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Il nuovo porto – comunicato del sindaco

COMUNICATO
del Sindaco del Comune di Cattolica
PIETRO PAZZAGLINI
La nuova Darsena, oltre ad impreziosire il porto e la riviera di una nuova gemma, sarà destinata ad arricchire l’immagine e a favorire l’economia della città. Per questo Cattolica le dedica una “tre giorni di festa” che avrà domani, 20 giugno, il primo dei suoi momenti salienti con la partenza di “JUST THE BEST”, la gara  di maxi catamarani, anteprima mondiale della Coppa America, in cui le eccellenze della vela Roussell Coutts e James Sptihill si sfideranno, e che proseguirà nelle giornate di sabato e domenica, con il supporto logistico del Circolo Nautico di Cattolica.
Sabato 21 giugno, un importante momento di riflessione verrà fornito dal qualificato convegno sul “Codice della Nautica da Diporto e relativo Regolamento di attuazione”  che si svolgerà al Teatro della Regina(ore 9,30- 13/15-17.30).
Alle ore 19.30 avrà luogo la cerimonia ufficiale riservata  di “consegna” della Darsena alla città, alla presenza di autorità militari, civili e religiose, ospiti istituzionali, organizzata dalla ditta costruttrice. La cerimonia, oltre al taglio del nastro ed ai saluti istituzionali, prevede l’ormeggio di una nave della marina militare, il sorvolo dell’ATR 42, la benedizione del Vescovo e l’esibizione della Banda Musicale della Marina Militare. Per ragioni di sicurezza, l’acccesso al porto sarà precluso a partire dalle ore 15.
Domenica 22 giugno, “OPEN DAY”
Il Sindaco invita i cittadini e ospiti di Cattolica, a partire dal mattino, al “grande incontro inaugurale” della Città con il suo rinnovato porto, che potrà per la prima volta essere percorso ed ammirato in tutta la sua suggestiva estensione. Dalla passerella si potrà assistere alle regate finali del Match Race tra Roussell Coutts e James Spithill. La giornata culminerà con l’appuntamento alla nuova Piazzetta Tramonto, dove alle ore 19 si svolgerà la premiazione di “JUST THE BEST”,e per finire Pietro invita di nuovo TUTTI  ad un bridisi col Sole che tramonta  in  mare!

Un gesto naturale


“Mi guardo dal di fuori come fossimo due persone
osservo la mia mano che si muove, la sua decisione
da fuori vedo chiaro, quel gesto non è vero
e sento che in quel movimento io non c’ero.”

Un corpo è una macchina perfetta, una mirabile sintesi di arti e organi, ognuno teso a preservare e far vivere l’entità ospitante.
La città è quel corpo. I cittadini: uomini, donne, bambini sono un’unica imponente massa magmatica che si modella e cambia forma a seconda del recipiente che la ospita. I cittadini sono i suoi atomi, le filiformi fibre muscolari, i recettori nervosi che sovrintendono i movimenti e fanno viaggiare i velocissimi pensieri. I cittadini fanno vivere la città, la difendono e la preservano.
Un tale esercito non si divide in corporazioni, non si prende cura del proprio orticello, ma al contrario antepone il bene comune ai problemi personali, ha a cuore la cosa pubblica e fa fronte alle avversità in maniera democratica e collegiale per mezzo di rappresentanti eletti espressamente a tali fini.
Ora torniamo in Italia, a Cattolica. nel 2007. Stracciamo il velo retorico di questa patetica metafora e mostriamoci per quel che siamo. Vediamo bene come tutto ciò sia una mera Utopia e il “bene comune”, il “senso civico”, il “benessere collettivo” lo gettiamo volentieri alle ortiche tuffandoci voluttuosamente nel microcosmo di minuscoli egoismi che costellano la vita di un uomo, di tutti noi. E tanti saluti a Platone e Tommaso Moro, e a tutti quei pensatori che hanno cercato di instillarci un senso civico che non avremo mai.
Eppure, a volte, ci piace pensare, ipocritamente, che la città sia davvero un unico corpo e che i suoi cittadini davvero si sentano parte di questo corpo. Questo a prescindere da come stiano realmente le cose.
Il sommo poeta Gaber cantava: “osservo la mia mano che si muove… e sento che in quel movimento io non c’ero”. A volte questa sensazione di non appartenenza, di estraneità, la viviamo osservando come evolve la nostra città intorno a noi. Come se il nostro corpo si muovesse senza la nostra volontà.
Un caso simile personalmente lo sto vivendo per il Porto. Amo la mia città e amo come è stata gestita e portata avanti, tra qualche errore e molte scelte vincenti, dalle varie amministrazioni che mi hanno fatto sentire ben rappresentato e alcune volto persino orgoglioso. E non penso solo a Micucci, ma anche a Pazzaglini, che si è dovuto destreggiare tra i flutti di una situazione economica disastrosa, operando scelte coraggiose.
Domenica scorsa ero al Porto, ho incontrato i rappresentanti della Lista Arcobaleno che protestavano contro la cementificazione del Porto di Cattolica. Erano in verità pochi sparuti dimostranti, in un’assolata giornata domenicale che invogliava più a gettarsi tra i flutti dell’Adriatico piuttosto che a marciare in un sit-in davanti a un cantiere. Ma questi signori sono ostinati e hanno protestato civilmente, direi pacatamente. Dai loro discorsi traspariva il loro amore per questa città. Mi hanno spiegato la situazione illustrandomi le loro ragioni e le loro richieste. Ma più di milioni di parole valeva quel che stava dinanzi a noi. All’orizzonte si stagliava infatti un manufatto in cemento armato che gettava la sua lunga ombra pomeridiana sulla banchina del porto oscurando le bitte e qualche pigro gabbiano alle prese con i piccoli segreti annidati nel proprio candido piumaggio. L’edificio pare che dovrà ospitare cinque chioschi trasformandoli in piccoli negozi (forse è il caso di parlare di loculi) con una sede definita e stabile. Il problema è che una tale opera nasconde completamente la vista del mare, come giustamente avvertiva Fabio Ronci in un suo post. Senza contare l’imponente struttura che campeggia oltre il manufatto, tra il ristorante “La Lampara” e la nuova darsena al confine con la spiaggia. Una struttura la cui destinazione rimane tuttora misteriosa.
Insomma farei un appello all’amministrazione di Cattolica, considerando la sua sensibilità in passato per le opinioni dei cittadini e per i servizi resi alla comunità, viste le oltre 2500 firme raccolte tra la cittadinanza, visto l’oggettivo arduo impatto naturalistico delle opere in corso: perchè non fare il punto della situazione in un consiglio comunale, dove poter spiegare le ragioni e i vantaggi dei lavori e poterne ridiscutere i parametri con i cittadini? Con serenità. Collegialmente. Personalmente sono convinto che tutto questo è stato fatto nell’interesse di Cattolica, ma perfavore qualcuno mi dipani l’ordito, così che anche io possa capire :-)
Sarebbe un bellissimo gesto naturale.

“Cerco un gesto, un gesto naturale
per essere sicuro che questo corpo è mio
cerco un gesto, un gesto naturale
intero come il nostro Io.”

Furia ecologista sul centro VGS

Con la pubblicazione del progetto del centro VGS (video-gioco-sport) sono giunte nella mia mail-box alcune missive piuttosto critiche nei confronti del VGS e credo, di riflesso, anche nei miei confronti per averne proditoriamente pubblicato il progetto, sebbene il tono si sia sempre mantenuto di civile scambio di vedute. In particolare in una di queste e-mail mi si chiede di esternare il mio pensiero su questo centro, a fronte dei pesanti elementi negativi prospettatimi. Cosa che mi accingo a fare ben volentieri. Invito anzi chi mi ha sollecitato ad assumere una posizione, a fare altrettanto qui sul blog, magari utilizzando i commenti oppure, se lo si ritiene più opportuno, inviandomi un proprio intervento per e-mail (l’ indirizzo lo potete rinvenire nel profilo) con domanda di pubblicazione che sarò ben felice di esaudire.
Si diceva di ineludibili aspetti negativi di questo progetto. Credo che per riassumere le ragioni dei contestatori sia lecito citare l’intervento di Valeria Antonioli della Coalizione Arcobaleno che raggruppa le liste di “Cattolica Città per la Pace”, “Comunisti Italiani”, “Italia dei Valori” e “Verdi per la Pace”. Qui di seguito allego quindi l’intervento apparso sul notiziario comunale “Città di Cattolica” del mese di aprile:

VGS: SI DA INIZIO ALLE DANZE
E via, ci siamo: stanno per partire le opere di urbanizzazione per il VGS, il Video Gioco Sport, una colata di 12.00 mq di cemento incastonato tra quattro scuole. Sorgerà su uno degli ultimi lembi di terreno pubblico: più di 45.000 mq di terra che il comune ha offerto a un privato (che in cambio gliene ha data neanche la metà [la metà di cosa?! ndr]) perché ci costruisca una multisala cinematografica, un centro fitness, spazi commerciali e quant’altro, e questi ci dicono essere servizi di pubblica utilità. Ma è “pubblica utilità”un cinema privato? Una palestra privata? Un centro commerciale?. Allora viene da pensare che tutto ciò di cui si fruisce sia di pubblica utilità: bar, ristoranti, boutiques eccetera. Noi invece riteniamo che un servizio pubblico è tale se risponde alle esigenze fondanti della persona: cultura, aggregazione, prevenzione, tempo libero. Nel caso del VGS, inoltre, verrà compromessa per sempre la possibilità di sviluppo ed estensione delle scuole presenti e non si potrà immaginare la creazione di strutture sportive e di aggregazione per i nostri giovani (di cui c’è un gran bisogno!) limitrofe alle scuole. Questo progetto prevede inoltre la realizzazione di circa 600 posti auto, con l’evidente potenziale intercettazione di una portata di traffico che stravolgerà l’equilibrio di un quartiere residenziale che si animerà di giorno e di notte con conseguenze serie dal punto di vista dell’inquinamento acustico e ambientale. Avevamo invocato una valutazione di impatto ambientale, ma si sono guardati bene dell’accogliere la richiesta. Forse per non “scontentare” il privato costruttore….
Mentre ovunque ci si attiva per cominciare a rientrare nei parametri del protocollo di Kyoto; in un momento in cui anche i vertici provinciali dei partiti che governano a Cattolica si confrontano sulla sensatezza di un modello sviluppista appiattito sull’asse pubblico- privato, i nostri amministratori continuano a proporre uno sviluppo insano e insensato per la nostra città. E non c’è mai stato, su questo argomento, un minimo tentativo di confronto. Un dubbio ci assale: c’entreranno forse i 3.000.000 di euro di oneri di urbanizzazione che il Comune incasserà? Probabile, ma è anche un atteggiamento culturale arretrato che caratterizza questa amministrazione. Quando la maggioranza furbescamente accusa l’Arcobaleno di aver assunto una posizione ideologicamente oppositiva, dovrebbe invece avere l’onestà di dire alla città che sono scelte scellerate come queste che ci allontanano ineluttabilmente. Possiamo solo concludere dicendo che i nostri amministratori, lungi dall’ANDARE AVANTI, stanno vorticosamente capitolando all’indietro.

Sinteticamente:
1) Il VGS non è di pubblica utilità: mi sembra un rilievo abbastanza ozioso e fondamentalmente pedante da opporre. Occorrerebbe infatti definire quali sono le strutture di pubblica utilità (tutte quelle gratuite? niente ospedali dunque… tutte quelle che forniscono servizi utili? ma utili a chi e per chi? e così via all’infinito…) scadendo in un vortice sofistico senza ritorno. Dice la Antonioli: “riteniamo che un servizio pubblico è tale se risponde alle esigenze fondanti della persona: cultura, aggregazione, prevenzione, tempo libero.” , e quindi, in quest’ottica, il VGS non rientrerebbe in tale categoria, costituendo di fatto un fornitore di servizi per animali e/o cose inanimate, minerali, rocce vulcaniche, folle di vegetali e torme floreali.
Sarcasmo a parte, secondo me un centro come il VGS fornisce servizi precedentemente carenti e/o assenti. Stop. E questo è un fatto. Accantonando la demagogia buonista del “socialmente utile” perfavore, e magari conservandola per il periodo propizio della fioritura di tale concetti, le elezioni amministrative o quelle politiche.
2) Il VGS tarpa le ali alle scuole limitrofe: mah… anche questo concetto mi pare abbastanza risibile. E’ mai stato presentata una domanda di ampliamento delle suddette scuole? Se ne sente l’insopprimibile esigenza? Infine non mi pare che la contiguità sia così prossima da non permettere un futuro ampliamento delle scuole presenti sul territorio, mi pare che anche qui si vada per cavilli, per non dire specchi.
3) Il VGS è una minaccia per l’ambiente: premesso che mi trovo d’accordo con la Antonioli sulla redazione di un documento che esamini l’impatto ambientale del VGS, non mi trovo invece d’accordo con lei quando individua nel VGS una minaccia per l’inquinamento dell’ambiente circostante a causa dell’incremento del traffico in loco o delle polvere sottili generate dal cantiere… Io credo che sia semplicemente esagerato parlare di inquinamento di un quartiere per la sola presenza di un centro commerciale. Allora cosa si dovrebbe pensare del Centro “Le Befane” di Rimini? Forse che ha contribuito a creare una landa desolata dove pesci con tre occhi si affacciano sui fiumi e passerotti radioattivi tossiscono nuvolette di CO2? Poi ad un tratto si tira magicamente in ballo Kyoto, non si sa bene per quale motivo, così a bruciapelo, ma nel contesto fa molto “battaglia ecologista” e ne prendiamo scrupolosamente atto.
4) Il VGS è solo una fonte di guadagno comunale: io dico, ben venga per le nostre casse comunali disastrate. Ma ricorderei velocemente che a trarne beneficio saranno anche i cattolichini con i posti di lavoro che si creeranno. Questo però non viene fatto presente nell’intervento.

Concludendo e rispondendo ai detrattori: provate a guardare il VGS come una risorsa e non come una minaccia, anche solo per un attimo. E mettete per favore per una volta da parte questo infantile costume secondo il quale si dovrebbe fare una politica di contrapposizione a prescindere da ogni cosa.
E se proprio dovete indirizzare verso qualche obiettivo la vostra inclita furia ecologista puntatela sull’orrore che si sta consumando al Porto di Cattolica. Vi anticipo subito che in quel caso mi sentirei in piena sintonia con voi nel condannare uno scempio paesaggistico che tale è e come tale va etichettato.
Un orizzonte marino che scompare al nostro sguardo, colata di cemento dopo colata di cemento. Ma avrò occasione di riparlarne, statene certi.

[in apertura: Paul CézanneLe Lac d’Annecy]

Un primo maggio ferragostano

E’ stata una vera battaglia quella che gli operatori turistici di Cattolica, almeno coloro che avevano aperto i battenti della propria attività, si sono trovati a combattere in questo lungo ponte di inizio primavera. Cattolica è infatti stata letteralmente presa d’assalto da un’alluvione di turisti che ha seriamente messo in crisi le capacità ricettive della città, in verità ancora piuttosto acerbe. Infatti, a ben contare, gli alberghi di Cattolica aperti per il ponte del primo maggio sono in un rapporto di 1 a 3. Questo ha fatto sì che si creasse una vera e propria processione di questuanti in cerca di camere, serpentone che si è dipanato attraverso gli hotel sparsi dal Porto fino all’Acquario nell’ardua ricerca di camere libere. Insomma, la classica situazione che si viene a determinare a ridosso del Ferragosto, quando una vera e propria folla si riversa negli alberghi per accaparrarsi l’ultimo metro quadrato di superficie calpestabile e “dormibile”. Personalmente, nel mio prototipo di “hotel Cattolica”, ho vissuto la cosa con crescente preoccupazione. Non tanto per non essere avvezzo al fenomeno, visto che sono ormai 10 anni che dirigo l’hotel, e di ferragosti affollati ne ho vissuti tanti. Quanto piuttosto per l’immagine di forte disservizio che Cattolica ha offerto in questo frangente, facendosi trovare impreparata ad un evento di tali proporzioni. La maggioranza della gente che capitava in hotel, dopo il mio rincresciuto annuncio di tutto esaurito, mi chiedeva infatti perchè molti alberghi fossero chiusi (come se io possedessi chissà quali capacità oracolari). Si aggiunga a questi disagio il problema più che mai vivo dei posteggi carenti, principalmente a causa della mostra di Cattolica in Fiore, che ha monopolizzato molti spazi del centro (come accade da sempre, del resto) costringendo molti visitatori a dirottare sulla zona nord, andando a parcheggiare sulla strada che conduce a Portoverde e dovendo poi sorbirsi parecchia strada a piedi prima di arrivare al sospirato alloggio in albergo (se mai questo fosse stato disponibile). Si aggiunga infine il fatto che essendo molti hotel chiusi erano chiusi anche i relativi parcheggi.
Luci ed ombre, in definitiva, per questo primo maggio. Cose positive: straordinaria affluenza, bellissime giornate estive e grande richiamo turistico che Cattolica ha ancora una volta saputo esercitare. Cose negative: forti disservizi su alloggi e parcheggi, con qualche problema persino a trovare posto per pranzare nei ristoranti, visto il biblico affollamento.

[in apertura: particolare della Fontana delle Sirene, Piazza Primo Maggio, Cattolica. Foto tratta dal cd “Baci di Cattolica” realizzato dall’Amministrazione Comunale di Cattolica]

L’uomo che cammina

Da qualche anno a Cattolica c’è un uomo che cammina. E non si ferma mai. E’ un omino minuto, magrissimo, biondo, con una chioma stempiata e fluente, lanosa e quasi cotta dalle intemperie a cui è esposta, due occhi chiari che vedono e accolgono le distanze in attesa.
Lo si vede scarpinare per chilometri e chilometri, seguendolo oziosamente con lo sguardo mentre ci si trova in fila con l’auto, oppure distrattamente cogliendolo con la coda dell’occhio mentre si è infervorati in una discussione ad un tavolo del Bar Peledo’s, oppure trovandocelo di fronte mentre si sta faticosamente traslando la gravosissima spesa uscendo dal supermercato Diamante. Lo si incontra dappertutto. Lungo lo stradone che conduce a San Giovanni in Marignano, in Viale Carducci, in Viale Dante, sul lungomare Rasi Spinelli, in Piazza Primo Maggio, nel bel mezzo del Parco della Pace, in via Macanno, in Via Mazzini, davanti a Palazzo Mancini, davanti alla fioriera di Piazza Nettuno, in Via Curiel, in Via Corridoni, in via Prampolini, in Via Verdi, in piazza De Curtis, in Via Del Prete, in Via Matteotti, in Via Malatesta, mentre circumnaviga la rotonda “Welcome To Cattolica”, mentre dribbla le panchine di Piazza del Mercato (e non accenna a intenerirsi sulle note macinate in sottofondo da un Bocelli panteistico), mentre procede spedito sulla banchina del Porto puntando la Capitaneria per poi virare improvvisamente e strambare sullo Squero, mentre percorre l’anello intorno allo Stadio Calbi descrivendo un’orbita perfetta e lineare, come una Luna di Euclide.
Questo lungo elenco di toponimi, che a prima vista potrebbe passare per un noioso stradario di Cattolica, rappresenta in realtà il corpus dei miei ultimi personali avvistamenti dell’uomo-che-cammina che ho morbosamente iniziato ad annotare da tre mesi a questa parte.
Ma chi è l’uomo-che-cammina? Perchè non si ferma mai?
Inizialmente ricordo che l’uomo-che-cammina aveva fatto il suo debutto come uomo-che-pedala. Migrava disinvoltamente da una bici all’altra, a seconda della contingenza e del tipo di lucchetto, non curandosi certo del modello. Credo che più di un cattolichino si sia ritrovato a inseguirlo forsennatamente al grido di: “molla la mia bici, brutto #### [censura]“.
Poi dopo il periodo dello spinning l’upgrade al trekking estremo.
“E cammina cammina…”
Ciao uomo-che-cammina, continua a vegliare sulla città, continua a giustificarne l’essenza masticandola palmo a palmo, continua a volare tra i marciapiedi e a farci sentire fermi.
Immobili.
Mentre tu passi veloce e non ci guardi neppure.

Ollivud

Ollivud era il cinema. Un uomo, un divo. Una faccia da baci che faceva trasecolare le donne, o meglio una certa categoria di donne: quelle giunte ad una certa stagionatura, per cui non era più ragionevole indovinarne l’età vista l’inefficacia di ogni più elementare inferenza basata sull’esperienza virile del maschio medio. Donne, si diceva, orrendamente sensibili al suo fascino d’impomatato ultra cinquantenne un po’ pingue ma con una carriolata di charme che rilasciava nell’aere come un odore felino di randagio in calore. Un ormone psichedelico che vorticava su Cattolica e impazzava dal Porto al Ventena, dai Guaz ai Muntalèt, e indugiava sui visi imbellettati delle femmine carezzandole come seta ipnotica e maliarda, lasciandole nell’empasse di una carica erotica pulsante, insostenibile.
Ollivud non aveva usurpato il proprio soprannome ma se l’era guadagnato sul campo. Recitando. Comparsando. Presenziando. Partecipando. Apparendo. Film di varia levatura, tutti girati in un raggio di non più di 5 chilometri da casa sua. Non che Ollivud non avesse provato a sprovincializzarsi arrivando persino a varcare i dorati cancelli di Cinecittà nella speranza di un’infima particina, ma senza successo. La sua effimera gloria di celluloide l’aveva vissuta esclusivamente sul suo terreno. Il suo maggior vanto era una fugace parte in un film di Bellocchio girato a Cattolica a cavallo degli anni ’90. Una sola scena in verità, senza battute, pochi secondi di estasi mimica. Una sola scena, ma molto intensa, di più: memorabile. L’inquadratura si apriva su un cortile affollato di vecchi cadenti, incanutiti, curvi sulle proprie vite, una carrellata lentissima, esasperante. Poi con violenza la cinepresa strambava spostando il suo occhio languido su di lui. E Ollivud si apriva al dramma come un arpeggio di chitarra repentino e bellissimo, e vorticava al centro della scena come un derviscio, e ad un tratto apriva le braccia quasi liberato dalla soma esistenziale, da ogni umano fallimento, e pareva… volare… e librarsi leggero… su… su… lieve… fino alle profondità nascoste del cielo.
Ollivud, penso tu sia arrivato ora. Che fardello per noi che restiamo pensarti più leggero dell’aria, più vago d’un lembo di nube, aperto spazio tra gli spazi. Ciao Ollivud.

Caronte, occhi di bragia

Sul Resto del Carlino Rimini, nella cronaca cattolichina, campeggia stamane un articolo sull’affaire “traghetto sul fiume Tavollo“. In pratica, con la sparizione del ponte girevole che univa la sponda cattolichina a quella gabiccese, si sta pensando ad un valido sostituto senza che il flusso di turisti (calcolato in circa 10.000 persone al giorno) debba dirottare sul nuovo ponte eretto circa 100 metri più a monte, con conseguente abnorme scialo di energie psicofisiche, si suppone. Nuovo ponte, giova ricordarlo, che è parte integrante dell’ultramoderno e suggestivo complesso della nuova darsena di Cattolica di recentissima costruzione. A questo punto verrebbe da chiedersi: ma se il nuovo ponte gode già in partenza di una così infima fiducia da parte dell’Amministrazione comunale, perchè farlo? Sono domande che solo gli alti prelati del tourism marketing, che disegnano arabeschi di flussi turistici e ne indovinano con precisione atomica le inclinazioni, solo questi insigni studiosi, dicevamo, possiedono una risposta racchiusa all’interno dei loro storming brains e un giorno fatidico comunicheranno con piglio oracolare a tutto il mondo emerso l’unica e sola Verità. Nel frattempo noi poveri sfigati ci si dibatte in questi rovelli molto più terreni e si rimane in braghe di tela, senza risposte plausibili.
Non è tutto (e qui arriviamo al fulcro della notizia). Il “valido sostituto” del fu ponte girevole dovrebbe essere un traghetto che trasporterà i turisti da una sponda all’altra del Tavollo con moto perpetuo tra le due banchine. Traghetto di cui esiste già un progetto, con tanto di società interessata alla realizzazione, presentato alla Capitaneria di Porto di Cattolica e in attesa di approvazione. Mancherebbe solo l’accordo transregionale tra le due Amministrazioni: Cattolica e Gabicce. Pare che mentre Cattolica spinga per la “zatterona”, i cugini marchigiani siano più refrattari all’idea. Si discute.
A questo punto ho riposto per un attimo il giornale e mi sono figurato questo novello Caronte che come la creatura dantesca divide supernamente le masse di turisti e le imbarca con foga tremenda e infallibile sulla sua zattera infernale:

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.»

In un attimo il Tavollo diventa l’Acheronte, e schiere di turisti si trasformano in spiriti impauriti e in balia degli eventi. Mentre vedo Caronte cavalcare i flutti e allontanarsi con il suo mesto carico mi chiedo cosa ci aspetti dall’altra parte, così terribilmente sfuggente e nebbiosa. In fondo un ponte, pur nella sua meccanica inerzia, si sarebbe rivelato molto più pietoso nel suo valicare l’ultimo ostacolo sopra l’Ignoto.