Archivio della categoria: Memorie

In memoria di Andrea Magalotti

Una delle ultime cose che vide fu un arrembaggio di pedoni: un furioso e determinato incedere di  piccoli  guerrieri che travolgevano ogni difesa dell’avversario. Una rete di matto pazientemente intessuta dai pezzi più umili e dimessi…
Andrea cercò nella sua mente le possibilità dell’avversario calcolando ogni tangibile scenario.
Migliaia di smottamenti tellurici investirono quel piccolo scenario di 64 caselle. Andrea socchiuse gli occhi e quasi pregustò la parata vittoriosa.
Luci sbiadite fuggirono dal suo giorno quasi a rincorrersi come Morgane assetate di cielo e vastità. Allungò una mano per scacciare gli ultimi mostri: i sacrifici, le mosse irrazionali, le difese disperate, i tentativi di un Perpetuo trovato all’ultimo istante. Grani di luce si dissolsero nella sua mente e la sua visione fu improvvisamente chiara: abbacinante. Ogni musica giungeva a lui con un’armonia prestabilita e i suoni della scacchiera risultavano attutiti, fiochi, leggeri. Come vapori dispersi alle prime luci dell’alba.
Le voci si fecero confuse, lontane… 
Un rumore di erba, d’infanzia diradata, una cortina che improvvisamente veniva a cadere, con moto sciancato e ossessivamente lento.
Andrea si rese conto che l’ebbrezza di luce non era più una variante ma  parte integrante del suo nuovo restare, del suo candido ricollocarsi in un ambito più aereo, più imprevedibilmente lieve…
Sorrise in quel suo modo obliquo e impenetrabile, sparse nuvole d’ironia e affrettò il passo.

[ciao Andrea! buona strada ovunque tu sia!]

Harold Pinter esce di scena

harold pinter

Ricordo la prima volta che conobbi la conturbante dialettica delle pieces di Harold Pinter: stavo scrivendo uno sgangherato monologo dal titolo “Fatemici Pensare”, una storia di un tizio che amava starsene in casa a rimuginare sui propri pensieri senza contatti con il mondo esterno. Nel frattempo cercavo ispirazione altrove per delineare la psicologia di questo personaggio, e mi imbattei in “Terra di Nessuno”, capolavoro di proporzioni insondabili, con una ferocia dialogica che ti lasciava senza fiato.

Harold Pinter era così: un turbinio di parole contro parole, un crescendo emozionale ibernato in una piccola ampolla, un continuo collidere tra strati coscienti e persone affamate dell’altro, una tensione fatta di carne e parole.

Ora che ci ha lasciati un immenso buco si è aperto, come una carogna che attende. Un vuoto, un silenzio, un’afasia senza suoni. Vorrei ricordarlo con un celeberrimo dialogo tratto da “Terra di Nessuno”:

“Sei in terra di nessuno. Che non si muove, non cambia, non invecchia, ma che resta per sempre gelida e muta.”

“A questo io brindo.”

Dieci petali che cadono

bertForse il cristallo dei tuoi occhi ha troppo presto seppellito la luce, o forse noi l’abbiamo chiusa troppo lontana da te. In certe assenze che chiamavamo i “mancati giorni”, dal titolo di quel libro.

Ci lasci così, senza il riparo di una battuta. Una tua parola in tralice, come volo leggero d’ironia che accendeva sorrisi e recava un turbinio di increspature negli sguardi più torvi. Ci lasci senza neppure darci il tempo di salutarti, solo domande, ora, davanti a te, e un vuoto a correre via. Un corteo rarefatto di ricordi e di domande inesplose.

Eri stato sedotto da Ordinamenti Superiori e filavi sospeso, cavalcando la tua levità, vestendo con azzurra incoscienza i tuoi paramenti angelici. Seguivi le parole dei Santi e ne studiavi i balsami per l’Anima. Noi chiusi nelle nostre vite, mai sfiorati da una Rosa così atrocemente mistica.

Dieci petali che cadono. Con precisa lentezza. Uno a uno. Eccoli nella notte. Non un fiato. Non un suono. Solo quel fatidico sfiorire.

Solo quel cadere silente che solo tu senti.

Ciao Bert. Perdona i mancati giorni.

Seguendo il fiume

marco, laura e cita

Seguendo il fiume per 30 anni a ritroso mi ritrovo con una mano di primate nella mia, un paio di incisivi in meno, la patta aperta, la camicia del piccolo mafioso e i calzini blu con i sandali aperti.

Mia sorella solare e floreale, ride ancora così.Lo stivale però era fin troppo aggressivo. Poi mi accorgo di straforo che in realtà è un calzino traforato dello stesso colore del sandaletto. Che finezza.

Cita dal canto suo era maledettamente fotogenica.

30 anni spesi bene. Per tutti e 3. In fin dei conti.

Astronauti e investigatori

Al posto dell’attuale Coop, a poca distanza dalla rotonda con la dicitura “benvenuti a Cattolica”, sorgeva un tempo, verso gli inizi degli anni ’70, una grande costruzione in disarmo: la vecchia fornace. Era un edificio abbandonato a se stesso, un immenso gigante privato di volontà senziente, coricatosi alle pendici del Monte Vici e mai più risvegliatosi.
Noi con la cristallina incoscienza dei bambini ci si andava a giocare, a immaginare storie, a costruirsi mondi paralleli. Eravamo il gruppetto dei 3 Marchi, gli astronauti dello spazio. La fornace mutava il suo aspetto: da fatiscente rudere diveniva avanzatissima astronave, molto spesso diretta su Plutone, con compiti esplorativi e scientifici, ma non si escludevano intenti colonialistici, dipendeva dal contesto narrativo. Uno dei 3 era un abile disegnatore, e si decise di eternare le avventure cosmiche in un fumetto con tiratura stimabile in nr. 1 copia, da far girare in classe, con molta attenzione e delicatezza. Il fumetto era ben fatto, ricordo che il Marco disegnatore, sfruttando la sua posizione strategica, riusciva sempre a mettersi in buona luce nella trama e spettava sempre a lui il colpo di grazia verso la temibile entità venusiana che infestava i condotti d’aerazione della navicella, o il primo passo sulla superficie vergine di un nuovo pianeta. Il secondo Marco era più orientato sui testi e si alternava con me al timone della sceneggiatura.
Più tardi superammo la fissa per lo spazio e con l’adolescenza arrivò il trip delle detective stories, e qui superammo noi stessi perchè fondammo una vera e propria Agenzia di Investigatori Privati (AIP) con sede nella mia attuale magione, la casa dei nonni, a quei tempi. Si organizzò tutto: un reparto operativo, un ufficio amministrativo con tanto di segretaria (Caterina, precettata in classe), equipaggiamento di prima scelta con lenti, bombette puzzolenti, schedari e taccuini. Approfittammo persino del ciclostile scolastico per stampare i nostri volantini pubblicitari coi quali invademmo le caselle postali di mezza Cattolica, recapitandoli a mano e dividendoci i vari quartieri. Naturalmente non si batteva chiodo e allora decisi di dare una mano al destino inventandomi qualche caso. L’AIP passò dunque dal caso del Diamante rubato a quello del Cagnolino scomparso, per sgominare infine una Banda di falsari che aveva il proprio quartier generale in un minigolf poco distante dalla sede AIP e che astutamente non si fece trovare durante l’irruzione.
Per celebrare i brillanti successi si tenne un grande ricevimento a cui furono invitati i compagni di scuola. Ricordo che per assecondare l’atmosfera di mistero avevamo organizzato trappole e sorprese, come nel percorso di un tunnel dell’orrore. Nel bel mezzo della festa però qualcuno pensò bene di dar fondo a tutto l’arsenale di bombe puzzolenti e dall’alone di mistero si passò al fetore irrespirabile con miserevole fallimento del ricevimento e di tutti i marchingegni che avevamo approntato.
Ancora oggi, quando racconto una favola a Elmore, e all’improvviso mi distraggo o mi perdo tra le pieghe della trama in divenire, lei mi intima imperiosamente “allora babbo?” e vedo i suoi occhi assetati di favola e poi un attimo dopo luccicare di fanciullesca e purissima gioia alla ripresa del racconto.
Allora rido con lei e ripenso a quei tempi, quando fui astronauta e poi investigatore, e avevo quegli stessi occhi assetati di favole, di spazio, di mistero, occhi che solo i bambini possono avere.

Il Rock Island di Rimini


Oggi sistemavo vecchie foto nei polverosi recessi del mio pc (avete mai aperto il case di un pc? se non lo avete ancora fatto non fatelo!!!).
Sposta, mista e imbroglia mi capita sotto il mouse questa foto con cui indecorosamente apro questo post, datata 2003 credo, in cui il sottoscritto appare concentrato nel testare la meccanica di un passeggino in condizioni estreme, mentre altre persone intorno a lui, senza il minimo rispetto per il gravoso compito, non fanno nulla per nascondere un’irriguardosa ilarità. Il tutto accadeva in occasione della festa di matrimonio di Simona e Taro, una coppia che in quel giorno annunciava al mondo che sì, era possibile coniugare le grazie di Rimini (Simona) alle dis-grazie di Cattolica (Taro). Parenteticamente vorrei qui rimarcare che il già nominato Taro è un ragazzo in apparenza serio e compìto, ma in realtà assai faceto, un SuperGiovane ante litteram, un Net Geek con la Vespa e il laptop pieno zeppo di donnine nude, ognuna delle quali sistematicamente archiviata in jpg protetti da una crittografia di sua concezione, un poderoso chiavistello che ha richiesto anni di lavoro e che ora rende di fatto inespugnabile ogni sconcezza salvata sul suo portatile. Incidentalmente il soggetto ha poi dato vita ad una serie di progetti informatici che hanno causato una seria contrazione della new economy, causando il prolasso di certi settori strategici per mezzo di tecniche ardite che non posso purtroppo rivelare avendo da tempo esaurito ogni tipo di credibilità (e credito) presso il mio team di avvocati, con la triste conseguenza che l’ennesimo processo per diffamazione mi ridurrebbe sul lastrico ancor prima di pronunciare “Vostro Onore”.
Beh ma a noi che leggiamo che ce ne frega, osserverete (giustamente) voi? E’ che la festa in questione si svolgeva al Rock Island di Rimini, il celebre (?) locale in zona Porto. Coglierei quindi il “la” per partire con una rimembranza giovanilistica che tanto va di moda nei blog e nelle bocciofile. E in effetti mi è subito tornato in mente quanto quel locale sia stato importante per una buona fetta di cattolichini che trasmigravano a nord, come storni in caccia di un mojito.
Il Rock Island: una palafitta traballante costruita sui flutti dell’Adriatico, in maniera tale che se esageravi con i Negroni ti ritrovavi a conversare coi baganelli. Un posto curioso dove tutto poteva accadere e dove in realtà non accadeva mai nulla, se non qualche amorazzo sbocciato e vissuto lo spazio temporale di un cubetto di ghiaccio in una Caipiroska.
Mi ricordo che una sera si era lì a vegetare su qualche pezzo dei Radiohead quando, totalmente inaspettato, salì sul palco un tizio con una chitarra, e si mise a suonare qualche pezzo mentre la musica dei Radiohead sfumava dagli speakers come cenere al vento. Suona bene però, questo tizio, suona “l’Isola che non c’è” mi pare (ma tu dimmi se poteva essere un pezzo diverso da quello), direi che lo suona decentemente, concediamoglielo.
Inutile dire che il tizio era Edoardo Bennato.
Ciao Rock Island, stammi bene, e rimani sempre in buona navigazione.

I pesci fuor d’acqua di via Mancini

Tra le cose scomparse a Cattolica che mi capita di rimpiangere maggiormente un posto d’onore lo occupa sicuramente la Vasca di via Mancini. Posizionata in mezzo alla scalinata che conduceva alla soprastante Piazza del Mercato era una vasca mediamente lurida, infestata da alghe e vegetazioni di oscura classificabilità, con un’acqua putrescente e pesante, dove sguazzavano pesci di arcana natura. Grumi subacquei di varia foggia dall’espressione il più delle volte implorante, e comunque con un moto trasversale e asincrono rispetto ad un esemplare ittico degno di questo nome, una specie di girotondo disarmonico che disorientava lo spettatore e lo faceva vacillare delle sue certezze. Ho amato quella vasca per il suo allineamento verticale, per il suo grido di ribellione e per i suoi pesci, sì per i suoi pesci, o comunque qualsiasi cosa si trovasse ad abitarla. Generazione dopo generazione si era venuta a creare una razza perfetta per quel microcosmo in sfacelo, capace di regnare a lungo con leggi severe ma ritagliate su misura per un mondo ostile, pieno di monetine da 10 lire e di sputazzi senili, di lattine sbrecciate e di bottigliette di Seven Up. Una razza che era persino ingiusto archiviare con una definizione latineggiante tout court, ma che meritava in pieno i crismi della purezza e dell’ineffabilità, l’olio sacro della Mitopoiesi insomma. Quel genere di canoni, per dirla tutta, che solo le più alte schiere angeliche e alcune entità mitologiche potevano legittimamente ascriversi.
E ora? Ora che quella gloriosa genìa è stata barbaramente estirpata, si ricordano solo le gesta di alcuni di loro e non rimane quasi più nulla di quello strano mondo. Ho provato a buttare giù una lista di alcune di quelle creature. Un primo pallido tentativo di sistemazione zoologica per quel crogiolo di bestie che, contro ogni previsione, aveva resistito, aveva regnato, aveva trionfato sull’ambiente e lo aveva sottomesso alla forza dei propri cromosomi.
- La Gruccia: questo era un pesce dalla forma in divenire, tendenzialmente albino, con branchie antropomorfe a guisa di piccole manine che gli donavano la singolare forma di un attaccapanni.
- Il Motorospo: un anfibio con escrescenze di vario genere, sacche ulcerose che a una frettolosa occhiata potevano apparire come ruote pneumatiche di varie dimensioni.
- Il Brizz: il Brizzz, così detto, per il curioso sibilo che emetteva quando ci si avvicinava troppo alla superficie purulenta dell’acqua -brizz-, era un Guardiano delle Alture di Pietra, svolgeva anche compiti doganali per le materie prime in entrata e il pesciame in uscita.
- Il Gunga: di lui si vedevano solo gli occhi, sepolto nella melma della vasca, assisteva al collasso cronologico delle Ere e testimoniava in tempo reale ogni variazione del Conio.
- Il Patatrambo: un Creatore, si occupava di riciclare lattine e di creare oggetti per la trasmigrazione in massa della popolazione della Vasca. Era anche telefonista e stringi-cervelli.

[in apertura: il pesce radioattivo dei Simpsons, generato dalle scorie del buon Montgomery Burns]

Le discoteche di Cattolica

Compulsando un post dell’evocativo blog di Lui Tasini è accaduto ciò che temevo. Sono stato sommerso da una fiumana di ricordi. Immagini adolescenziali di discoteche come unico orizzonte plausibile, di scorribande lungo Viale Bovio, quando si faceva la spola tra Casanova, Taxi e Champagne, la triade di discoteche nello spazio di un centinaio di metri, quando l’estate era un ruggito che si insinuava sotto la pelle e ti innalzava a sgangherato semidio assiso su un altare di ebbrezze nascoste, vilipese dallo spirito alcolico della gioventù.
I ricordi… Ne avverto la presenza in diafana proiezione sulla parete. Come in uno sfocato super8 si rincorrono su questo muro che ho davanti. Rivedo Cischi al Casanova che afferrato il microfono urlava all’astrazione plastica di corpi che si intrecciavano dinanzi a lui: “Tutti nudi al Casanova!”, rivedo il Baffo all’ingresso del Taxi, come un Cerbero invalicabile che rifiutava di farci entrare a scrocco, rivedo le due ragazze olandesi dello Champagne mentre ridono di quei sorrisi fruscianti e minerali, epifania di una corporeità ctonia, inesperibile e brutalmente conturbante. Rivedo Luigi e Marco, compagni di viaggio, nei loro bianchi sorrisi, nel correre via leggero delle parole, degli scherzi sospesi a mezz’aria.
Rivedo poi Lolito, elfica creatura che s’insinuava in discoteca come ombra tra le ombre. Di solito stava ai margini della pista per poi sciogliersi in un ballo sfrenato. Quella sera la musica stanò la sua anima. Posò i robotici occhi su quella schiera di supplicanti, compromessi di strada, irrisolte equazioni, viaggiatori senza distanze, diabetoide accozzaglia di lune oscurate… che, cosa… succede… Luce… Sensi investiti. Ma che…
Un nuovo scroscio di didascalie lo ghermì, un boato scosse le DLL del suo equilibrato sistema operativo. Senza fiato. Fu attraversato da una scarica di qualità, aggettivi, morfologie, mappe fino a minare l’intima essenza di ciascun ballerino che gli stava di fronte. Fino a varcare la sensuale soglia che vanifica l’indifferenza: proprio mentre la Verità campeggiava davanti a lui come un arabesco schiumante… persone, alberi in movimento, evoluzione detonata dell’umanità. Lui all’interno della Musica, lui che sapeva. Assaporò l’olocausto con occhi correlanti e favolosi, agganciò ogni nodo di quel magma, corpi e sensazioni tatuate che galleggiavano nell’ossessivo occhieggiare delle luci stroboscopiche, blinc blinc, che denudavano i loro privatissimi intralci, i loro sotterranei abbracci. Vide tutto in un attimo esploso.
Ah. Dove sei andata giovinezza mia. In quegli occhi pieni di luce e furore di Lolito, sei. In un’ombra tagliata e inaccessibile, sei.
In uno specchio capovolto, sei.

[in apertura foto dei primi anni 70 della discoteca Akimbo, poi Champagne, inviatami da Fabio di Roma, che ringrazio di cuore]

Il forno

Nel novembre del 1994 arrivò in Hotel il primo forno a termoconvezione, costruito dalla bellariese Cucine Crociati: un mostro futurista che avrebbe fatto impallidire Marinetti & soci. Si decise di lasciarlo per qualche giorno fermo, per dargli tempo di ambientarsi, familiarizzare con la cucina, imparare il nostro linguaggio, stemperare lo stress dell’imballo. In realtà lo si temeva e lo si studiava come un’incognita scacchistica. Non conoscendone l’indole prudentemente fu transennato e ridotto ai minimi termini, si decise tuttavia di lasciarlo collegato alla rete elettrica per non lasciarlo perire d’inedia. Ogni tanto gli si passava di fronte scrutandolo in tralice, senza dar l’impressione di guardare, ma così, con un’occhiata distratta che casualmente si posava sulla belva robotica e tosto migrava verso altri lidi. Un impercettibile ronzio di rimando era la prova che la Cosa sapeva. A sua volta controllava. Verificava. Appurava. Spulciava. Vagliava. Accertava.
Rimase in questo limbo per tutto l’inverno. In tutto questo tempo la macchina fece di tutto per essere temuta e rispettata. Il suo carisma si espanse e si consolidò come un uovo in padella. Notai che il led della spia di accensione si era fatto più acceso, più consistente e deciso, quasi un faro in mezzo agli scogli dei padelloni e alla risacca dell’olio in friggitrice. Il suo meccanismo di apertura divenne vieppiù efficace con la cremagliera che gorgheggiava come una cicala ubriaca d’estate. Due pesanti pannelli di vetro e acciaio si alzavano (l’uno) e si abbassavano (l’altro) con moto sincrono, schiudendo un alveo di orfica imperscrutabilità. Laggiù, da qualche parte, le lasagne della signora Nucci avrebbero incontrato una doratura obliqua e balsamica, divenendo sacche di turgidi ripieni da assaporare in un silenzio conventuale, mistico.
In qualche modo quel groviglio di lamiera avrebbe assicurato il perpetuarsi di una tradizione gastronomica che si era gradualmente trasformata in culto massonico, con il proprio gigantesco corredo di rituali e formule da espletare che facevano del cuoco un oscuro Marabut e dei sottocuochi proseliti e adepti in attesa di essere ammessi ai Sublimi Segreti dell’Unica Dottrina.
E finora a ben pensarci, non gli ho mai cambiato una guarnizione, a quel demonio.
[in apertura Enrico Prampolini, Ritratto di Marinetti. Sintesi plastica, 1924-25]

Grand Hotel Cattolica

Era un ometto insignificante, con un viso indefinibile tendente a scivolare tra le pieghe dell’oblio con una velocità repentina. A distanza di qualche ora non riuscivi già a ricostruirne la postura, poi inesorabilmente ecco dissolversi il profilo, i vestiti, il corpo. Rimaneva una nuvoletta a due gambe e poco altro. Ancora oggi non riesco ad afferrarne neppure un particolare, un nome, una declinazione somatica che lo faccia riemergere dalle scalene oscurità dei ricordi. Eppure fu colui che trasformò l’Hotel Boston in Grand Hotel Cattolica, con tutti i crismi del caso.
Era il 1988 quando si presentò al bureau per una singola. Mio padre lo squadrò per un attimo abbracciandolo con una fulminea occhiata scannerizzante come solo il più consumato degli albergatori può fare. Un battito di ciglia che indaga e scava nell’animo dello scrutato: soppesa, pondera, valuta, desume, indugia, infine decide. Certo che è disponibile una singola, prego da questa parte. L’ometto lo seguì docilmente. Il suo bagaglio era composto da una piccola borsa di cuoio consunto e una valigetta metallica che si portava appresso come una creaturina.
In quei giorni lo vedemmo trafficare con un imponente registratore a bobine, un Revox B77, che trascinava faticosamente nella hall e piazzava su un tavolino come un imperatore in convalescenza. Se ne stava tutto il giorno ad armeggiare intorno ai comandi e a sbobinare nastri su nastri. Ogni tanto compariva magicamente un microfono che faceva balenare da chissà quale anfratto. Parlava con un filo di fiato ed era impossibile capire cosa dicesse. Ma parlava, e registrava.
Dopo qualche giorno cominciò a uscire. Lunghe passeggiate che lo riportavano in albergo con un appetito formidabile che placava gettandosi ferocemente sui celesti intingoli della signora Nucci. Una mattina lo incrociai davanti alla Publifono. Ero uscito in bici per una commissione e lo colsi mentre discuteva fittamente con il responsabile dell’ufficio pubblicitario. Mi fermai e feci un gesto di saluto a cui rispose cordialmente con un raro sorriso.
Più tardi in Hotel, senza che glielo avessi chiesto, mi riferì di aver consegnato uno spot di sua concezione alla Publifono Radiomare e che era in attesa fosse trasmesso, forse già quel pomeriggio stesso. Non mi disse altro e immaginai fosse un industriale o un consulente pubblicitario. Mai trepidazione fu più palese in lui, e andò indelebilmente a scalfire la sua aura di imperturbabilità. Era talmente nervoso che rinunciò per la prima volta alla tripla porzione di lasagne con grande sbigottimento del cameriere e dei commensali.
L’orario designato per le trasmissioni della Publifono era per le ore 17.00, appuntamento che ogni turista che ha calcato il bianco litorale cattolichino ben conosce. La curiosità mi divorava e feci un salto a spiaggia, in segreta attesa dell’evento, di qualsiasi cosa si trattasse. La delusione fu enorme: la solita mitragliata pubblicitaria in cui non riuscii a distinguere nulla che non appartenesse alla più immutabile consuetudine.
Tornai verso l’Hotel e notai una fila di questuanti ordinatamente disposta lungo la scalinata, su su, fino al bureau. La domanda era sempre la stessa: una camera al Grand Hotel Cattolica, perfavore. Gente in costume da bagno, senza nient’altro. Tutti con la medesima richiesta. Un teatro dell’assurdo, dove gli attori non riuscivano a emanciparsi dalla dimensione grottesca, surreale. Mio padre faticava a dominare quella folla di mutandati e si sbracciava per spiegare che l’albergo era al completo e che comunque, l’Hotel era un semplice tre stelle e no, non era il Grand Hotel Cattolica e grazie, ma ora signori dovreste proprio andare, e no neppure la cantina è disponibile per alloggiare, mi spiace…
In tutto questo marasma osservai l’ometto che se la rideva in un angolino, quindi ratto mi scivolò a fianco e mormorò eccitato: funziona, capisci? funziona!!! – Ma cosa funziona? – Ho sperimentato un piccolo messaggio subliminale, sai di cosa si tratta? va beh lasciamo perdere… diciamo che oggi ho fatto un piccolo test con la Publifono, capisci? E il test è stato superato brillantemente, mio giovane amico! Brillantemente!
Il giorno dopo impacchettò le sue cose e si presentò al bureau per saldare il soggiorno, era rilassato, obliquamente trionfante. Se ne andò zampettando felice, con le due valigie che dondolavano al ritmo dei suoi saltelli. Non ne seppi mai più nulla.
Qualche volta però, durante la visione di un film, quando mi alzo come un automa e cerco disperatamente un prodotto che in casa non c’è, e avverto la voglia di quel prodotto che cresce dentro come uno spasmo invincibile, mi riesce di fermarmi, e in un attimo mi ritorna alla mente quel buffo ometto e le sue due valigie balzellanti.
Allora ritorno sul divano, e sorrido placato.