Archivio della categoria: Speculazione

Un approccio fenomenologico alla Poesia

giorgio-caproni

Giorgio Caproni

Accostandosi alla voce multitonale di un poeta occorre trovare un appiglio metodologico che valga a districarsi tra le sterminate sfumature timbriche che investono il lettore. Luciano Anceschi, in un suo luogo particolarmente illuminante, afferma: “l precetti, le norme, gli ideali, e, in genere, le istituzioni che i poeti propongono [...] risuonano liberamente nel corpo sempre in attesa di sollecitazioni della poesia, si muovono nella comunità dei poeti tra accettazioni, rifiuti, sempre con variazioni liberissime in un movimento che non tollera soste”‘. Con quest’indicazione programmatica si chiude la pars costruens de “Gli specchi della poesia” e, più in generale, una lunga stagione di ricerca speculativa inaugurata nel I936 con “Autonomia ed eteronomia dell’arte“. Tale consolidato impegno teoretico, quale risulta dal brano citato, ci fornisce gli elementi determinanti per intraprendere un viaggio sicuro, indirizzandone opportunamente la rotta. E, a volersene immediatamente avvalere, se ne ottengono le prime insostituibili rilevazioni procedurali.

Innanzitutto sono poste in luce le sovrastrutture poetiche con le quali il poeta sancisce un proprio statuto letterario, una regola privata che indaga il senso stesso dell’operazione in corso lasciando al critico una sorta di modus operandi ove sia possibile individuare un filo conduttore, un motivo ritornante. Tali sovrastrutture si ripartiscono, secondo la lezione anceschiana, in precetti norme e ideali che insieme vengono a costituire il percorso formativo del poeta e nel contempo il suo esplorare il proprio lavoro nell’attimo stesso in cui esso si compie. Questo magma di intenzioni e propositi ristagna e fermenta relandosi con altri sistemi esterni, venendo ad erigere uno sterminato edificio di connessioni che si concreta, vive e apre nuovi snodi strutturali nell’esercizio ultimo dello scrivere poesia, andando poi a realizzare un’identità poetica nuova ed irriproducibile.

Addentrarsi in questo complesso ecosistema significa dunque dipanare l’intreccio delle relazioni, seguire con scrupolo fenomenologico ogni ramificazione e verificare ogni segmento connettivo interno ed esterno: nella consapevolezza di analizzare una prospettiva in perpetuo divenire, mai consolidata. Con queste prime scarne indicazioni di base è già possibile avvicinare un testo poetico e sondarne rimandi e punti di fuga nell’ottica di una lettura fenomenologica, tesa quindi a inseguirne il crepitio concettuale nel corso del suo itinerario, in un dedalo ove la molteplicità assume valenza di connotazione morfologica e carattere di qualificazione ermeneutica. E l’autore stesso, Demiurgo di questo piccolo universo, viene a contenerlo e a significarsi nei suoi infiniti riflessi prismatici, quasi creatura del proprio molteplice creato, cellula intessuta d’eventi che rincorrono il proprio farsi. A tale proposito Italo Calvino avverte gaddianamente il suo uditorio nelle ‘Lezioni americane‘: “Chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”. E più fermamente Paul Valery ribadisce: “lo non faccio un ‘Sistema’ -il mio sistema- sono io”.

ln questa direzione è pertanto necessario muovere i primi passi. Ove cioè sia possibile cogliere nel poeta la consapevolezza del proprio fare nel momento in cui questo entra in collisione dialettica con i sottoinsiemi di un sistema multivoco, dialogico, poliprospettico, quale insomma lo indicava Michail Bachtin individuandone i connotati essenziali nella pluridiscorsività stilistica del romanzo. E proprio questa sorvegliata coscienza progettuale sintonizza il poeta sulla medesima lunghezza d’onda del critico. Egli, in quest’ottica, si pone dinanzi al suo lavoro con atteggiamento disincantato, andando risolutamente ad individuare e scandagliare le voci della propria anima (Machado, in un verso non a caso caro a Caproni, intese questa introspezione come un attento sguardo alle ‘secretas galerias del alma‘). ln tal merito si pronuncia puntualmente Giorgio Caproni: “Penso che un critico abscondítus sia sempre presente nel poeta. In questo senso il poeta è sempre uno e bino. E’ sempre vigile in lui il critico di se stesso (un critico inconscio, forse) anche e proprio quando egli sembra più abbandonato al raptus”.

Questa scoperta di un universo bipolare, dove invenzione e lezione si cingono indissolubilmente, è intimamente viva in un poeta straordinariamente introspettivo e problematico qual è Giorgio Caproni. ln lui la scoperta del proprio fare diviene rifrazione dell’impalcatura poetica: se è possibile ulteriore divaricazione di capisaldi tematici di per se già ampiamente fecondi di rimandi e valenze. Il suo sistema assume così le coordinate di un immenso crocicchio dove le direzioni possibili differiscono e ritornano a se stesse in una reversibilità pressoché perpetua. E un tale sistema arriva inevitabilmente a configurarsi come contenitore dei vari io (mézigues li ribattezza Caproni prendendo a prestito il termine da Céline) che ne hanno calcato gli innumerevoli sentieri: ne scaturisce un pulsante e quantomai instabile profilo interiore. Ed è il poeta stesso a tracciare tale fisionomia e ad inseguirla circolarmente con i propri versi, a farsi personalmente ‘altro da sé’: “si arriva così al paradosso che quantopiù il poeta si immerge nel pozzo del proprio io, tanto più egli allontana da se ogni facile accusa di solipsismo: appunto perché in quella profondissima zona del suo io è il noi: un io che dalla singolarità passa immediatamente alla pluralità”.

La riflessione sul proprio fare diviene dunque in Caproni ontologia portante di tutta la sua opera, ove per ontologia s’intende un’indagine sistematica intorno all’essere pensante che crea e ritrova la propria identità attraverso le tappe di questa ascesi creativa. Compito del poeta è dunque farsi largo in una pluralità di mézigues che è propria di chi creando percorre e persegue una personale euresi poetico-speculativa. ln ogni suo lavoro Caproni si troverà a rincorrere un nuovo se stesso, un volto prefissato, quasi che ogni sua fatica letteraria risulti un gradino verso un identità sfocata e inconoscibile. sempre entro gli argini di una mai assopita razionalità indagatrice. Caproni, specie nell’ultima fase della sua parabola poetica, costruisce un sistema che individua e persegue alcuni precisi propositi. Puntando il suo sguardo verso se stesso ritrova le schegge dell’intera umanità franta e dispersa nei corridoi dell’anima, rinviene la tremolante presenza-assenza di un Dio sempre sul punto di essere raggiunto, rintraccia le coordinate topografiche dell’indicibile, del ‘non giurisdizionale’. Tutto ciò avviene grazie a quell’istinto progettuale che fa di Caproni un poeta sempre alla ricerca di un obiettivo da cogliere, quasi mai abbandonato al puro godimento estetico, un teoreta che innanzitutto affila le armi immediatamente fruibili tra il suo vasto arsenale: quelle dello stile e del metro.

Si scorrano alcune dichiarazioni di Caproni che risultano significative di tale coscienza progettuale e insieme di un tentativo di avvicinarsi ad una vagheggiata chimera stilistica: “Ho sempre creduto (…) che la poesia in genere, come la musica o qualsiasi altra arte, sia sempre intraducibile in termini logici per la plurivalenza che in essa assume la parola (anche secondo la posizione che essa occupa nel verso) oltre l’usuale codice della normale comunicazione”. O altrove: “ll mio ideale sarebbe scrivere poesie di una parola sola. ll rumore delle parole, della loro sovrabbondanza. mi ha stancato presto.” O ancora: “Mentre nel linguaggio pratico il segnale acustico o grafico della parola resta stretto alla lettera e alla pura e semplice informazione, nel linguaggio poetico la parola stessa conserva, sì, il proprio senso letterale, ma anche si carica di una serie pressoché infinita di significati ‘armonici’ (e dico ‘armonici’ usando il termine com’è usato nella fisica e nella musica) che ne forma la sua peculiare forza espressiva”.

Nostra premura sarà quindi verificare la rotta di tale arduo percorso poetico unitamente ai mezzi con i quali viene portata a termine. Ciò può attuarsi in relazione ad un approccio fenomenologico quale Anceschi ha teorizzato, teso cioè a captarne, per quanto possibile, la natura plurivalente dei nuclei tematici e stilistici, e i richiami intertestuali che da essi si ramificano in ogni direzione.

Separè

separe-2

Se solo avessimo più tempo. Se solo avessimo occhi per guardare. Una grazia nascosta. Un’armonia sepolta nella routine.

Un piccolo spazio incolume. La devastazione di ogni asfalto.

Arnold e Gary se ne vanno, oppure no

garyarnold1Arnold è morto. Gary Coleman l’ha seguito un attimo dopo. Oppure il contrario. In ogni caso la cronaca registra due morti rattrappiti in un’unica minuscola monade, neanche fosse una di quelle offerte 2×1 che balena tra gli scaffali di un ipermercato. Due persone distinte che muoiono nel medesimo istante, roba da chiodi. Arnold, ganasce tranquille e sguardo benevolmente torvo… Arnold mentore di Abramo…. Arnold dai pantaloncini in bilico sulle leggi gravitazionali… Arnold con la guanciotta consumata dal pucci pucci…. Arnold dalla voce profonda… Arnold era anche il locale di Fonzie e Richie… Arnold leggera bruma sulla coscienza di una generazione invecchiata troppo presto, dannazione….
Di sicuro cosa c’è? C’è quel piccolo feretro seppellito nel giardino ben curato del signor Drummond con cui se ne va un pezzo d’infanzia di molti di noi, quel che resta degli eighties, già piallati da tecnologia esponenziale e rimpianti mal calibrati. Chi nutrirà Abramo? Chi puccipuccerà con Kimberly? Chi cazzierà Willis e il suo dogmatismo da bullo di Harlem? Noi stagionato pubblico televisivo ne usciamo ancora una volta con le ossa rotte da questa storia, questo è certo. Arnold era primo di tutto un segno, un’icona, una volontà di rimanere inchiodati alla paleo-gioventù. Noi invecchiati in un’età che non ci appartiene, lui rimasto schiavo del suo sogno di rinascita renale. Arnold e la sua nemesi appunto, Gary Coleman, un tipo che picchia la moglie e investe la gente nei parcheggi dei drugstore….
Arnold e Gary… Due tizi che hanno sgomitato per guadagnare un po’ di respiro cerebrale nel corpo che stavano dividendo… Alla fine l’ha spuntata Sora Morte Corporale, una pupa anoressica che ha sepolto entrambi i contendenti in una fredda carezza, li ha tolti dall’agone donando loro una certa dose di pace.
A dispetto di ogni oblio vorrei ricordarli come due persone diverse eppure uguali, il tao televisivo delle nostre memorie impantanate in un secolo che non vogliamo, in sentimenti che non capiamo, in un’adolescenza che non sappiamo ritrovare. Il bene e il male a portata di mano, fusi e compiuti in un’opera archiviata, finita, sepolta. Eppure un’opera viva, pulsante, sotterranea.
Arnold e Gary se ne vanno, oppure no… siamo noi che li lasciamo liberi.
Riposate in pace dudes. Finalmente uniti. Finalmente divisi.

Manuale di sopravvivenza ad un comizio politico – un approccio estetico

07In questi ultimi tempi, vuoi per sorte, vuoi per dovere famigliare, vuoi per mero masochismo, ho assistito a diversi incontri politici di ogni genere, foggia e dimensione. Non c’è stato un momento in cui non avrei donato un testicolo alla scienza pur di non essere lì ad ascoltare il tizio di turno che snocciolava la sua litania di buone intenzioni e di come avrebbe salvato il mondo dal Golosastro e da Gargamella. A volte mi sono chiesto: ma esiste la bellezza in politica? Siamo d’accordo, di fronte al Golosastro ci vuole fermezza, fiero cipiglio e fredda retorica. La politica in fin dei conti deve: risolvere, amministrare, gestire, collegare, confrontarsi, rappresentare, intervenire, impegnarsi, organizzare, (intascare)… tante cose insieme, tutte all’infinito, tutte maledettamente in potenza, tutte quante virtuali, almeno in campagna elettorale… Ok, ma la bellezza? Quella di un sonetto di Petrarca, quella di un pezzo dei Beatles, quella di un film di Kubrik, quella di un assolo di Coltrane, quella di un ritratto di Tiepolo? Quella bellezza lì insomma. Quella che ci annoda un respiro in gola, quella che scava lo sguardo, quella che ferma la scansione cronologica della vita. La possiamo pescare anche in Politica? La risposta è: in latenza… Ci vorrebbe un grimaldello che desse una mano ad estrarla a viva forza, a portarla alla luce, per riuscire ad urlare finalmente: SI’, la bellezza esiste anche in politica, ESISTE!

Allora mi son tirato su le maniche e mi son detto: qui ci vuole un bel solco nel terreno, un progetto a presa rapida per tirar fuori un’Estetica dalla politica, una sorta di prontuario per spremere ogni stilla di sublime dal gargarozzo sbarbato di un candidato politico che bofonchia i suoi dettami davanti ad un microfono fischiante mentre intorno infuriano colpi di tosse, sbadigli e storie d’amore perpetuate attraverso menti totalmente scollegate dal contesto. Un metodo filosofico rigoroso per non trovarsi poi ad annaspare durante uno di questi convegni di zombie: ognuno con la sua cartucciera di risposte pronte, con la sua artiglieria di frasi fatte, con la sua santa barbara di statistiche. Ne è venuto fuori una specie di sgangherato decalogo in 5 punti. Ogni punto del prontuario fa tabula rasa di qualcosa (pars destruens) per proporre qualcosa di vagamente costruttivo in calce (pars costruens). Usatelo pure gratuitamente, ad libitum. Vedrete che vi sarà utile, o cultori del bello, per non avvizzire durante uno di questi cruciali appuntamenti politici che sicuramente vi attende – con sinistra scadenza – in agenda:

1. Il concetto di Partito non esiste. Non esiste parte politica, fazione, ideali, corrente, polo o alleanza. La politica è una massa informe di persone che modulano opportunamente le proprie parole in funzione della platea che li ascolta. Ogni discorso è costruito per uccidere ogni forma di bello. Se vediamo un politico in TV pigiamo il tasto MUTE sul telecomando e proseguiamo ad ascoltare il raglio della lavastoviglie mentre compie il secondo risciacquo. Nel caso di un comizio esistono comodi tappi per le orecchie praticamente invisibili, sarà sufficiente annuire di tanto in tanto, ammiccare, applaudire seguendo la folla entusiasta, mimetizzarsi tra i sorrisi di approvazione.

2. Il concetto di varietà lessicale non esiste. Vedrete che se iniziate a inventariare discorsi politici raggiungerete una summa di non più di 300 lemmi che girano, si riannodano, rientrano uno sull’altro, come cavalloni che si infrangono sulla scogliera della grammatica. Se proprio vi trovate a dover fare un riassunto di un qualsiasi incontro elettorale inforcate la vostra consecutio temporum e miscelatela con una successione random dei seguenti termini: gestire, istituzione, legalità, confronto, disponibilità, amministrare, imprese, relazioni, ecologia, territorialità (mamma mia), potenzialità, avere, essere, fare e disfare. Agitate bene in uno shaker e servite freddo al vostro capo.

3. Il concetto di innamoramento non esiste. Almeno a livello istituzionale, sia chiaro. Per innamorarsi un politico deve svuotare le proprie bisacce da anni di “collegamenti istituzionali”, “sinergie locali” e “espressioni di territorialità”. Immaginate voi l’attonito sguardo di una donna innamorata dinanzi a cotanta bruttezza lessicale. No qui non c’è nulla da fare, cerchiamo l’amore in uno sguardo di sbieco, in una pausa sospirata, in un vellutato calar di mano dell’oratore di turno, ma non aspettiamoci il Dolce Stil Novo, sia ben chiaro.

4. Il concetto di solidarietà non esiste. Tutto quanto viene detto da un politico sul tessuto sociale, sui bisogni della gente, sule cose da fare per aiutare le persone, tutto questo rimane in un Iperuranio completamente avulso da ogni lacerto di realtà. Quasi fosse in perenne sospensione, immerso in un Limbo di cose perse dal Mondo, invenzioni fatue destinate a risuonare in eterno in una cassa armonica perduta nel tempo. Rimane la bruttezza di un discorso privo di ogni riferimento semantico, svuotato di ogni referenzialità.

5. Il concetto di fascino non esiste. Ogni politico perde repentinamente il suo fascino nella misura in cui apre la bocca per fare politica. E’ un assioma incontrovertibile. Siate fascinosi, radiosi e intelligenti dinanzi ad un politico, servirà a bilanciare il suo karma negativo e a donare al mondo una speranza di bellezza.

Meteopatia

piove

Indubbiamente questa enorme mole di cieli grigi ha raddrizzato molte palpebre abituate a socchiudersi sotto i calci del sole. Ma la pioggia a lungo andare scava un pertugio nei cuori più solidi. E rischia di minare quanto di buono ha fatto l’estate, il caldo e il sale riarso del mare. Rivoli d’acqua che corrono impuniti ai nostri piedi ci tendono mille trappole liquide a cui non sappiamo trovare un rimedio asciutto.

E piovendo impariamo a coesistere con una specie di macchinoso malessere che si ricompone in noi come un puzzle automatico. Un dolore sottile e impunito che ci tiene in casa, che alza gli sguardi al cielo e ritorna sporcato di caligine. E se fosse davvero quella polvere impalpabile che tutti noi abbiamo rincorso da piccoli come saette tra le felci piegate dal vento? E se fosse questa invisibile mano a tenerci al laccio e a renderci schiavi di qualcosa che non esiste se non in rumore di acqua che cade.

Amiamo dire che il suono della pioggia ci rilassa mentre sferza le mura di casa, e quieta la nostra sete di movimento. Ma nulla è più ipocrita di voler imbrigliare un mostro in un corpo di fata. Nulla rimane quando la pioggia versa il suo lento veleno se non il dilagare d’amaro nelle bocche, nelle gole, fino al salto finale, fino al più profondo acquitrino del nostro essere.

Dei molti domani

Settembre è una diaspora di suoni, un rotolare verso la chiusa roboante della “erre”, un dolce pendio verso la fine di una stagione estenuante e un poco dimessa. Una stagione turistica da saldi, sconti e mancati arrivi, qualche rimpianto per le occasioni perse, qualche orizzonte inesplorato e molti angoli bui seminati in giro per la coscienza.

E’ questo che mastico mentre, seduto in terrazza, osservo il mesto sciamare di coppie stagionate e ultimi bambloni biascicanti da improbabili motorette a 4 ruote cromate. Dio ma questa amarezza da dove arriva? Dai 40 anni che volteggiano come avvoltoi nell’autunno e mi attendono dinanzi alla carogna della mia gioventù? O forse è la consapevolezza che tutto nasce con in seno una fine?

“Tutto ciò che ha nome vita ha in opera la morte”

Libido

L’estate sta finendo ed è tempo di bilanci.
Arriva quel momento in cui ci si deve, giocoforza, fare seri ed imbronciati e con un moto di Melancholia à la Rimbaud tracciare un quadro della situazione, un disegno finale, sintesi sublime del nostro eterno fluire. Voglio dire una specie di cartella clinica da depositare ai posteri e magari alla letteratura psichiatrica…
Un quadro il più possibile omnicomprensivo, esaustivo e sistematico. Un Diario dell’Anima. Un Compendio dell’Io.
Arriva insomma quel fatidico momento in cui senti insopprimibile l’esigenza di vergare una pergamena che contenga il tuo dna cerebrale.
Ok, eccoci. Vado.
Chiudo per un attimo gli occhi e cerco di guardarmi dentro. Anche fuori, per carità.
Vedo…
Vedo…
Un’interferenza… Un rumore video… Uno sfarfallio…

Azz… dev’essere un retaggio di un film recentemente visto, con tanto di salmodiata scena d’amore spalmata su ogni media (battage che procrastino testè su questo indegno palcoscenico). Una scena introiettata direttamente sulla pigmentazione dello smalto ormonale del primo livello corticale delle emozioni da salivazione irregolare.
Vediamo di essere un attimino più ontologici…

Eh va beh. Scusate. E’ lo slancio liturgico che mi porta alla soma del Contrappasso.
Un’estate di bikini e aulenti effluvi di lozioni solari (e metteteci pure il D’Annunzio che c’è in ognuno di noi).
Ed ecco qua il risultato. Di colpo ti ritrovi trasformato in un vecchio libidinoso che non fa che pensare a tette e culi.
Bisogna ritrovare l’Ascesi dei Sommi. La Mistica dei Pensatori Solitari. Il Diaframma Visionario dell’Anacoreta.
Dunque, sì.
Lascio che i neuroni divengano lievi e vaporosi, come nivee nubi che si levano in cielo e fluttuano nell’immenso chiarore dei ricordi.
Ora posso dire di…

No, no ,no!
Non è possibile. Devo pensare a qualcosa di straniante, qualcosa che faccia tabula rasa e mi indichi la via per il Nirvana.
Qualcosa tipo questo, forse…

Ah… La virtù del Tao mi balena ed il Nero si contrappone simmetricamente al Bianco creando un perfetto equilibrio di opposti. Senza più idee nè emozioni posso andare a dormire scevro da ogni peccato.
Ma ancora una volta senza il minimo risultato apprezzabile acquisito.
Siamo uomini di catrame e polvere.

Un Mese


Un mese di assenza.
Un mese di traumi ferragostani e fuochi d’artificio in fieri.
Un mese di folla in bermuda e auto da posteggiare.
Un mese di camerieri bizzosi.
Un mese di scartafacci da vergare.
Un mese di ombrelloni all’orizzonte.
Un mese di sabbia e gelosie.
Un mese di “scusi, per l’autodromo?”.
Un mese di aperitivi sprite-trebbiano-campari.
Un mese di vita archiviata.
Un mese di aria condizionata dentro la pelle.
Un mese di sorrisi precotti.
Un mese di Sergio e la sua ragazza di 26 anni.
Un mese di faide calabresi.
Un mese di wi-fi regalato alla ionosfera.
Un mese di battaglie invisibili su Google.
Un mese di pagerank negato.
Un mese di Winnie Pooh e di pc usurpato da Elmore.
Un mese di sofismi sul maltempo.
Un mese di mugugni sul maltempo.
Un mese di “domani han messo il sole”.
Un mese di tariffe all-inclusive e quasi-inclusive.
Un mese di chiavi tintinnanti.
Un mese di sussurri nell’ombra e di cospirazioni sventate.
Un mese di lotta titanica con la schiuma della spina.
Un mese di posteggi crudeli e auto segregate.
Un mese di baci sopiti.
Un mese di “salvelox”, “sbidiguda”, “antani” e “andicapo di altitudine”.
Un mese di sogni sudati.
Un mese di pesci sventrati e pane grattato.
Un mese.
Rieccomi.
Tutto intero o quasi.
Un Lazzaro di cartapesta.

Le Origini di Cattolica

Ho appena terminato di leggere un volume di Lucia De Nicolò dal titolo “Cattolica, città del viaggiatore” edito da Edimond nel 2005. Un libro che mi ero sempre ripromesso di leggere e che era rimasto sullo scaffale per parecchio tempo prima di essere vivificato dalla lettura. E devo dire che Lucia De Nicolò, insigne storica cattolichina, ha intrapreso un viaggio ammaliante attraverso la tortuosa linea del tempo, ripercorrendo a ritroso le fasi storiche della formazione dell’abitato romagnolo. Un compendio sulla sua ( e sulla mia) città che mi ha lasciato con un piacevole retrogusto di piccole scoperte, di segreti sussurrati dietro i pesanti tendaggi della Storia e che in definitiva mi ha donato una nuova prospettiva con cui poter osservare il mio piccolo formicaio.
Il viaggio attraverso il passato prende inizio dagli albori dell’insediamento, da ciò che l’archeologia ci racconta della Cattolica romana attraverso una serie di reperti che attestano come Cattolica sia sorta quale luogo di sosta per i viaggiatori che percorrevano la via Flaminia e che necessitavano di una posta per i cavalli prima di raggiungere le terre ravennati, la citta di Ariminum (Rimini) o quella di Pisaurum (Pesaro). Quindi una vocazione per l’ospitalità che già era presente nello stadio embrionale e che contraddistinguerà tutta la storia del borgo romagnolo attraverso la ruota del tempo e dei cicli umani. Siamo nati per essere albergatori, questo è certo e storicamente comprovato.
Il passo che mi ha colpito di più è l’excursus sull’origine del toponimo “Cattolica” che riporto per intero, certo della sua pregnanza:
“Se non sussistono dubbi sulla fondazione del castrum Catholicae, avvenuta nel 1271, rimangono però irrisolti alcuni quesiti, non ultimo quello della scelta del nome attribuito a questo insediamento. Perché questo centro è stato chiamato Cattolica e non per esempio Castelnuovo o Borgonuovo, o simili, come è accaduto per altri centri di nuova creazione documentabili nell’età medievale? Gli storici dal Seicento in poi che si sono interessati alla storia di questo luogo non si sono posti il problema, limitandosi a riportare riguardo alla giustificazione del toponimo un passo tratto dagli Annali Ecclesiastici del cardinal Baronio, che lega le origini del castello e l’imposizione del nome ad un episodio avvenuto in occasione del concilio di Rimini del 359 d.C. Si racconta infatti che i vescovi cattolici in fuga da quel congresso avevano trovato ricovero e protezione in un villaggio costiero, al quale per questa ragione in seguito era stato dato il nome di Cattolica. Una lapide apocrifa collocata sulla facciata dell’antica chiesa di Sant’Apollinare nel 1637, per volere dell’allora Cardinal Legato Bernardino Spada, tramanda appunto questa leggenda che, pur priva di fondamenta, storici e viaggiatori hanno poi contribuito a rafforzare nel tempo e a diffondere: ‘Nel 359, mentre era pontefice Massimo Liberio, sotto l’imperaore Costanzo, il mondo cristiano si faceva specie di essere ariano, dal momento che si sentiva ottenebrato dagli inganni degli eretici. Perciò 400 vescovi ortodossi, che erano approdati a questo lido per compiere i propri riti separatamente dagli ariani ed avevano accolto i cattolici in una comune assemblea, offrirono il pretesto,perché quello stesso villaggio venisse chiamato ‘La Cattolica’. Il Cardinale Cesare Baronie, poi, nei suoi Annali Ecclesiastici spiegò la ragione di quel nome e narrò l’intero fatto. Il Cardinale Bernardino Spada, per illuminare i pellegrini devoti e per dare testimonianza del proprio affetto nei confronti delle sue terre, fece incidere il ricordo su questa lapide nell’anno 1637′.
Recenti studi però hanno suggerito una nuova e più concreta spiegazione storica in quanto viene considerata la valenza bizantina del termine ‘cattolica’, riferito appunto a beni territoriali di carattere pubblico rintracciabili nelle terre dell’Esarcato e della Pentapoli (Carile, 1987).
La fortuna del toponimo antico si deve però sostanzialmente agli arcivescovi di Ravenna, la cui giurisdizione, sostituitasi a quella del dominio bizantino, arrivava ad abbracciare anche vasti territori della bassa Romagna. Ad essi infatti si deve la decisione di connotare, alla fine del Duecento, con il nome di Cattolica il castrum sulla strada Flaminia in cui avrebbero potuto trovare asilo i profughi dei castelli di Focara che, in urto con i pesaresi, avevano chiesto di potersi trasferire con le loro famiglie al di fuori del governo di quella città. Per dare nome al nuovo insediamento venne infatti utilizzato un vocabolo già esistente, tramandato dal passato, che qualificava in quell’epoca il corso d’acqua, il rivus Catholice appunto, e insieme tutto il piano circostante (planus Catholicae) prescelto per la fondazione del nucleo abitativo. Il vocabolo ‘cattolica’, dal greco bizantino, risulterebbe dunque sinonimo di ‘beni a carattere pubblicistico’, in altri termini, luoghi di proprietà demaniale.”
Il libro prosegue il suo cammino attraverso il tempo per approdare nel ventesimo secolo quando da semplice crocevia Cattolica attrae a sè una popolazione stanziale che si dedica alla pesca e alle attività marinare costruendo un’economia di base con la quale il paese acquista gradualmente solidità, grazie anche alla sua collocazione geografica strategica..
Il passo verso la balnearità, il turismo e la valorizzazione delle risorse naturali fu breve, e la Cattolica che tutti conosciamo si plasmò con la grazia di un piccolo fiore di magnolia: da minuscolo virgulto nel dopoguerra fino al meraviglioso fiore dei giorni nostri.

Terziario Arretrato

Ho convinto Fragola a scucire qualche brandello di conversazione strappato all’etere e diligentemente imbottigliato, catalogato e conservato in qualche oscuro file della sua cantina virtuale. Per farlo gli ho straparlato del blog come mezzo ideale per la diffusione o l’implementazione o quel che più gli piaceva della sua Creatura Dialogica Perfetta. Ha vacillato poi ha bofonchiato di una comunicazione a senso unico: “no, no, non c’è alternanza dialettica nel blog, mi pare… cheeee… non vadaaaa…”, allora ho inferto il colpo fatale parlandogli di come la gente che legge il blog interagisca con l’autore tramite i commenti, “Ma tu li puoi censurareeee…” “No, mio dolce Fragola, ho scelto l’opzione della pubblicazione immediata, tutto passa, tutto appare, la censura la lascio ad altri”. Infine è crollato e mi ha passato un paio di hard disk, dopo un’attenta cernita tra i suoi scaffali.
Ok, lo so, è abietto, a ben pensarci è addirittura morboso, però è anche infinitamente affascinante. Chi ricorda la rubrica “Terziario Arretrato” sull’indimenticato Cuore in cui campeggiavano stralci di conversazioni telefoniche intercettate con i primi scanner e sadicamente esposte al pubblico ludibrio? Era la prima cosa che andavo a leggere, tutta d’un fiato. L’altalena dialogica, il botta e risposta, le rivelazioni intime, i segreti confidati, le ingiurie, gli amori invisibili, le imprecazioni, la lingua italiana presa a calci. In una parola: il Logos denudato e imbrigliato. A proposito di Cuore, parenteticamente ne saluto una delle redattrici: Lia Celi, riminese e mia conterranea. Ho inserito il suo blog, da poco scoperto, qui a fianco, nella sezione Blogroll. Ciao Lia, è bello sapere che scrivi ancora.
Dunque si parlava delle due botti di fragolino. D’ora innanzi il bottino di questi due hard disk fragoleschi andrà sotto l’egida del tag “Terziario Arretrato” in onore della creatura di Serra, Aloi e Paterlini.
Ed ora, signore e signori, passiamo al piatto forte del post, si tratta di una comunicazione tra due telefoni cellulari, la zona è il Nord Italia, le identità e i numeri di telefoni sono… ok, stavo scherzando, questi dati ovviamente non li inserirò. Buon ascolto, ops, lettura.

- Oh buongiorno Custode mio venerandissimo, come si preannuncia la giornata?
- Umpf, mancavi solo tu…
- Ti sento maldormito, o Arcigno.
- [doppio] Umpf…
- Qualcosa ha per caso profanato l’augusto sonno del nostro sommo…
- Allora, dimmi che hai in mente senza tanti giri di parole.
- Ma nulla, stavo solo porgendoti i miei omaggi. Mi apprestavo giusto ora a una passeggiatina fuori e ti chiamavo appunto per…
- Ah ah ah eccoci. No, no, bellino. Dopo il fatto di Santabarbara e la lavata di capo che mi sono sciroppato da qui non esce più nessuno senza il Visto. Ce l’hai, tu? Allora presentalo in Foresteria e non ci saranno problemi.
- Ma via, tra noi uomini di mondo non vorremo mica frapporre questi scartafacci da burocrati…
- Seee, così magari succede come l’ultima volta che ti ho fatto uscire senza.
- Nessun problema, ho la mascherina, devo solo indossarla.
- Ahr ahr, l’indossavi anche durante la tua ultima “passeggiatina”, mi pare…
- Ma sì, ma sì, non so come, mi era scivolata giù senza che me ne rendessi conto.
- Ahr ahr, e nel frattempo hai fatto svenire due massaie, causato un incidente con relativa paralisi di tutto il traffico del Quartiere, e, dulcis in fundo, ti sei fatto quasi linciare come un emerito imbecille. Ahahah uhhhh…
- Sì, d’accordo però è finita bene.
- Se lo dici tu. Comunque, guarda caso, quelli del Secondo Piano mi hanno esplicitamente incaricato di dirti che non verranno a tirarti fuori dai bassifondi una seconda volta, caro il mio signor duenasi.
- Facciamo così: tu esci nel parco e distrattamente lasci per un attimo il cancello aperto, poi altrettanto distrattamente ti giri a dare un’occhiata alle petunie…
- Niente da fare.
- Tu lo sai bene, a parte l’ultima volta, non ho mai causato problemi, ti assicuro che non mi noteranno neppure strisciare.
- Sì certo, con quella palandrana da becchino, figurarsi… Dimmi un po’, ma pare a me o ti sei un po’, come dire, incurvato?
- Che vuoi dire?
- Mah, ti vedo più massiccio e un tantino più, uhm, inclinato in avanti.
- Boh, non capisco che vuoi dire.
- Mmm, neanche io in effetti, dipenderà dal tuo faccione abbrustolito che non riuscirò mai a digerire.…
- Ti ringrazio, lo prendo come un complimento.
- Piglialo come vuoi e dove vuoi, basta che ti levi di torno.
- Ah ma allora fai sul serio.
- Ho la voce di uno che scherza?
- Va bene, allora devo proprio rivolgermi a quelli del Secondo Piano…
- Ecco bravo, vai a rimediare il Visto, poi te ne potrai andare dove ti pare.
- Mi costringi alla ritorsione.
- Ah sì? E che mi farai? Uno starnuto bifronte in piena faccia?
- Mah. Credo che… mi vedrò costretto a ordinare al Fluido di sospendere le sue fiabe notturne e di starsene tranquillo nel suo lettino, invece di venire a stupirti nottetempo sulle virtù dell’acqua.
- Che c’entra questo? Che fai, mi ricatti?
- Dio me ne scampi! Ma tu sai l’ascendente che ho sul Fluido, basterebbe un sussurro e niente più minutissima iconografia del bestiario ittico nel metapensiero, niente più miti, misteri e tesori sommersi, basta con gli idraulici onnipotenti o i compendi di Fisica Marina, definitivamente troncato anche il progettino, che credo ti stia un poco a cuore, del Depuratore Universale, eh già, perché quella faccia? Mi racconta tutto il nostro comune amico, sai?
- [incomprensibile] [cade la linea]