caratterizzata dalla serialità e dalla sterminata riproducibilità artistica, il collezionista Zavattini voleva ancora opere uniche, pretendendo l'”aura”, l’impronta dell’artista: un piccolo capolavoro può rivelarsi, infatti, anche in pochi centimetri. Ecco, quindi, che dipinti, disegni, collages, per un totale di 360 opere, provenienti dal Museo d’arte delle generazioni italiane del ‘900 “G. Bargellini” di Pieve di Cento (Bo), riveleranno un campionario di tendenze, di movimenti, di inclinazioni anche singole, di tanti artisti che hanno cercato la loro strada nel calore delle dialettiche vive o/e nella propria solitudine riflessiva.
Vi sono ritratti e autoritratti, paesaggi e composizioni astratte degli amici e di alcuni protagonisti dell’arte italiana del XX secolo, da De Pisis a Marini, da Manzù a Fazzini, da Ligabue a Rosai e Melotti, fino ai più vicini Lombardo, Mambor, Fioroni, per citare solo alcuni fra i nomi in mostra.
Lo scenografo, il pittore, il grandissimo esponente del Neorealismo italiano collaboratore, fra gli altri, di Antonio De Sica [in realtà Vittorio ndr] per molti suoi film, si scorgono in questa scelta articolata.
Una collezione eclettica diviene lo specchio di una personalità così versatile, quale è quella di Cesare Zavattini, e nello stesso tempo rappresenta un viaggio nel tempo che coglie attentamente alcuni momenti della nostra storia, visti attraverso lo sguardo attento degli uomini sensibili.”
Organizzato da: Comune di Riccione – Assessorato alla cultura
Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini
Quando: 1 aprile – 13 maggio 2007
Dove: VILLA MUSSOLINI- lungomare della libertà
Info: Assessorato alla cultura – tel.0541 608285 -83 (ore 8-13)
Villa Mussolini – tel 0541-601457 (giorni di apertura)
[in apertura un’opera di Renato Mambor]
Terziario Arretrato
Ho convinto Fragola a scucire qualche brandello di conversazione strappato all’etere e diligentemente imbottigliato, catalogato e conservato in qualche oscuro file della sua cantina virtuale. Per farlo gli ho straparlato del blog come mezzo ideale per la diffusione o l’implementazione o quel che più gli piaceva della sua Creatura Dialogica Perfetta. Ha vacillato poi ha bofonchiato di una comunicazione a senso unico: “no, no, non c’è alternanza dialettica nel blog, mi pare… cheeee… non vadaaaa…”, allora ho inferto il colpo fatale parlandogli di come la gente che legge il blog interagisca con l’autore tramite i commenti, “Ma tu li puoi censurareeee…” “No, mio dolce Fragola, ho scelto l’opzione della pubblicazione immediata, tutto passa, tutto appare, la censura la lascio ad altri”. Infine è crollato e mi ha passato un paio di hard disk, dopo un’attenta cernita tra i suoi scaffali.
Ok, lo so, è abietto, a ben pensarci è addirittura morboso, però è anche infinitamente affascinante. Chi ricorda la rubrica “Terziario Arretrato” sull’indimenticato Cuore in cui campeggiavano stralci di conversazioni telefoniche intercettate con i primi scanner e sadicamente esposte al pubblico ludibrio? Era la prima cosa che andavo a leggere, tutta d’un fiato. L’altalena dialogica, il botta e risposta, le rivelazioni intime, i segreti confidati, le ingiurie, gli amori invisibili, le imprecazioni, la lingua italiana presa a calci. In una parola: il Logos denudato e imbrigliato. A proposito di Cuore, parenteticamente ne saluto una delle redattrici: Lia Celi, riminese e mia conterranea. Ho inserito il suo blog, da poco scoperto, qui a fianco, nella sezione Blogroll. Ciao Lia, è bello sapere che scrivi ancora.
Dunque si parlava delle due botti di fragolino. D’ora innanzi il bottino di questi due hard disk fragoleschi andrà sotto l’egida del tag “Terziario Arretrato” in onore della creatura di Serra, Aloi e Paterlini.
Ed ora, signore e signori, passiamo al piatto forte del post, si tratta di una comunicazione tra due telefoni cellulari, la zona è il Nord Italia, le identità e i numeri di telefoni sono… ok, stavo scherzando, questi dati ovviamente non li inserirò. Buon ascolto, ops, lettura.
– Oh buongiorno Custode mio venerandissimo, come si preannuncia la giornata?
– Umpf, mancavi solo tu…
– Ti sento maldormito, o Arcigno.
– [doppio] Umpf…
– Qualcosa ha per caso profanato l’augusto sonno del nostro sommo…
– Allora, dimmi che hai in mente senza tanti giri di parole.
– Ma nulla, stavo solo porgendoti i miei omaggi. Mi apprestavo giusto ora a una passeggiatina fuori e ti chiamavo appunto per…
– Ah ah ah eccoci. No, no, bellino. Dopo il fatto di Santabarbara e la lavata di capo che mi sono sciroppato da qui non esce più nessuno senza il Visto. Ce l’hai, tu? Allora presentalo in Foresteria e non ci saranno problemi.
– Ma via, tra noi uomini di mondo non vorremo mica frapporre questi scartafacci da burocrati…
– Seee, così magari succede come l’ultima volta che ti ho fatto uscire senza.
– Nessun problema, ho la mascherina, devo solo indossarla.
– Ahr ahr, l’indossavi anche durante la tua ultima “passeggiatina”, mi pare…
– Ma sì, ma sì, non so come, mi era scivolata giù senza che me ne rendessi conto.
– Ahr ahr, e nel frattempo hai fatto svenire due massaie, causato un incidente con relativa paralisi di tutto il traffico del Quartiere, e, dulcis in fundo, ti sei fatto quasi linciare come un emerito imbecille. Ahahah uhhhh…
– Sì, d’accordo però è finita bene.
– Se lo dici tu. Comunque, guarda caso, quelli del Secondo Piano mi hanno esplicitamente incaricato di dirti che non verranno a tirarti fuori dai bassifondi una seconda volta, caro il mio signor duenasi.
– Facciamo così: tu esci nel parco e distrattamente lasci per un attimo il cancello aperto, poi altrettanto distrattamente ti giri a dare un’occhiata alle petunie…
– Niente da fare.
– Tu lo sai bene, a parte l’ultima volta, non ho mai causato problemi, ti assicuro che non mi noteranno neppure strisciare.
– Sì certo, con quella palandrana da becchino, figurarsi… Dimmi un po’, ma pare a me o ti sei un po’, come dire, incurvato?
– Che vuoi dire?
– Mah, ti vedo più massiccio e un tantino più, uhm, inclinato in avanti.
– Boh, non capisco che vuoi dire.
– Mmm, neanche io in effetti, dipenderà dal tuo faccione abbrustolito che non riuscirò mai a digerire.…
– Ti ringrazio, lo prendo come un complimento.
– Piglialo come vuoi e dove vuoi, basta che ti levi di torno.
– Ah ma allora fai sul serio.
– Ho la voce di uno che scherza?
– Va bene, allora devo proprio rivolgermi a quelli del Secondo Piano…
– Ecco bravo, vai a rimediare il Visto, poi te ne potrai andare dove ti pare.
– Mi costringi alla ritorsione.
– Ah sì? E che mi farai? Uno starnuto bifronte in piena faccia?
– Mah. Credo che… mi vedrò costretto a ordinare al Fluido di sospendere le sue fiabe notturne e di starsene tranquillo nel suo lettino, invece di venire a stupirti nottetempo sulle virtù dell’acqua.
– Che c’entra questo? Che fai, mi ricatti?
– Dio me ne scampi! Ma tu sai l’ascendente che ho sul Fluido, basterebbe un sussurro e niente più minutissima iconografia del bestiario ittico nel metapensiero, niente più miti, misteri e tesori sommersi, basta con gli idraulici onnipotenti o i compendi di Fisica Marina, definitivamente troncato anche il progettino, che credo ti stia un poco a cuore, del Depuratore Universale, eh già, perché quella faccia? Mi racconta tutto il nostro comune amico, sai?
– [incomprensibile] [cade la linea]
Il climax di un ricevimento
Quattordici anni fa un uomo che ha soggiornato in hotel ha lasciato in custodia un manoscritto. Lo ha semplicemente abbandonato nelle mani di mio padre con la preghiera di custodirlo e consegnarlo alle stampe in caso lo ritenesse opportuno. “E’ meglio che lo tenga lei, io… per vari motivi… non potrò più soggiornare qui, nè godere del piacere della sua compagnia e della sua ospitalità. Mi piace sapere che ce l’abbia lei. Se vuole lo legga pure, è una specie di diario in prima persona, una cosa abbastanza intima. Eppure non mi disturba affatto l’idea che lo legga. Ora la saluto, ho il taxi che mi aspetta.”
Oggi, a distanza di tanto tempo, scorrendo un quotidiano ho rinvenuto in cronaca il suo nome, in uno di quegli articoli ricchi di particolari da grand guignol per ammorbare e avvincere in una grottesca spirale di sangue. Il suo nome associato all’abusata perifrasi “trovato morto in circostanze misteriose”. Sono rimasto inerte, con il giornale sperperato tra le dita, come ghiaccio secco.
Quindi la decisione. Stabilisco seduta stante e unilateralmente di pubblicare il suo diario rilasciando questa gaddiana matassa di bit nel lento inesorabile fiume della rete. Lo diluirò in più post che etichetterò con il tag “Il Manoscritto”, non posso/voglio essere più didascalico nè fornire dati sensibili, spero che capiate, è la deformazione professionale dell’albergatore che intende tutelare la privacy (l’ultima, la più solenne) del suo cliente, e non importa se questi abbia già schiuso lo sguardo sui deserti che solo la morte, con studiata pietà, fa correre via a perdifiato. Nel ricopiarlo rimarrò fedele ai (rari) refusi, alle incongruenze e ad ogni altro genere di errore. Insomma cercherò di mettere in piedi un’operazione filologicamente rigorosa, attenendomi il più possibile allo spirito in cui il diario è nato ed è stato scritto. Salvo poche eccezioni lo stile risulta quantomeno onirico e surreale, una specie di flusso di coscienza in prima persona, redatto da un uomo di evidente cultura e raffinatezza, un uomo, se posso aggiungere, dolorosamente instabile negli affetti e nel rapporto con il Reale. Le pagine sono interamente vergate a mano con una calligrafia cesellata, sottile e ordinata. Il primo paragrafo reca l’indicazione “Il climax di un ricevimento”.
“La punta del cacciavite è scintillante, perfetta, senza colpa. Nell’abisso della tasca è il sesto dito di una costellazione sprofondata.
Seguo il tortuoso viottolo trapuntato di melograni oltrepassando geodetiche azalee. Conduce inerpicandosi al casolare, ne distinguo già il profilo scivoloso. In alto, tra uno squarcio di nubi, stentano le triangolazioni degli equinozi e più su le prerogative astromantiche. Ma qui, sull’espansa terra, mi attendono una pinta di birra e due capezzoli smaltati, più oltre un vocio balanico di feste concentriche, e panettoni di pasta zincata in guisa di falsa gelatina, e torme di commensali sordi al cibo, rovinati tra cosce non ancora lascive. Mi fermo per un attimo e penso, anzi decido: non devo deludere questa folla festante. Riprendo il cammino beffato dall’incrocio d’ombre, di rami e disordini aerei. Cric croc, i passi guazzano tra cicatrici di vetro e profilattici a listelli, sperperati sulla veranda come bossoli esplosi a caso.
Dove sei, mia Signora? Giro tra i banchi di uomini e mi sento un essere di creta imbevuto di bassotuba e salatini, un nuotatore sciancato sulla coda di balsamiche correnti. Ma perché non mi scivoli incontro con quel tuo modo oleoso di precipitare discorsi evocando cadaveri di luna?
La musica non mi sporca, questo no, grazie a Dio. Eludo financo la luce per concentrarmi sui discorsi miagolati in un unico possente equivoco. Rimbalzano le parole come nani tarantolati, si azzuffano in volo creando frangenti sussurrati, polittici di caccia alla volpe-parola, già stinti e di nuovo campiti da una forza instancabile. Una cattedrale del gossip.
E naturalmente bevo perdendo falcate di buonsenso, e chiedo, anzi imploro il mio io catodico di stornare il vero dal falso alcolettico, perché il punto focale è che non riesco a sintonizzare il suo volto mentre mi aggiro tra queste cariatidi che faticano a trovare una posizione, e balzellano, hop hop, da un piede all’altro, glissando sulla loro inerzia. Facce su facce, visi nei visi. Estasi dinamiche nel mio Tempio Etilico mentre attingono al Mosto fluescente delle mie inferenze… Abitanti del mio paese, maschere plasmate dalle mie dita: ognuno di loro mi appartiene, da sempre.
Stringo il cacciavite e intuisco che potrei, facendo finta di nulla, andarmene, senza che nessuno mi abbia mai visto nè notato: fantasma tra i fantasmi. Ma no, invece. Sto prendendo forma e con essa un briciolo di coraggio. Piano piano. Mi staglio in rilievo. Ho un’ombra. Posso essere guardato.
L’alcol è così: come un titano in una trincea che a forza di assestarsi, ti modella un tantino più grande, ancora un po’ e un altro pò, finché eccoti metabolizzato sul modello di crescita di tutt’altra genia, una razza spesso scintillante, certo, ma completamente avulsa a tutto, impermeabile e conclusa, una zuppetta aliena buona magari per stupire le fanciulle al sesto mese di gravidanza, ma niente altro.
Ed eccola finalmente, mia Signora, come luce disegnata, come aria di neve… Eccola a me… Ora la raggiungo, qui davanti a tutti prenderò a starnazzare come un Gran Buffone fino a sgraffignarle l’alito stesso, fino a stupirle il respiro.
No, niente da fare, bisogna prima disperdere il capannello di mosconi che le gravita intorno, ma l’orbita che seguono andrebbe ridisegnata e scagionata per poterne dirimere il ciclo, il fatto è che non ho ASSOLUTAMENTE uno strumento adatto, o forse… potrei… potrei usare la punta del mio cacciavite.
Oh no.
Schizza scarlatta una viscida salsa, spremuta di fuoco, archetipo rosso, acceso rubino, e porpora, più scura, velata d’arancio, vermiglio zampillo, cremisisprizzante.
Il mio cacciavite scava testardo nel cerchio della sua carne fino a raggiungere e guadare il cuore. Ed eccola già caduta, sfiorita, il viso volato nello stupore anemico dell’ultima facezia sussurrata a chissà quale moscone. Lievemente stupita di andarsene, così, nella farsa di una festa di troll. Tutto si fa pietra.
Gli altri – le statue – la urlano morta.
Una lunga parentesi di agonia bianca.
Ancora urla, foderate, liquide, dissolte, spente.
E io…
Io non ci sono.
Non più.”
Domani, venerdì 23 marzo al Teatro Massari di San Giovanni in Marignano (RN) nell’ambito del cartellone jazz proposto per la stagione 2006/2007 da Melodica si conclude la rassegna di jazz acustico con i paesaggi sonori del Massimo Minardi Quartet e l’eclettico sax di Dimitri Grechi Espinoza.
Venerdì 23 marzo, a partire dalle 21,30, il piccolo Teatro Massari di San Giovanni in Marignano (RN) sarà dunque pervaso dalle note del Massimo Minardi Quartet. Un combo di stelle del jazz italiano, e non solo, che vede il chitarrista milanese Massimo Minardi affiancato da Dimitri Grechi Espinoza (sax alto), Tito Mangialajo Rantzer (contrabbasso) e Massimo Pintori (batteria)
Massimo Minardi è uno dei chitarristi jazz italiani più intraprendenti. Chef di alto livello, cesellatore di ricami sonori preziosi, alterna esibizioni dal vivo a periodiche clinics (lezioni suonate) presso istituzioni musicali italiane ed europee. Da diversi anni ha allargato i propri orizzonti musicali al mondo latino americano e avviato un lungo sodalizio artistico con la cantante Adi Souza. Dalla fine degli anni ’90 ha dato vita ad un affiatato trio con il poderoso contrabbassista Tito Mangialajo Rantzer e lo spettacolare batterista Massimo Pintori. Formazione aperta alle partecipazioni esterne come quella, frequente ed efficace, del sassofonista di origini russe Dimitri Grechi Espinoza, nome che negli ultimi anni sta godendo di una popolarità crescente in quanto autore di un’interessante ricerca musicale sul rapporto tra jazz, tradizioni afroamericane e contaminazioni blues.
Titolo della serata al Teatro Massari sarà (H)ope’n Standard, derivato da uno dei più riusciti album della formazione: (H)ope’n Space. Un titolo che preannuncia un repertorio che sorprenderà il pubblico grazie ad una rilettura non convenzionale dei temi classici del jazz d’autore. Paesaggi sonori tradizionali e innovativi al tempo stesso per un’ultima serata della stagione di Melodica Jazz all’insegna dell’eclettismo e della libertà interpretativa.
Ieri mattina alle ore 12.00, presso la sala Buonarrivo nella Sede della Provincia di Rimini, è stato presentato in una conferenza stampa il nuovo network di blogger ospitato sul portale della Provincia di Rimini. Andrea Gnassi, assessore provinciale al turismo ha presentato il progetto, in collaborazione con Valerio Lessi, curatore, e Marco Barulli, consulente tecnico. La scommessa è quella di raccontare una Riviera riminese che non viva soltanto nelle fredde parole del marketing per la promozione turistica, ma che invece venga raccontata da chi la vive in prima persona attraverso lo stile personale e intimistico che solo il blog può conferire al racconto. L’obiettivo è quello di fornire un’immagine più autentica della Riviera romagnola , se vogliamo meno patinata ma più genuina. Si cercherà in questo modo di accostare a Rimini e alla sua provincia (Riccione, Misano Adriatico, Cattolica in primis) un target turistico più giovane e intraprendente, una categoria che pianifica le proprie vacanze attraverso l’attento vaglio delle fonti in rete e fa ampio uso dello strumento del blog per raccogliere le proprie informazioni ed orientarsi per la scelta finale. Hanno partecipato all’evento anche alcuni dei protagonisti del progetto, ovvero i bloggers: il già citato Valerio Lessi, Lui Tasini, Marco Belemmi (il sottoscritto), Michele Galluzzi, Chicco Giuliani.
Lateralmente all’esposizione di questo progetto si è ritornati sulla polemica Italia.it e Provincia di Rimini partita proprio dal blog di Valerio Lessi e rimbalzata anche su questo blog. Gnassi ha confermato l’adesione della Provincia di Rimini al RItaliaCamp, un campus, o come si preferisce definirla con un’audace litote carroliana: una nonconferenza (ricordate il noncompleanno del Cappellaio Matto?) aperta a tutte le teste pensanti per riprogettare Italia.it e fornire al Paese un portale turistico degno di questo nome. L’evento è previsto per il 31 marzo presso l’università Bicocca di Milano.
La Zudrona
Questa storia incomincia nella parte più vecchia di Cattolica, nominata con una tautologia squisitamente romagnola “la Cattolica Vecchia”. Un quartiere la cui anatomia si impernia sulla spina dorsale di Via Pascoli e si innesta solo in parte nel centro vero e proprio di Cattolica, sfiorandolo in Piazza Nettuno con una fugace carezza, per poi abbandonarlo a se stesso nell’algida perfezione di via Bovio. Una contrada avulsa dai patinati marciapiedi del centro rimodernato, una creatura sbrecciata che se ne sta acquattata nell’ombra, come i sostegni metallici dietro i Saloon di cartone che facevano da fondale agli spaghetti western. Questa storia non poteva che nascere là: dove le vie si fanno esili lombrichi che si avvolgono intorno a un’improbabile collinetta che culmina con l’erta di Piazza del Mercato Coperto, andando solo a lambire Palazzo Mancini, così come una tangente rincorre vanamente l’infinito.
La Zudrona abita qui dunque. Un buco di monolocale incastonato nel tessuto zuppo di storia della Cattolica Vecchia più ermetica e torbida, “là dove il sole non batte mai, nemmeno la domenica”. La Zudrona è un’anziana signora assediata dai gatti e dai ricordi e la sua casa brulica di aporie temporali. Vive con la figlia, la Zudrina, un asessuato aforisma di ragazza, non bella ma comunque remotamente idonea a sollevare dietro sè una murmure coltre di gossip, elemento di cui l’atmosfera romagnola risulta ferocemente satura. A tal punto che qualche Corifeo municipale ha da poco invocato a gran voce le targhe alterne per porre fine allo scempio inquinante. Le due donne agli occhi assetati dei concittadini risultano un binomio granitico che non ha relazioni con il mondo esterno nè si adopera per cercarle, circostanza quest’ultima che per il mondanismo cittadino risulta oltremodo abominevole, certamente da bolla di scomunica, quantomeno da anatema monitorio.
Incidentalmente la Zudrona emana un tanfo disgustoso, indecifrabile nel suo misterioso bouquet, eppure ugualmente letale. Quando la donna varca il sacro soglio di San Pio V – il duomo di Cattolica intitolato al santo pontefice cinquecentesco, patrono della città – e s’insedia nella sua solita panchina, tosto gli incarnati sfioriscono, le rose spampanano e i sommessi sorrisi si fanno di cenere muta. Un odore dolciastro è l’avamposto dell’esercito zudronico: ti illude, ti mette quasi a tuo agio, un relax vigile, con ogni riflesso all’erta e pronto a scattare. Poi ecco lo sfacelo di ogni percezione olfattiva, come il riso d’un bimbo, improvviso e senza scampo.
Sia detto per amore di verismo narrativo: la figlia è invece certo che non puzzi, o perlomeno resiste eroicamente. Il suo ph non si piega alla tirannia degli olezzi materni, ma ne è tenuto in cattività e giace inesplorato sul fondo dell’abisso.
Ma veniamo al punto. Da qualche tempo Bargnocla, il garzone del fornaio, si è innamorato della Zudrina e la tempesta di rosette, ciabattine e maritozzi. Al posto dei fiori, o dei cioccolatini. Una tempesta di glutine che si abbatte sul monolocale delle due donne come una dieta esplosa a mezz’aria. Un’orgia di miacetti, di strozzapreti, di spianate, di bomboloni caldi, di tagliolini, di filoni toscani, di panini alle noci, di sfilatini e baguettes.
Alla fine la Zudrona ha alzato bandiera bianca, più che bianca verrebbe da dire infarinata. E ha mollato la morsa rilasciando la figlia come un candido fazzoletto strappato dal vento. Vinta dall’età e dai farinosi tranelli del buon Bargnocla. E come ogni finale hollywoodiano che si rispetti anche qui spareremo un happy end da paura: la cartolina finale reca l’effigie della Zudrina biancoflautata mentre se ne esce dal biemmevù preso a nolo, scortata da una Zudrona zarina e first lady, regina e gran madre, che guarda e non guarda la folla che le fa ala sul sagrato. Bargnocla attende compunto, le efelidi che trillano al sole di maggio, un vestito inamidato di foggia surrealista.
Li lasciamo così: per amor di discrezione, mentre un brivido dilaga tra i nasi dei convitati e li costringe alle lacrime, diranno poi “di commozione”.
Il diaframma delle palpebre si schiude con uno squittio, come un ratto metallico.
Dal buio stralcio forme e arcipelaghi di figure. Ma anche un contorno di albe, una caligine, un neon verdastro che gracchia e piglia strane strade senza badare a nient’altro che all’intermittenza del rischiarato.
La cella contiene pareti. Bestie senzienti, spoglie, inodori.
Qualcuno arpeggia uno sguardo, nascosto, invincibile agli occhi.
Mi sdraio supino. Mi sollevo, guardo un nonnulla, di nuovo poso. Prigioniero dietro specchi senza riflesso, calcinacci oscuri e indecifrabili che s’ammantano di follia e di maculati nascondigli. Incatenato ai miei sensi vacanti. Senza una goccia di mondo. Terapia e supplizio del tempo.
Me ne sto addossato ad uno dei quattro muri e mi tengo aggrappato ad una lieve imperfezione della pietra, mentre in segreto la parete reagisce rilasciando i suoi nervi, facendomeli oscenamente balenare.
Si sono mossi in tacita sincronia, senza il minimo rumore: mi hanno preso e sollevato di peso. Mi hanno alzato nell’aria , quasi un trofeo sbilenco da portare in trionfo. Ecco… Di nuovo… Batte un colpo, tum e ancora tum tum: i loro gravissimi passi? Oppure un timpano dentro la mia solitudine? E se fosse soltanto il pensiero che ciondola di stanza in stanza? O magari una folla che inneggia a …? Dov’è la pietà? E’… Frusciata via… in mille petali di pietra pomice, in questo paese lacerato dai lutti e dall’odio…
Calma. D’ora in poi dovrò serbare le ipotesi: non ho che me a drenare topografie allucinate ed esse saranno di fatto il mio unico spazio transitabile. Dovrò spendere con cura la mia fantasia.
Lo spazio… Devo fare i conti con lo spazio… Questo mio corpo non ha strade: uno, due, tre, quattro, cinque metri quadrati imbottiti di universi inaccessibili, arroventati e deformati da una violenza che illude abilmente le distanze, si prende gioco di loro.
La realtà non è che il continuare a ruminare aria, in autistica, pietrificata asfissia. E quando accade che l’ultimo alito evapori per autocombustione o superno volere, ridipingo tutto a memoria, coi polmoni contratti, senza un briciolo di dignità.
Silenzio, eterna stasi, s’apre quasi alla voce un respiro, non è che lo spazio, fuori, che ride e forse sciama e certo risponde alle giocate di uomini e cose.
Ollivud
Ollivud era il cinema. Un uomo, un divo. Una faccia da baci che faceva trasecolare le donne, o meglio una certa categoria di donne: quelle giunte ad una certa stagionatura, per cui non era più ragionevole indovinarne l’età vista l’inefficacia di ogni più elementare inferenza basata sull’esperienza virile del maschio medio. Donne, si diceva, orrendamente sensibili al suo fascino d’impomatato ultra cinquantenne un po’ pingue ma con una carriolata di charme che rilasciava nell’aere come un odore felino di randagio in calore. Un ormone psichedelico che vorticava su Cattolica e impazzava dal Porto al Ventena, dai Guaz ai Muntalèt, e indugiava sui visi imbellettati delle femmine carezzandole come seta ipnotica e maliarda, lasciandole nell’empasse di una carica erotica pulsante, insostenibile.
Ollivud non aveva usurpato il proprio soprannome ma se l’era guadagnato sul campo. Recitando. Comparsando. Presenziando. Partecipando. Apparendo. Film di varia levatura, tutti girati in un raggio di non più di 5 chilometri da casa sua. Non che Ollivud non avesse provato a sprovincializzarsi arrivando persino a varcare i dorati cancelli di Cinecittà nella speranza di un’infima particina, ma senza successo. La sua effimera gloria di celluloide l’aveva vissuta esclusivamente sul suo terreno. Il suo maggior vanto era una fugace parte in un film di Bellocchio girato a Cattolica a cavallo degli anni ’90. Una sola scena in verità, senza battute, pochi secondi di estasi mimica. Una sola scena, ma molto intensa, di più: memorabile. L’inquadratura si apriva su un cortile affollato di vecchi cadenti, incanutiti, curvi sulle proprie vite, una carrellata lentissima, esasperante. Poi con violenza la cinepresa strambava spostando il suo occhio languido su di lui. E Ollivud si apriva al dramma come un arpeggio di chitarra repentino e bellissimo, e vorticava al centro della scena come un derviscio, e ad un tratto apriva le braccia quasi liberato dalla soma esistenziale, da ogni umano fallimento, e pareva… volare… e librarsi leggero… su… su… lieve… fino alle profondità nascoste del cielo.
Ollivud, penso tu sia arrivato ora. Che fardello per noi che restiamo pensarti più leggero dell’aria, più vago d’un lembo di nube, aperto spazio tra gli spazi. Ciao Ollivud.