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Ollivud

Ollivud era il cinema. Un uomo, un divo. Una faccia da baci che faceva trasecolare le donne, o meglio una certa categoria di donne: quelle giunte ad una certa stagionatura, per cui non era più ragionevole indovinarne l’età vista l’inefficacia di ogni più elementare inferenza basata sull’esperienza virile del maschio medio. Donne, si diceva, orrendamente sensibili al suo fascino d’impomatato ultra cinquantenne un po’ pingue ma con una carriolata di charme che rilasciava nell’aere come un odore felino di randagio in calore. Un ormone psichedelico che vorticava su Cattolica e impazzava dal Porto al Ventena, dai Guaz ai Muntalèt, e indugiava sui visi imbellettati delle femmine carezzandole come seta ipnotica e maliarda, lasciandole nell’empasse di una carica erotica pulsante, insostenibile.
Ollivud non aveva usurpato il proprio soprannome ma se l’era guadagnato sul campo. Recitando. Comparsando. Presenziando. Partecipando. Apparendo. Film di varia levatura, tutti girati in un raggio di non più di 5 chilometri da casa sua. Non che Ollivud non avesse provato a sprovincializzarsi arrivando persino a varcare i dorati cancelli di Cinecittà nella speranza di un’infima particina, ma senza successo. La sua effimera gloria di celluloide l’aveva vissuta esclusivamente sul suo terreno. Il suo maggior vanto era una fugace parte in un film di Bellocchio girato a Cattolica a cavallo degli anni ’90. Una sola scena in verità, senza battute, pochi secondi di estasi mimica. Una sola scena, ma molto intensa, di più: memorabile. L’inquadratura si apriva su un cortile affollato di vecchi cadenti, incanutiti, curvi sulle proprie vite, una carrellata lentissima, esasperante. Poi con violenza la cinepresa strambava spostando il suo occhio languido su di lui. E Ollivud si apriva al dramma come un arpeggio di chitarra repentino e bellissimo, e vorticava al centro della scena come un derviscio, e ad un tratto apriva le braccia quasi liberato dalla soma esistenziale, da ogni umano fallimento, e pareva… volare… e librarsi leggero… su… su… lieve… fino alle profondità nascoste del cielo.
Ollivud, penso tu sia arrivato ora. Che fardello per noi che restiamo pensarti più leggero dell’aria, più vago d’un lembo di nube, aperto spazio tra gli spazi. Ciao Ollivud.

Mazzola

Mazzola è un predestinato. Nel nome in primo luogo, che fonde e avviluppa due diversi significati che lo rappresentano coralmente: in una pirotecnica crasi semantica. Mazzola, il pesce, perchè pescatore; Mazzola, il giocatore di calcio, perchè interista. Questo è il sublime assemblaggio onomastico che solo un dialetto e il suo sostrato vivente di persone parlanti, che vi innestano ironia ed emozioni, può partorire. Un capolavoro lessicale. Una sintesi magistrale che campisce in tre sillabe un uomo, la sua vita, le sue passioni. Il pescatore, l’uomo appassionato di calcio, la persona un po’ tarda, quest’ultima sfumatura ricavabile dal detto: “tè na testa com na mazola”, hai una testa come una mazzola, ossia di persona dall’enorme capoccia pari a quella del pesce omonimo (che è in effetti alquanto sproporzionata rispetto al resto) e tuttavia assai scarsa di capacità cerebrale.
Mazzola è trasversalmente un bell’uomo. Sulla sessantina, con un viso obliquo e ineffabile, occhi sottili, un sorriso sgangherato e sinuoso che racconta favole e fa innamorare le donne. Mazzola è come un Bogart inabissato, gira sempre con un trench sgualcito che sa di pesce e di nafta, e scruta tutti in tralice, da sotto il bavero svolazzante. Quando lavora salpa di notte con “pneuma”, il suo peschereccio, e resta via anche un paio di giorni, da solo, a combattere le latitudini marine e le insidie dell’infinito.
Mazzola ormai non è più quello di un tempo. E’ caduto ostaggio, dicono, di una matrona bielorussa, una cacciatrice di uomini come ce ne sono tante. La diavolessa lo tiene al guinzaglio e gli ha imposto un guardaroba da codice penale e un sorriso omologato.
Di lui giunge solo qualche notizia frammentaria, si parla di un televisore al plasma da 50 pollici, di vestiti lindi e profumati, di una bifamigliare in periferia. “Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore, mentre fa correr via la macchina a vapore”.

[brano tratto dalla canzone di Francesco Guccini: “La locomotiva”]