Le badanti e la luce di Anna Achmatova

Da un po’ di anni si registra l’inesorabile e sotterranea infiltrazione di una una silenziosa milizia in capillare espansione. E’ l’Invencible Armada delle badanti, un brodo primordiale di etnie: ucraine, russe, bielorusse, georgiane, moldave, lettoni, lituane, estoni, azere, armene, kazake, turkmene. Donne nerborute che cullano negli occhi gli spazi siderali delle steppe caucasiche e si cibano dell’artrite dei nostri nonnini.

Si ritrovano in punti precisi della città, abitualmente a pomeriggio inoltrato nei giardinetti di fronte a Palazzo Mancini o sulle panchine del Parco della Pace. Sono una corporazione in continua espansione che comunica cavalcando migliaia di dialetti slavi e pianifica una sottomissione non violenta dell’Occidente per mezzo di una strategia sublime: la sistematica conquista di ogni uomo sopra i 40 anni dotato di codice fiscale e passaporto italiano.

Le maliarde hanno potenti armi conquistatrici: 1) una forza fisica ancestrale con cui piegano facilmente gli omuncoli autoctoni pieni di nevrosi e rimedi olistici, 2) sguardi di acciaio da cui non trapela intendimento nè indecisione, 3) una fittissima rete di relazioni che mettono a frutto con machiavellica sagacia.

Hanno qualcosa di indefinibile e potente nel portamento, un’aura oscura che trascolora in un lirismo solitario e dilagante divenendo impenetrabile corazza contro ogni genere di avversità. Poderose e incrollabili si stagliano contro il vento, e guardandole si ha quasi l’impressione di assistere al manifestarsi di una forza sovrumana. Contrappongono un nerbo, una fierezza che parla di atavica sofferenza, di fatica, di lavoro, di sacrifici, di samovar bollenti, di legna resinosa che scoppietta nel fuoco, di esilio dal secolo, o anche dei versi asciutti di Anna Achmatova.

Come in “Ultimo Brindisi”, una poesiola pubblicata nel 1934. Parole che si attagliano alla pelle di queste donne venute da lontano penetrandone il tranquillo mistero. La durezza di questi versi è la durezza di questa gente:

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.

Un approccio fenomenologico alla Poesia

giorgio-caproni

Giorgio Caproni

Accostandosi alla voce multitonale di un poeta occorre trovare un appiglio metodologico che valga a districarsi tra le sterminate sfumature timbriche che investono il lettore. Luciano Anceschi, in un suo luogo particolarmente illuminante, afferma: “l precetti, le norme, gli ideali, e, in genere, le istituzioni che i poeti propongono [...] risuonano liberamente nel corpo sempre in attesa di sollecitazioni della poesia, si muovono nella comunità dei poeti tra accettazioni, rifiuti, sempre con variazioni liberissime in un movimento che non tollera soste”‘. Con quest’indicazione programmatica si chiude la pars costruens de “Gli specchi della poesia” e, più in generale, una lunga stagione di ricerca speculativa inaugurata nel I936 con “Autonomia ed eteronomia dell’arte“. Tale consolidato impegno teoretico, quale risulta dal brano citato, ci fornisce gli elementi determinanti per intraprendere un viaggio sicuro, indirizzandone opportunamente la rotta. E, a volersene immediatamente avvalere, se ne ottengono le prime insostituibili rilevazioni procedurali.

Innanzitutto sono poste in luce le sovrastrutture poetiche con le quali il poeta sancisce un proprio statuto letterario, una regola privata che indaga il senso stesso dell’operazione in corso lasciando al critico una sorta di modus operandi ove sia possibile individuare un filo conduttore, un motivo ritornante. Tali sovrastrutture si ripartiscono, secondo la lezione anceschiana, in precetti norme e ideali che insieme vengono a costituire il percorso formativo del poeta e nel contempo il suo esplorare il proprio lavoro nell’attimo stesso in cui esso si compie. Questo magma di intenzioni e propositi ristagna e fermenta relandosi con altri sistemi esterni, venendo ad erigere uno sterminato edificio di connessioni che si concreta, vive e apre nuovi snodi strutturali nell’esercizio ultimo dello scrivere poesia, andando poi a realizzare un’identità poetica nuova ed irriproducibile.

Addentrarsi in questo complesso ecosistema significa dunque dipanare l’intreccio delle relazioni, seguire con scrupolo fenomenologico ogni ramificazione e verificare ogni segmento connettivo interno ed esterno: nella consapevolezza di analizzare una prospettiva in perpetuo divenire, mai consolidata. Con queste prime scarne indicazioni di base è già possibile avvicinare un testo poetico e sondarne rimandi e punti di fuga nell’ottica di una lettura fenomenologica, tesa quindi a inseguirne il crepitio concettuale nel corso del suo itinerario, in un dedalo ove la molteplicità assume valenza di connotazione morfologica e carattere di qualificazione ermeneutica. E l’autore stesso, Demiurgo di questo piccolo universo, viene a contenerlo e a significarsi nei suoi infiniti riflessi prismatici, quasi creatura del proprio molteplice creato, cellula intessuta d’eventi che rincorrono il proprio farsi. A tale proposito Italo Calvino avverte gaddianamente il suo uditorio nelle ‘Lezioni americane‘: “Chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”. E più fermamente Paul Valery ribadisce: “lo non faccio un ‘Sistema’ -il mio sistema- sono io”.

ln questa direzione è pertanto necessario muovere i primi passi. Ove cioè sia possibile cogliere nel poeta la consapevolezza del proprio fare nel momento in cui questo entra in collisione dialettica con i sottoinsiemi di un sistema multivoco, dialogico, poliprospettico, quale insomma lo indicava Michail Bachtin individuandone i connotati essenziali nella pluridiscorsività stilistica del romanzo. E proprio questa sorvegliata coscienza progettuale sintonizza il poeta sulla medesima lunghezza d’onda del critico. Egli, in quest’ottica, si pone dinanzi al suo lavoro con atteggiamento disincantato, andando risolutamente ad individuare e scandagliare le voci della propria anima (Machado, in un verso non a caso caro a Caproni, intese questa introspezione come un attento sguardo alle ‘secretas galerias del alma‘). ln tal merito si pronuncia puntualmente Giorgio Caproni: “Penso che un critico abscondítus sia sempre presente nel poeta. In questo senso il poeta è sempre uno e bino. E’ sempre vigile in lui il critico di se stesso (un critico inconscio, forse) anche e proprio quando egli sembra più abbandonato al raptus”.

Questa scoperta di un universo bipolare, dove invenzione e lezione si cingono indissolubilmente, è intimamente viva in un poeta straordinariamente introspettivo e problematico qual è Giorgio Caproni. ln lui la scoperta del proprio fare diviene rifrazione dell’impalcatura poetica: se è possibile ulteriore divaricazione di capisaldi tematici di per se già ampiamente fecondi di rimandi e valenze. Il suo sistema assume così le coordinate di un immenso crocicchio dove le direzioni possibili differiscono e ritornano a se stesse in una reversibilità pressoché perpetua. E un tale sistema arriva inevitabilmente a configurarsi come contenitore dei vari io (mézigues li ribattezza Caproni prendendo a prestito il termine da Céline) che ne hanno calcato gli innumerevoli sentieri: ne scaturisce un pulsante e quantomai instabile profilo interiore. Ed è il poeta stesso a tracciare tale fisionomia e ad inseguirla circolarmente con i propri versi, a farsi personalmente ‘altro da sé’: “si arriva così al paradosso che quantopiù il poeta si immerge nel pozzo del proprio io, tanto più egli allontana da se ogni facile accusa di solipsismo: appunto perché in quella profondissima zona del suo io è il noi: un io che dalla singolarità passa immediatamente alla pluralità”.

La riflessione sul proprio fare diviene dunque in Caproni ontologia portante di tutta la sua opera, ove per ontologia s’intende un’indagine sistematica intorno all’essere pensante che crea e ritrova la propria identità attraverso le tappe di questa ascesi creativa. Compito del poeta è dunque farsi largo in una pluralità di mézigues che è propria di chi creando percorre e persegue una personale euresi poetico-speculativa. ln ogni suo lavoro Caproni si troverà a rincorrere un nuovo se stesso, un volto prefissato, quasi che ogni sua fatica letteraria risulti un gradino verso un identità sfocata e inconoscibile. sempre entro gli argini di una mai assopita razionalità indagatrice. Caproni, specie nell’ultima fase della sua parabola poetica, costruisce un sistema che individua e persegue alcuni precisi propositi. Puntando il suo sguardo verso se stesso ritrova le schegge dell’intera umanità franta e dispersa nei corridoi dell’anima, rinviene la tremolante presenza-assenza di un Dio sempre sul punto di essere raggiunto, rintraccia le coordinate topografiche dell’indicibile, del ‘non giurisdizionale’. Tutto ciò avviene grazie a quell’istinto progettuale che fa di Caproni un poeta sempre alla ricerca di un obiettivo da cogliere, quasi mai abbandonato al puro godimento estetico, un teoreta che innanzitutto affila le armi immediatamente fruibili tra il suo vasto arsenale: quelle dello stile e del metro.

Si scorrano alcune dichiarazioni di Caproni che risultano significative di tale coscienza progettuale e insieme di un tentativo di avvicinarsi ad una vagheggiata chimera stilistica: “Ho sempre creduto (…) che la poesia in genere, come la musica o qualsiasi altra arte, sia sempre intraducibile in termini logici per la plurivalenza che in essa assume la parola (anche secondo la posizione che essa occupa nel verso) oltre l’usuale codice della normale comunicazione”. O altrove: “ll mio ideale sarebbe scrivere poesie di una parola sola. ll rumore delle parole, della loro sovrabbondanza. mi ha stancato presto.” O ancora: “Mentre nel linguaggio pratico il segnale acustico o grafico della parola resta stretto alla lettera e alla pura e semplice informazione, nel linguaggio poetico la parola stessa conserva, sì, il proprio senso letterale, ma anche si carica di una serie pressoché infinita di significati ‘armonici’ (e dico ‘armonici’ usando il termine com’è usato nella fisica e nella musica) che ne forma la sua peculiare forza espressiva”.

Nostra premura sarà quindi verificare la rotta di tale arduo percorso poetico unitamente ai mezzi con i quali viene portata a termine. Ciò può attuarsi in relazione ad un approccio fenomenologico quale Anceschi ha teorizzato, teso cioè a captarne, per quanto possibile, la natura plurivalente dei nuclei tematici e stilistici, e i richiami intertestuali che da essi si ramificano in ogni direzione.

Consunzione di due avidi materialisti per mezzo di un bidet intasato dal calcare

bidet

Così lei sarebbe l’idraulico.
Andrei piano con le definizioni e intanto le dico buongiorno.
Ah ecco, quindi senza presunzione di identità lei passa direttamente ai convenevoli. E cosa ci farebbe qui?
Come cosa ci faccio qui? Ma se ha chiamato lei per uno scarico difettoso.
Senta, per principio non chiamo mai nessuno. Sono facilmente soggetto ad essere chiamato, questo sì, ma per quanto riguarda l’atto specifico…
Va bene, se non ci sono guasti io me ne vado.
Dal momento che è qui la introduco ad un circuito di sofferenza.
Mmm. Faccia strada.
Eccolo qui. Guardi che roba.
Io vedo un bidet. Un decoroso dispensatore di igiene intima.
Perchè lei guarda con il disincanto del tecnico. Provi a spogliare la forma. E lasci perdere l’intimità.
Aspetti che controllo i rubinetti. C’è una perdita?
Un’assenza.
Una mancanza di acqua?
Esattamente. Lo scroto rimane asciutto.
Mi risparmi i particolari. Dunque vediamo.
La materia di cui è fatto questo bidet è pura porcellana delle Isole Guam, per cui la imploro di usare una certa attenzione.
Eh, lo sapevo. Il suo bidet ha gli ugelli completamente intasati di calcare. Probabilmente anche le tubature lo sono.
E l’acqua che prima scrosciava rubiconda e altezzosa dove se ne è andata?
E’ rimasta nelle tubature e non può oltrepassare la barriera di calcare. Se ne sta rintanata in attesa di tempi migliori.
Un po’ come Diogene di Sinope che se ne stava nella sua botte.
Sì ma quello cercava l’uomo. L’acqua invece cerca solo di ammazzare il tempo giocando a burraco con gli atomi di zinco dei tubi. E se ne frega del suo scroto, sia detto tra noi.
Lei mi secerne paradossi quando dovrebbe stillare fluidità manutentoria.
Mi metto subito al lavoro. Stia lontano prego, devo usare un acido anticalcare.
Non si usano acidi in questa casa, solo elementi basici.
E come faccio a sbloccare gli ugelli dal calcare, scusi?
Liberi un paradosso dei suoi, e faccia fare a lui il lavoro sporco.
“Tutto ciò che ha nome vita ha in opera la morte.”
Vede che anche plagiando l’antichità un paradosso salta sempre fuori? Provi un po’ ad aprire i rubinetti.
Funziona.
Sì, funziona. La ringrazio.
Arrivederci.

Separè

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Se solo avessimo più tempo. Se solo avessimo occhi per guardare. Una grazia nascosta. Un’armonia sepolta nella routine.

Un piccolo spazio incolume. La devastazione di ogni asfalto.

Il bello deve organizzarsi

Il bello deve organizzarsi. E lo deve fare al più presto. Un’estetica digitale deve soppiantare questa mostruosa macchina del brutto messa in piedi da forze arcane, contrarie al legittimo godimento sensoriale dei cittadini.

Bisogna unirsi.

Bisogna combattere.

Il circolo dei criptici

Il circolo dei criptici si riuniva rigorosamente ogni pomeriggio feriale dalle 15.30 alle 17.30 di ogni mese estivo. In apparenza l’incontro dei quattro (o cinque) uomini avveniva in modo del tutto spontaneo. In realtà nascondeva un rituale consolidato, una liturgia segreta la cui metafora riposava nel cuore di ogni membro. Dalla terrazza, attraverso i vetri del parapetto, i Criptici avevano visuale sul passeggio di persone troppo indaffarate nel combattere il caldo e i rivolgimenti della vita per fare caso a loro. E da quella terrazza attraverso un codice privato di gesti e parole riuscivano ad ordire i destini del mondo , a plasmare le correnti di pensiero, a circoncidere il Fato e a compulsare la Via Ultima dell’umanità.

Tra un caffè e un sorbetto al limone il tempo pareva fermarsi dentro la conversazione di quegli uomini. A guardarli sembravano fermi ad un tavolo, ma chi li ascoltava ricavava una persistente sensazione di spossatezza, come se avesse appena corso a perdifiato. Una parola fermava il fiato, un’altra lo toglieva. Parole innocue, banali, sciatte, come ne sentiamo sempre: in treno, in autobus, dal barbiere, alla radio.

Nessuno lo stabilì con certezza ma fu precisamente quello l’inizio dell’Era dei Criptici che portò al decadimento naturale dei primi teoremi della Fisica. Caddero anche alcuni postulati di Linguistica e Filosofia, faticosamente eretti negli anni da rigorosi speculatori e spazzati via da un sussurro.

Furono anche visti aquiloni volare senza filo.

Paolo da Mocri (a Paul, per i suoi 50 anni)

PAOLO DA MOCRI

Qui giunsi dall’aspra terra d’Albione
dove l’atro odor di fish and chips
m’avea saturato il rubizzo nasone
e fianco le labbra (che là nomano “lips”).

Io son Paolo da Mocri, anglese
semidio, satiro e commediante
d’auliche note e di fine amor cortese,
di rari velli e stole, artefice cangiante.

Il dolce Febo ed io posammo il guardo
sopra una brulla terra d’antiche torri cinta
San Giovanni chiamavan quel baluardo:
vi presi casa, di sfarzo e d’oro pinta.

Ivi condussi vita da cartamodellista,
sartore, cucitore e gran pantalonaio,
ma giunta sera mi scatenavo in pista
al Bar Italia, effimero pollaio.

Nutrìa passion insana per vino e sigarette,
donne e cortigiane le preferivo al laccio
e mi burlavo delle giunoniche tette
che inalberavan ritte ad ogni omaccio.

Fui d’ironia leggiadra sapido fautore,
del peplo ellenico mi vinse l’eleganza,
di tragedie figurate padre e gran tutore,
d’Andromaca e Cassandra l’erta istanza.

Poi repentino un permutar di rotta
che mi strappò al comodo giaciglio
per una Casa del Tesoro galeotta
nella bucolica Tavullia il nascondiglio.

Quivi divenni esotico cuciniere
ristorator di stomaco e di cuore
ciambellano, maggiordomo e locandiere,
a tutti gli ospiti dispensai calore.

E il mezzo secolo che grava sulle spalle
non mi scalfisce il riso irriverente
non segna il viso a monte nè a valle
non cambia mai l’amor della mia gente.

Io sono fui e sarò Paolo da Mocri
giullare, teatrante e uomo retto
artista e sognatore come pochi
di Dioniso il figlio prediletto.

———————-

(liberamente tratto da Le Troiane di Euripide)
(foto di Andrea Nicolini)

Jiaxing

Orrobimbo
sei docile argilla
in mani feroci
e pieghi
e rotei
e tendi
le tue esili membra
come lingua di cane.
Da una ciotola
di riso basmati
dirompente
spastico
silfide bimbo che guardi
lo scheletro
dei tuoi pochi anni
dilapidare
le sue fortune
nel vento di Jiaxing.

Hanno preso il tuo corpo
e piegato come bambù
e stretto
contorto
frenato
rifilato.
E poi denti
d’un salto smaltato
han sfiorato
il tuo sorriso
istituzionale
per i patriarchi
seduti
in consesso
sulgli spalti di Jiaxing.

Tu che correvi
come giovane lepre
nella boscaglia
e sulle risaie
ricolme di sospiri
e caldo foderato
di giovani amanti
acquattati nell’onde.
Tu che filavi
come ripida acqua
leggero
come il sogno a vapore
di una cucina
interrata di soia.
Tu che fischiavi
a molecole di
giovani insetti
e succhiavi l’aria
e poi il sole di Jiaxing.

Hanno avvolto
di sangue e catrame
il tuo esile filo
di pelle e pensieri,
han costretto
ad una pertica
il tuo tremovolteggio
bagnato di talco.
Un’immensa palestra
di pietra e linoleum
ha affilato
i tuoi nervi aguzzi.
E tu …
tu hai ancora
la forza
d’alzare i tuoi arti di gomma
e librarti
e danzare
come snodo di via
come pura follia
nel cielo di Jiaxing.

Opposizione

Io andrò
pieno di niente
e di luce
incontro
al tempo che cade.

Sarò elegante
e un poco forbito
vestendo
la decadenza
del mio corpo.

Sorriderò
vedendo la pelle
seccarsi
e le parole
volare via leggere.

Sarò vecchio
e masticherò
il mio dolore
concentrandomi
su disegni bambini.

E penserò ridente
alle tue fresche
labbra
rinchiuse e spente
in un ultimo sussulto
d’infanzia.

Caldo

Ci vuole qualcosa di eclatante contro questo caldo, una peroncina ghiacciata è un buon inizio, giusto per esorcizzare la natura del mio nemico: se non puoi batterlo fottigli la realtà tutto intorno. Il caldo si diceva… Dev’essere qualcosa di panteistico il caldo perchè non guarda in faccia a nessuno e vive di una vita sua: è dappertutto il bastardo, meglio (o peggio se vogliamo) del segnale umts del telefonino. Una creatura tentacolare che si stiracchia in ogni dove. E fa maledettamente bene il suo mestiere. Il caldo poi produce tutta una serie di effetti collaterali sul paesaggio. Ad esempio i pedoni al passeggio. Guardi la gente: sembrano alieni tristi e soli. Di solito sono dei divi del cinema. Ma col caldo… Le facce sono tirate in una smorfia di sopportazione. Migliaia di martiri impalati e crocifissi a spasso per Via Carducci. Anzi non puoi mettere il naso fuori in terrazza che ti senti i polmoni risucchiati in una bolla d’aria, un colpo nello scroto che ti dice: torna dentro e soffri senza conoscere l’aria pura. Un altro effetto collaterale è la confusione mentale: ti si impastano le idee e tutto fluisce come una pappa primordiale, senza scintille. Un passato di verdura senza capo nè coda dove ti ritrovi a sputare banalità e luoghi comuni, tanto per non startene zitto. Il caldo non ti vuole mentalmente attivo: ti vuole succube e demente, torni teenager col caldo. Poi c’è anche la storia del sudore: sì insomma l’alone intorno all’ascella non è un gradevole biglietto da visita, e sentire i propri piedi che ballano in una jacuzzi di sudore all’interno del mocassino, beh, è come guardare la De Filippi in tv, una lunga agonia bianca e strisciante. Il caldo cambia anche la natura delle cose: trasforma la realtà abusata e la rende irreale, ah no questa l’hanno già scritta… Diciamo che il caldo mi ricorda il personaggio di Old Boy mixato con Leonard Zelig. Un essere che cambia spesso connotati, lineamenti, modo di essere, di pensare, non ci capisci più un cazzo alla fine. Il caldo trasforma la realtà e ti fa vivere in una specie di paesaggio lunare dove ti vengono meno i punti di riferimento, un incubo alla Ubik senza però la speranza di usare il magico spray che ti salverebbe le chiappe.
Il caldo è anche un amico, è solo come me, in certe ore del pomeriggio, lo sento scivolarmi intorno, cercare un alito di amicizia tra il ristagno dell’umidità. Allora capisco che è un reietto in fondo e che gli potrei perfino voler bene. Anche se mi incasina la tastiera di sudore.
Il caldo…