Archivio della categoria: Hotel Boston

Se non fosse per il cielo buio

DarkSky2Ci sediamo fuori, come se fosse facile affrontare a viso aperto una notte come questa. Il suo sorriso sfibrato e tagliente è sempre lo stesso. Mi rilasso sulla sedia mentre seguo la corrente umana che fluisce aldilà della terrazza, migliaia di gambe che portano corpi nello spazio, vittime dell’entropia e dello shopping. Lui è con me. Lo sento respirare in un tempo di quattro quarti, un metronomo asciutto e affidabile. Lo intravedo sul morire del campo visivo, sfocato al mio fianco, presumo anche lui rapito da quel flusso di carne e bigiotteria. In sottofondo una chitarra jazz, mi pare sia il disco di Jim Hall. L’arpeggio acustico accompagna degnamente tutti quei visi stralunati, in balia della passeggiata serale.

Non parliamo. Non ancora. Sento il rumore della sua pelle mentre fruscia sui braccioli della sedia. Per un attimo giuro a me stesso che potrei rimodularne la tonalità, ma è solo finzione, è solo narcisismo e nient’altro.

Spendiamo ancora qualche minuto a guardare la gente a passeggio e a bere birra in silenzio. La sua voce infine arriva, e quasi non ascolto le parole, mi concentro sul tono. La sua voce mi dice cose che le parole non possono spiegare. La sua intonazione, la sua gamma, il suo timbro, la sua inflessione. Musica delle parole, movimento delle labbra, suono articolato. Infine mi concentro sul significato perdendomi i titoli di testa.

Mi sta dicendo che deve morire. Ha fatto non so quali esami. Ha consultato non so quale primario. Ha un qualcosa alla testa. Mentre lo dice distorce la parola “qualcosa” scivolando sulla sibilante e ridendo sommessamente di quel suono lunare che riesce a tirarne fuori. Dice che hanno anche provato a operarlo ma l’han subito richiuso. Mi mostra una cicatrice tra i capelli con un movimento obliquo del capo.

Perdo le mie parole, ora. Balbetto qualcosa. Qualcosa di ridicolo, di programmatico, di già scritto. Lui ride, con un che di paterno. Una tenerezza che mi ferisce ancora di più. La sedia si muove sotto il mio peso, sento lo stridio delle gambe sulle mattonelle. Oltre i vetri della terrazza la gente continua a camminare. Tutto è movimento, instancabile, inarrestabile, esausto movimento di persone che vanno verso un punto indefinito della mappa cittadina. Sento il suo respiro calmo, la sua ironia di sempre, ben celata e pronta a scattare. La sua intelligenza implacabile che cova come un fuoco sotto la cenere. Ho freddo. Non lo guardo più.

Alzo gli occhi alla notte. Se non fosse per il cielo buio vedrei carovane di nuvole lassù, mentre scorrono silenziose, in balia dei venti notturni. Invisibili nascondono le stelle, e la luna a volte.

(a Ivano)

Un Mese


Un mese di assenza.
Un mese di traumi ferragostani e fuochi d’artificio in fieri.
Un mese di folla in bermuda e auto da posteggiare.
Un mese di camerieri bizzosi.
Un mese di scartafacci da vergare.
Un mese di ombrelloni all’orizzonte.
Un mese di sabbia e gelosie.
Un mese di “scusi, per l’autodromo?”.
Un mese di aperitivi sprite-trebbiano-campari.
Un mese di vita archiviata.
Un mese di aria condizionata dentro la pelle.
Un mese di sorrisi precotti.
Un mese di Sergio e la sua ragazza di 26 anni.
Un mese di faide calabresi.
Un mese di wi-fi regalato alla ionosfera.
Un mese di battaglie invisibili su Google.
Un mese di pagerank negato.
Un mese di Winnie Pooh e di pc usurpato da Elmore.
Un mese di sofismi sul maltempo.
Un mese di mugugni sul maltempo.
Un mese di “domani han messo il sole”.
Un mese di tariffe all-inclusive e quasi-inclusive.
Un mese di chiavi tintinnanti.
Un mese di sussurri nell’ombra e di cospirazioni sventate.
Un mese di lotta titanica con la schiuma della spina.
Un mese di posteggi crudeli e auto segregate.
Un mese di baci sopiti.
Un mese di “salvelox”, “sbidiguda”, “antani” e “andicapo di altitudine”.
Un mese di sogni sudati.
Un mese di pesci sventrati e pane grattato.
Un mese.
Rieccomi.
Tutto intero o quasi.
Un Lazzaro di cartapesta.

Shining

L’ora topica per misurare il senso di solitudine di un albergatore sono le 21.
A quell’ora i clienti veri sciamano fuori e l’hotel piomba nella più raminga e solitaria condizione che uomo possa pallidamente immaginare.
Entrano allora dalla porta principale ancestrali spiriti di turisti mai esistiti, modelli comportamentali costruiti a tavolino da qualche sociologo finito internato in qualche istituto in disarmo oppure suicida in qualche melmoso fiume della bassa Brianza.
Si intrecciano conversazioni di uomini e cose non presenti, e l’albergatore presenzia indifeso e come una spugna s’impregna di quella dialettica eterea, di quei parlari nuvolosi e fuggenti, niveo flautati, come musica colta distrattamente nella cornice di un centro commerciale affollato. Le persone e le conversazioni si infittiscono e la hall prende vita virtuale, la gente ride sotto la corteccia di brezza mistificata che i climatizzatori si affannano a restituire all’ambiente ormai di suo già saturo di ectoplasmi e umidità alterate.
L’albergatore professionalmente presenzia, stringe mani, scambia battute, lancia frizzi e lazzi, mordicchia qualche lobo, flirta con un’affascinante signora in vacanza con la figlia ma, ahimè, sprovvista al momento di marito e/o valido accompagnatore, sia esso di vento o di cielo costituito.
Il caldo fuori si stringe alle vetrate e minaccia ogni istante un’irruzione devastante e apocalittica, ma al momento il corteo di spiriti si libra su ogni materiale oppressione e volteggia libero e leggero su queste basse contingenze da aia di provincia.
E questi spiriti eletti intanto disegnano un fulminante affresco di vita alberghiera, un’elegante e impomatato ricevimento, con un garrire di vestiti da sera e abiti da cerimonia che sciamano nei locali come farfalle ubriache di sole.
Immancabile, al momento opportuno, il patriarca leverà i propri augusti glutei e, delicatamente percuotendo con il cucchiaino d’argento il calice di cristallo, proporrà un brindisi all’ospite e al padrone di casa che tanto cortesemente ha accolto e patrocinato un ricevimento tanto importante. Importante, userà proprio questo termine, e l’albergatore, da qualche parte, morirà in segreto per rinascere con un affettato sorriso di circostanza da cospargere elegantemente nell’atmosfera. Le signore osserveranno il destinatario del brindisi e, incidentalmente, delle auguste attenzioni del Patriarca, ammireranno la sua geometrica scriminatura e lentamente rilasceranno fenormoni nell’aria ormai insalubre.
Quando i primi – veri – ospiti rincaseranno non coglieranno che una lieve carezza sul viso, un vago sentore di cose perdute, un deja vu sul morire del campo visivo.
Come un filo di ragno che fluttua in balia del vento.

Gatta Virginia

Un mattino di chiarissima estate Gatta Virginia se ne sta oziosa sui coppi di una tettoia non ancora arroventata. Si dondola su un mondo immaturo, intorpidita da sogni felini di vibrisse e ossa lunari.
Gatta Virginia sa che anche oggi dovrà, ahimè, mettere qualcosa in pancia per continuare a giocare la partita. Le regole sono fin troppo chiare e l’applicazione delle stesse s’intende ferrea e senza sbavature. La pena prevista è la coda irsuta del Grande Gatto che inesorabile è pronta a scendere dal nubico e a cingere il dissidente issandolo verso un cielo senza lische.
Gatta Virginia segue la molle vita del cortile amplificando la sua ricezione alla ricerca di impercettibili segnali.
Le donne del cortile si affannano a stendere panni, ramazzare le scorie notturne, sistemare vuoti di bottiglia e cartoni vuoti, impilare sacchi di spazzatura e spazzatura insaccata, sospirare e in tralice canticchiare sommessamente nenie che si perdono nella prima aura del mattino.
La nostra gatta registra tutto e analizza ogni singolo evento in funzione di una papabile fonte di cibo da procacciarsi. Ma quasi in sottofondo però, swappando tra un sistema e l’altro con la leggiadria di un googlebot trasognante.
A metà mattinata la diremmo sfiduciata. A ridosso dell’ora di pranzo quasi stremata da tanto vagliare più che dal digiuno.
Un filo di ragno disegna un pertugio di luce riflessa sul suo manto impolverato.
Scorrono le ore e i minuti come cespi aguti…
E corre via quel senso di eternità intonacata che tanto spesso passeggia sotto gallerie e muri sbrecciati e fa sentire indifesi sia gli uomini che i gatti.
E possa anche il sole fingere di non vedere lo scempio di un pomeriggio sperperato in una caccia senza esito, senza prede certe nè cacciatori capaci.
La svolta verso le tre del pomeriggio quando la canicola ruggisce e imperversa su persone e cose e ammorba i pensieri. Gatta Virginia si alza stiracchiandosi e finge di molestare un arbusto. Poi con passo marziano scivola nell’abisso del cortile e si perde sotto le macchine in sosta.
La sua preda è forse la sua stessa indolenza.
O forse siamo noi stessi a cadere nella trappola?

Autobus fantasma

Ieri mattina si ferma un torpedone che pareva sputato dai mitici anni 50. Un collasso di lamiere e linee podaliche che piano piano si accosta al marciapiede e con un tremendo sferragliare, come un vecchio catarroso, eccolo spossato concludere la sua corsa e con l’ultimo briciolo d’energia aprire le porte per vomitare i passeggeri.
Seduto in terrazza seguivo incuriosito la scena domandandomi un po’ tutto e un po’ niente. Dopo alcuni eterni minuti ecco sbucare l’autista, o un surrogato di tale figura. Un uomo di una grassezza infinita, completamente madido di sudore, con lo sguardo da bimbo smarrito in un recinto di cani feroci.
L’autobus rimane lì, senza fare un fiato, tutto concentrato nel recuperare le forze per chissà quale impresa. L’autista appioppa un calcetto al pneumatico, quasi a sincerarsi della sua consistenza materica e della sua giustificazione spaziale. Guarda con aria triste l’enorme vano bagagli che divora metà facciata del veicolo e che probabilmente attende di essere aperto da mano solerte e possibilmente scevra di pinguedine. La ruggine ricopre ogni singolo atomo di carrozzeria, la targa risulta illeggibile dallo sporco accumulato, i finestrini oscurati da tende sdrucite e logore che non lasciano trasparire nulla.
L’uomo si gratta la testa e si guarda in giro, poi con una velocità insolita per un uomo della sua stazza, esegue qualche timido esercizio di stretching. Un bizzarro esercizio di stile ginnastico di cui mi accorgo essere l’unico incauto beneficiario, io vorrei, ma non posso alzarmi. Mi balenano immagini di Trabant e muri diroccati, vecchie signore che confezionano pizzi e merletti in cucinotti di mezzo metro quadrato. Mi vengono in mente i genitori di Alex, di Arancia Meccanica, e il loro soggiorno lisergico e arrampicato su fantasie bruciate.
Dall’autobus non scende nessuno e comincio a sospettare che sia vuoto, in attesa di passeggeri da caricare, ma no, ecco improvvisa una mano raggrinzita scostare per un attimo un lembo di tenda e subito baluginare due occhi da gatto, verdi e piccoli, profondi come il tempo, indecifrabili, invisibili ai più. Mi guardo intorno, non c’è nessuno, il nulla stesso è deserto e pare nascosto, rintanato in chissà quale non-luogo.
Per un lungo terribile istante ho la netta sensazione che siamo soli, io e l’autista, in un mondo di cartone, senza più anime nè parole, soli con la solitudine dei dannati che attendono in eterno una ricompensa che non verrà.

Sulla strada

Michael è americano e gira il mondo con un pollice proteso verso la carreggiata per scroccare un passaggio verso orizzonti ignoti. E’ capitato anche da queste parti e siamo diventati amici in poco tempo. E’ un ragazzone imponente ma con un viso da ape maja che ti lascia a metà tra lo sconcertato e l’intenerito. Mi ha descritto minuziosamente il suo college che potete trovare qui, anzi here. Mi ha raccontato di come al Livingstone, come in tutti i college americani, l’efficienza, l’organizzazione e la razionalità siano finalizzati a costruire carriere perfette per uomini perfetti, ed è veramente così, ma alla nostra apina manca quel quid che l’ha portato a vagare da queste parti. Mi dice candidamente di non aver assolutamente idea di dove andare nè del tempo che gli occorrerà per girare l’Europa nè se i soldi basteranno.
Rimaniamo così, con una birra in mano, in silenzio.
Le distanze e l’incertezza uccidono le parole.
Del resto ci siamo già detti abbastanza per oggi.

Ibam forte Via Sacra

Così cantava Orazio in una sua fulminante satira. “me ne andavo tranquillo e beato per la Via Sacra rimuginando su qualche fatterello di poco conto”… quando all’improvviso ecco profilarsi all’orizzonte un seccatore, anzi IL seccatore per essere precisi.
Così come Orazio anche ogni albergatore ha il suo bravo seccatore con cui misurarsi, una simpatica carogna che ci alita sul collo, che si alza ogni mattina con noi e con noi si corica alla sera. Soltanto che la cosa assume proporzioni bibliche e per rimanere in tema di metafore classiche è una lotta impari, una battaglia delle Termopili che si ripresenta ogni giorno, ed è parte integrante di quel loop dell’albergatore che i miei 7 lettori ben ricorderanno.
In tanti anni di militanza ho imparato la sottile strategia di rivolgere verso il seccatore le sue stesse armi, in un vortice speculare che sto meditando di brevettare.
“Salve la chiamo per conto dell’Enel, il suo contratto deve essere cambiato a fronte di nuove condizioni più vantaggiose per lei”
“Cambiato? ma lei è dell’Enel?”
“sì sono dell’Enel, kashdòçzz@# (indistinguibile)”
“come scusi?”
“Dicevo, sono dell’Enedfohodsfaskj#@?^^jsak… el”
“scusi, sarò un po’ sordo ma non riesco a capire bene il nome della sua compagnia…”
“Guardiiiiii, è facileeeeee, è quella compagnia che le fornisce l’elettricità…”
“quindi lei è dell’Enel”
“infatti”
“Mi sembrava avesse detto un’altra cosa”
“no no, ho semplicemente detto EnHIHç°§#@++èl”
“lo sa che non ho capito ancora?”
“le faccio lo spelling se vuole (con tono risentito)”
“sì perfavore”
“Allora E come Empoli”
“Ok”
“poi N come Napoli”
“sì”
“E…. hmmm… coff. rtç°°@ come …mpoli”
“l’ho persa di nuovo, sarà la linea disturbata”
“(con tono implorante) possiamo passare oltre? Le illustro i vantaggiosi cambiamenti del suo nuovo contratto?”
“e va bene… mi dica pure”
“sono cambiate le condizioni, molto più vantaggiose per lei…”
“ah quindi l’Enel si è data alla filantropia”
“beh diciamo che è un business redirecting”
“un che?”
“dicevo… un business redirecting… un customer care ecco…”
“ah ora sì che ci siamo”
“bene signore (un sospiro di felicità) allora le invio subito un nostro incaricato per illustrarle l’offerta e farle firmare le carte per il nuovo piano-risparmio”
“va bene lo mandi pure…”
Si presenta questo tizio tarchiato dopo 24 ore esatte dalla conversazione telefonica ed è il ritratto sputato di Danny De Vito, tanto che sono tentato di strappargli un autografo, ma lui è uno schiacciasassi ed ha già sciorinato un milione di carte con cui tappezza gran parte della Hall e mi illustra mirabolanti opzioni di risparmio energetico semplicemente conseguibili con una piccola firmetta al modulo A, B , C, V6, HK7 via via fino all’alfabeto perduto di Mu e ai segreti semantici del linguaggio copto.
“Ok ma qui non vedo scritto Enel da nessuna parte, mi scusi eh”
“Come no, signore, ecco guardi qua”.
LOL in un angolino di un foglio A4 spiegazzato ecco far capolino il logo dell’Enel, maldestramente fotocopiato e incollato a mo’ di ciclostile anni ’60.
Lo guardo negli occhi con un sorriso strano…
E salmodio Orazio con la ferocia del sant’uomo.

Ricette americane!

(
Stavo surfando in giro per il vasto web alla ricerca di qualche nuova ricetta da aggiungere all’arsenale della mitica Nucci, cuoca del mio hotel Cattolica nonchè mammina mia :-) Il suo repertorio è consolidatissimo per carità ma ero alla ricerca di qualche succulenta novità con cui rinforzare il lato fosfolipidico dei suoi menu… Ed ecco l’illuminazione suinica: Sausage Stuffing Recipes! Ovvero? direte voi… Ricette con ripieno di salsiccia… wow… questo sì che si presenta come qualcosa di realmente sfizioso, mandando a quel paese la dietista e tutto il suo triste corredo di rinunce… ma sì… affoghiamoci nel grasso, per una volta, che diamine siamo in vacanza o no? beh almeno i miei clienti lo sono :-)
Nello specifico, il link che ho scoperto si riferisce ad una ricetta di un tacchino (Turkey) con ripieno di salsiccia, roba americana da Thanksgiving Day, ma noi non siamo campanilisti e procediamo senza indugio nella gustosa lettura. La cosa sfiziosa è che la salsiccia viene cucinata a fuoco lentissimo in un letto di cipolla, e poi trasferita all’interno del volatile con tutto il suo corteo di cipolla rosolata. Il sughino prodotto in sette minuti di estasi a fuoco lento viene poi usato per inumidire il nostro tacchino e permearlo fino all’osmosi mistica. yum yum…
Basta, rompo ogni indugio e clicco sul tasto print.
Poi scendo in cucina ad annunciare la mia scoperta con tono sacrale!
E che Dio salvi la salsiccia (e il tacchino che la contiene).

Il loop dell’Albergatore

Mi è mancato questo blog. Una settimana che non posto ed è un malessere fisico quello che mi riporta a scrivere qui, una sorta di dilaniante crisi d’astinenza cui credo non vi sia rimedio se non il postare.
Già ma postare su cosa? Da quando ho riaperto l’hotel ed è iniziato il grande afflusso di vacanzieri i miei tempi si sono ridotti all’osso e non ho più tempo, ahimè, per curiosare in ogni remoto angolo di Cattolica. Come ogni estate mi rintano in questo microcosmo fatto di orari scanditi dai 3 grandi assiomi giornalieri: la colazione, il pranzo e la cena. Questi sono i 3 cardini intorno a cui ruota la mia realtà, una sorta di matrix in candeggina. Mi sono reso conto di una cosa. Ogni santa giornata è imperniata su come nutrire i miei ospiti. Quale cibo e in che misura.
E’ un collasso di orizzonti, di distanze percorribili. Il cibo invade ogni recesso speculativo, ogni fragile anfratto teoretico. E il cibo è nient’altro che l’eterna rincorsa del “come procacciarselo”. S’attorcigliano i metri intorno a me. I miei passi tornano ogni minuto su se stessi, calcando lo stesso percorso, a ritroso, negli stessi identici istanti di ieri, di un anno fa, in un circolo vizioso che potremmo definire “il loop dell’albergatore”.
Eppure l’hotel è un piccolo acquario affascinante, ha i suoi tesori nascosti, le sue porticine incastonate tra i coralli e a saperle aprire ci si ritrova in una culla di morbida eternità. Come passare il cordless con la telefonata della figlia di una coppia di svizzeri che, dopo l’ennesimo tentativo, annunciava trionfalmente di avere superato l’esame per la patente con annesso boato di gioia della genitrice fonoparlante. O l’eburnea insalata di radicchio che stilla una goccia di rorido umore soltanto per te, nell’attimo stesso in cui replica ogni tenue minuscola foglia corteggiando una bresaola paonazza in un surrogato di letto trentino. O l’amico Corvo, piovuto a far due chiacchere tra l’aperitivo e la cena, che non sa resistere al richiamo di un pallido lombrico nel vaso dei gerani e mitraglia via un grido di terra e radici sulla mattonella appena ramazzata. O ancora l’Ernesto che rincasa da spiaggia con la ciabatta distrutta dall’ennesima partita di bocce e di sabbia spesa nel vuoto di una folata di garbino.
Cosa poter scrivere ancora? Mastico questa tastiera mentre fuori ruggisce un afrore di mille estati cattolichine e il loop dell’albergatore stringe cervello e cuore.
L’estate, i suoi ripidi inganni.
Siamo solo operatori turistici in un algoritmo che ci sovrasta.

Il nuovo Acquario di Cattolica

Ieri mattina avevo in agenda un appuntamento in Hotel a Cattolica con un responsabile vendite dell’Acquario di Cattolica (già Parco Le Navi) per acquistare un carnet di biglietti. Ho infatti da poco varato una promozione che prevede biglietti omaggio per l’Acquario in bundle con una prenotazione per luglio o settembre.
A metà mattinata mi vedo arrivare un giovane cordiale ed educato, di quelli che ti ispirano fiducia primo visu. Mi racconta che l’Acquario dopo il tremendo primo periodo di gestazione, e le tribolate vicende che l’hanno portato sull’orlo del fallimento, ha recentemente cambiato rotta ed ora veleggia in mari decisamente più tranquilli, con un incremento dei visitatori ed un ripianamento della situazione debitoria. Tutto questo grazie ad un rinnovamento dell’offerta, ad un ampliamento del parco ittico e ad un abbandono della multimedialità in cui la precedente gestione si era impantanata e si era probabilmente arenata. Basta quindi con computer, schermi touchscreen e trilioni di kbyte di filmati. Questa nuova gestione ritorna al mare. Ai pesci. Alle meraviglie naturali senza fronzoli.
E questa nuova gestione ha un’età media spaventosamente bassa! E’ stata infatti costituita una società di ragazzi di Cattolica, formatisi in cooperativa, che hanno preso in gestione la struttura e la portano avanti con entusiasmo e passione. Seguivo con interesse questo ragazzo, uno dei 16 soci gerenti, parlare con trasporto delle grandi potenzialità dell’Acquario e dell’impellente bisogno di creare una salda sinergia con albergatori e bagnini, al fine di promuovere questo splendido acquario incastonato in un pezzo di storia dell’architettura italiana del Ventennio, Le Navi. Promuovere l’Acquario significa promuovere Cattolica e il mare Adriatico plasmando di fatto una risorsa autorevole e popolare, un nuovo polo di attrazione turistica che diverta, insegni e al contempo promuova la nostra città. Direi che tutti noi operatori turistici dobbiamo crederci e scommetterci sopra, perchè questa è la strada. E questi ragazzi ce la stanno mostrando, con semplicità, senza artifici imprenditoriali.
Dopo averlo salutato e averlo visto sparire dietro i vetri della porta automatica mi sono sorpreso in un attimo di feroce soddisfazione. Sono veramente felice che a Cattolica esistano giovani con questa voglia di fare, con questo sano spirito imprenditoriale e con questo amore per il turismo, l’unica vera risorsa territoriale su cui ancora oggi scommettere. Ho pensato all’approccio turistico dei nostri padri e di come noi giovani abbiamo raccolto il testimone e lo abbiamo portato avanti con quello stesso primigenio spirito di “veracità romagnola”, adattandolo e rimodulandolo tuttavia alle nuove esigenze del mercato e alla crudele competitività che il nostro settore si trova oggi ad affrontare.
Così è per l’Acquario di Cattolica, così è per molti alberghi di Cattolica gestiti con competenza e serietà da giovani cattolichini, così è per molti locali del centro, mi vengono in mente il bar Peledo’s o il ristorante Gambero Rozzo, gestiti da ragazzi con molte idee in testa e parecchia voglia di fare, e i risultati si vedono, statene certi.
Mi sono ritrovato con un sorriso di beatitudine stampato in faccia, che volete farci, sarà forse lo spirito corporativo, sarà forse il fatto che mi piace vedere chi ha successo portando avanti idee fresche e originali, sarà infine il fatto che mi sono bellamente autoincluso nella categoria dei giovani senza un briciolo di pudore anagrafico :-)