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Grand Hotel Cattolica

Era un ometto insignificante, con un viso indefinibile tendente a scivolare tra le pieghe dell’oblio con una velocità repentina. A distanza di qualche ora non riuscivi già a ricostruirne la postura, poi inesorabilmente ecco dissolversi il profilo, i vestiti, il corpo. Rimaneva una nuvoletta a due gambe e poco altro. Ancora oggi non riesco ad afferrarne neppure un particolare, un nome, una declinazione somatica che lo faccia riemergere dalle scalene oscurità dei ricordi. Eppure fu colui che trasformò l’Hotel Boston in Grand Hotel Cattolica, con tutti i crismi del caso.
Era il 1988 quando si presentò al bureau per una singola. Mio padre lo squadrò per un attimo abbracciandolo con una fulminea occhiata scannerizzante come solo il più consumato degli albergatori può fare. Un battito di ciglia che indaga e scava nell’animo dello scrutato: soppesa, pondera, valuta, desume, indugia, infine decide. Certo che è disponibile una singola, prego da questa parte. L’ometto lo seguì docilmente. Il suo bagaglio era composto da una piccola borsa di cuoio consunto e una valigetta metallica che si portava appresso come una creaturina.
In quei giorni lo vedemmo trafficare con un imponente registratore a bobine, un Revox B77, che trascinava faticosamente nella hall e piazzava su un tavolino come un imperatore in convalescenza. Se ne stava tutto il giorno ad armeggiare intorno ai comandi e a sbobinare nastri su nastri. Ogni tanto compariva magicamente un microfono che faceva balenare da chissà quale anfratto. Parlava con un filo di fiato ed era impossibile capire cosa dicesse. Ma parlava, e registrava.
Dopo qualche giorno cominciò a uscire. Lunghe passeggiate che lo riportavano in albergo con un appetito formidabile che placava gettandosi ferocemente sui celesti intingoli della signora Nucci. Una mattina lo incrociai davanti alla Publifono. Ero uscito in bici per una commissione e lo colsi mentre discuteva fittamente con il responsabile dell’ufficio pubblicitario. Mi fermai e feci un gesto di saluto a cui rispose cordialmente con un raro sorriso.
Più tardi in Hotel, senza che glielo avessi chiesto, mi riferì di aver consegnato uno spot di sua concezione alla Publifono Radiomare e che era in attesa fosse trasmesso, forse già quel pomeriggio stesso. Non mi disse altro e immaginai fosse un industriale o un consulente pubblicitario. Mai trepidazione fu più palese in lui, e andò indelebilmente a scalfire la sua aura di imperturbabilità. Era talmente nervoso che rinunciò per la prima volta alla tripla porzione di lasagne con grande sbigottimento del cameriere e dei commensali.
L’orario designato per le trasmissioni della Publifono era per le ore 17.00, appuntamento che ogni turista che ha calcato il bianco litorale cattolichino ben conosce. La curiosità mi divorava e feci un salto a spiaggia, in segreta attesa dell’evento, di qualsiasi cosa si trattasse. La delusione fu enorme: la solita mitragliata pubblicitaria in cui non riuscii a distinguere nulla che non appartenesse alla più immutabile consuetudine.
Tornai verso l’Hotel e notai una fila di questuanti ordinatamente disposta lungo la scalinata, su su, fino al bureau. La domanda era sempre la stessa: una camera al Grand Hotel Cattolica, perfavore. Gente in costume da bagno, senza nient’altro. Tutti con la medesima richiesta. Un teatro dell’assurdo, dove gli attori non riuscivano a emanciparsi dalla dimensione grottesca, surreale. Mio padre faticava a dominare quella folla di mutandati e si sbracciava per spiegare che l’albergo era al completo e che comunque, l’Hotel era un semplice tre stelle e no, non era il Grand Hotel Cattolica e grazie, ma ora signori dovreste proprio andare, e no neppure la cantina è disponibile per alloggiare, mi spiace…
In tutto questo marasma osservai l’ometto che se la rideva in un angolino, quindi ratto mi scivolò a fianco e mormorò eccitato: funziona, capisci? funziona!!! – Ma cosa funziona? – Ho sperimentato un piccolo messaggio subliminale, sai di cosa si tratta? va beh lasciamo perdere… diciamo che oggi ho fatto un piccolo test con la Publifono, capisci? E il test è stato superato brillantemente, mio giovane amico! Brillantemente!
Il giorno dopo impacchettò le sue cose e si presentò al bureau per saldare il soggiorno, era rilassato, obliquamente trionfante. Se ne andò zampettando felice, con le due valigie che dondolavano al ritmo dei suoi saltelli. Non ne seppi mai più nulla.
Qualche volta però, durante la visione di un film, quando mi alzo come un automa e cerco disperatamente un prodotto che in casa non c’è, e avverto la voglia di quel prodotto che cresce dentro come uno spasmo invincibile, mi riesce di fermarmi, e in un attimo mi ritorna alla mente quel buffo ometto e le sue due valigie balzellanti.
Allora ritorno sul divano, e sorrido placato.