Categorie
Jazz Musica

Kind of Blue

Da un sole che non vedevo, sul campanile, sulla chiesa e sul muro bianco di cinta cadeva una luce appena dorata: Dentro a questa luce tutte le cose liberate dalla loro pesantezza, quasi svuotate da ogni materialità, parevano mescolarsi e sollevarsi insieme. Scende sulla terra il vuoto dei cieli o su di noi si spalanca la miglior vita? Questo non sapevo, che il mondo muore a ogni morte di un uomo.

Il vinile gira. Il giradischi ha ripreso a funzionare dopo 6 mesi di inattività. Ne avevo scordato il placido tramestio della cinghia e della puleggia mentre conferiscono al piatto un moto rotatorio prestabilito. La puntina piomba su Kind of Blue con una certa discrezione, un piccolo toc, poi il silenzio, poi la musica.
Passeggio per le strade arabescate di foglie. Viale Carducci sembra sospesa, privata per un attimo di luce, un filamento svuotato di ogni significato. Le foglie si accartocciano con un cric croc mentre le calpesto. Non incontro nessuno. Sono solo. Ripenso al terzo brano di Kind of Blue, un pezzo che s’intitola Blue in Green: Bill Evans sfiora un paio di accordi poi Miles si avviluppa al refrain, un lungo interminabile sospiro in sordina. Il cielo precipita in un grigio ghiaccio, portato da un vento secco e freddo.
Cerco d’immaginare la tua morte, “il mondo muore a ogni morte di un uomo”. Perdo di vista le ultime case, il circolo leggero dei gabbiani, il cielo è più che mai plumbeo.
Miles…

Categorie
Beneficenza Eventi Società

Beneficenza per i bimbi africani

Mauro ha di nuovo fatto partire un progetto. Il fulcro di tale progetto di beneficenza è l’organizzazione di una cena che si terrà il 23 novembre alle 20.30 presso l’agriturismo Oasi di San Nicola (Pesaro). La quota di partecipazione alla cena è di 40 euro, dopo la (lauta) cena si terrà una lotteria con in palio, tra gli altri premi, due settimane bianche, tutti premi generosamente messi a disposizione da vari sponsor che hanno aderito al progetto di Mauro. La mia raccomandazione è quella di non mancare ad un appuntamento che per noi rappresenta un mero momento conviviale, ma per molti bimbi significa più prosaicamente poter mangiare. Chi volesse prenotarsi per la cena può telefonare al numero del ristorante: 0721 50849, oppure direttamente a Mauro: 388 7644863.

Il progetto di raccolta fondi che ha organizzato Mauro riguarda tre orfanatrofi africani:

– L’orfanatrofio di Soddo in Etiopia: cè bisogno di generi alimentari di prima necessità, vestiario, coperte, materiale scolastico, ristrutturazione scuola, dormitorio e mensa.
– L’orfanatrofio del Villaggio di Kisugu (vicino a Kampala, la capitale) in Uganda: c’è bisogno di medicine, generi alimentari di prima necessità, vestiario, coperte, materiale scolastico, attrezzatura riabilitativa, ristrutturazione scuola e dormitorio
– L’orfanatrofio del Villaggio di Sichili in Zambia: c’è bisogno di allestire e arredare una sala parto e una sala accoglienza neonati

Tutti e tre glie enti destinatari dei fondi raccolti sono stati visitati personalmente da Mauro nel corso dei suoi viaggi. In particolar modo Mauro si è fatto carico di (parte) del progetto di ristrutturazione del grande orfanatrofio di Soddo in Etiopia, attualmente gestito da una comunità di Frati Missionari. Qui di seguito riporto un estratto dalla relazione sul progetto dell’orfanatrofio di Soddo, precisamente gli obiettivi operativi di tale impresa, così come mi sono pervenuti dagli stessi frati missionari di Soddo:

Obiettivo generale
Preventivo miglioramento delle condizioni di vita e del complessivo benessere di circa 300 bambini di strada nella città di Soddo per permettere una esperienza di vita dignitosa per trasformarli in cittadini produttivi ed autonomi della società/comunità, contribuendo così alla riduzione dei problemi sociali nell’area di riferimento. E’ un progetto di sviluppo sociale per persone in situazioni di alto rischio, in particolare “bambini di strada”.
Obiettivi specifici
Costruire un centro ben equipaggiato e fornito, con personale preparato che risponderà
ai bisogni primari di 150 bambini di strada che non possono essere riuniti alle loro famiglie.
Prevenire la disgregazione delle famiglie e la trasformazione in bambini di strada intervenendo con necessarie misure preventive.
Offrire preparazione qualificata e supporto per sviluppare attività economiche a 100 bambini di strada.
Far crescere il livello di preparazione delle famiglie dei bambini di strada e delle comunità sull’allevamento del bambino, sul fenomeno dei bambini di strada, sulla propagazione del HIV le le sue conseguenze attraversO specifici programmi educazionali.
Organizzare una educazione civica per conseguire un cambiamento comportamentale
positivo nei confronti dei bambini e permettere loro di conoscere i loro diritti di cittadini ed il modo di difenderli •
Facilitare piccoli crediti a 80/90 bambini come componente del termine dell’apprendistato e intervento per la creazione di nuovi posti lavoro.
Coordinazione tra enti governativi e non governativi che si occupano del problema dei
bambini di strada per una effettiva partenza dei servizi.
Provvedere di supporto educazionale per 100 bambini iscritti e ritirati dalla scuola.
Facilitare un tetto ed un approvvigionamento di cibo a 100 bambini che non possono
permettersi in proprio l’affitto per seri e convincenti motivi.
Reintegrare 60 bambini di strada presso i loro genitori o parenti o comunità su base
volontaria attraverso la collaborazione con gli uffici pubblici quale l’Unità di protezione e cura dei bambini del Dipartimento della Polizia zonale.
Curare i bisogni emozionali e spirituali di 300 bambini di strada attraverso consigli,
fornitura di attrezzature ricreazionali e attività di educazione consapevole dei diritti dei bambini e dello sviluppo del tenore di vita.
Scopo del progetto
Lo scopo del progetto si focalizza sulle strategie preventive per diminuire il fenomeno dei bambini di strada in Soddo. Vale a dire dare opportunità a coloro che sono bambini di strada di partecipare alla vita sociale della comunità/società attraverso i vari programmi di sviluppo del Centro. La continuità del progetto dipenderà sempre dalla cooperazione e dall’impegno dei benefattori, dai donatori di fondi e dai partners locali. Nel dovuto rispetto alla politica Governativa il progetto sarà rinnovato ogni 5 anni raccordando i vari periodi.
Partenza del progetto
realizzatore del progetto, l’Ufficio di coordinamento di Soddo Hosanna (ECC-SDCO/SH)
sarà responsabile di contattare i donatori di fondi per la implementazione del progetto dove le risorse materiali venissero a mancare. Per le risorse umane il progetto dispone di uno staff di religiosi stranieri come volontari oltre che uno locale. Essi saranno responsabili per tutte le operazioni del progetto e agiranno come consulenti in gestione delle risorse.
Le attività del progetto saranno seguite dal Coordinatore, da 22 dipendenti locali a tempo pieno e da esperti invitati di volta in volta.
Pertanto:
il fabbisogno finanziario per 5 anni viene stimato in Eth. Birr 7.783.000,00 pari ad Euro 694.911,00 al cambio attuale le risorse umane necessarie sono formate da un religioso straniero volontario e 22 addetti locali
Durata del progetto
Cinque anni: dal 2005 al 2009.

Centro Riabilitazione STreet CHildren di Soddo-Wolayta
email sdcoshcs@telecom.net.et

A tutti i lettori di Cattolicablog rinnovo l’invito a partecipare.

Categorie
Società Tecnologia

Grandi Ustionati

Oggi mi tocca il Marco Polo di Misano Adriatico, devo banalmente sostituire il telecomando del TV (che manco a dirlo mi hanno dato sbagliato). Sento già addosso lo sguardo vacuo e sardonico del commesso mentre mi sciorina un rotolare di pupille e uno spartito di grugniti pleistocenici.
Arrivo trafelato nel reparto Grandi Ustionati come sadicamente lo definisco, vale a dire il reparto dei tizi che si incollano ore davanti a un TV soppesando variazioni di micron all’interno della ionosfera e crepitare di plancton sotto forma di serici pixel annotando meticolosamente ogni tenue dato alla luce di una foga tassonomica da alunno con quadernetto e matita tra i denti.
Regolarmente questi tizi segregano i commessi (e i loro grugniti) in una gabbia di domande infarcite di termini quali vertical banding, pixel shading, omar sharif. Una dura prova per le pupille vacue e i grugniti di interiezione dell’inserviente. La scena si sviluppa così:

Attori:
– grande ustionato (GU): un tizio che si deve comprare un TV e si è iscritto a quattro o cinque università per documentarsi in materia
– commesso Marco Polo (MP): un secondo tizio che emette grugniti pleistocenici e ha pupille prensili
– io (IO), lo sfigato di turno ai margini di una conversazione ioneschiana

IO – Mi scusi, potrei solo…?
GU – (alzando la voce) come ti dicevo, è più di un anno che sto studiando il fenomeno della polarizzazione dei colori all’interno di un particolare spettro di colore e mi sono convinto…
MP – ARDFHYUYHGUUUUHM (grugnito con intonazione vagamente gaddiana)
GU – e poi questo pannello di tredicesima generazione non convince, direi che è addirittura grossolana l’impostazione del pixel shading
Vladimiro – (sbadiglia) Questi tuoi discorsi mi importunano non poco e con tutte le tue ciance mi hai fatto perder il filo del discorso…
Estragone – (punto sul vivo) Ma sentitelo, come se non sapesse che siamo qui ad attendere il suo amico ritardatario e intanto l’umidità ci penetra nelle ossa sotto forme di invisibili stille, un esercito nell’ombra di cui nulla o nessuno può arrestarne l’avanzata.
VL – Già come se fosse facile predisporre un alveo, recintarlo per bene e poi incanalarci dentro tutte le particelle liquorose che volteggiano libere nell’aria.
ES – E dire che te ne intendi tu di prigione e cattività, mio buon amico, se non sbaglio.
VL – (facendo finta di niente) Una volta ho costruito una trappola perfetta per le rane, accidenti era così perfetta e tremenda e subdola che quasi quasi ci cascavo io stesso, il creatore. E ne ho prese di rane con quell’arnese, certe scorpacciate che non ti dico…
ES – Ci risiamo, vorresti imbrigliare tutte le mie argomentazioni filosofiche sottomettendole ai tuoi bassi istinti primordiali, come fango sotto gli scarponi dopo una serata a sguazzare nei campi di riso.
VL – Ma quasi mi dimenticavo! Sai venendo qui chi ti ho incontrato?
ES – Questa è una domanda retorica?
VL – Certo.
ES – Bene, allora perchè attendi una mia risposta che non arriverà mai? Si suppone che nel contesto della frase tu ponga una domanda retorica e IMMEDIATAMENTE dopo fornisca la lecita risposta al quesito.
VL – Sai qual è il tuo problema?
ES – Attenzione a disporre troppe domande retoriche, eccone un’altra!
VL – Tu… tu sei maledettamente pignolo, il tuo furore tassonomico ti travolgerà, te lo garantisco.
ES – Intanto siamo al punto di prima.
VL – Cioè?
ES – Cioè siamo da capo, questo tuo bislacco incedere oratorio non ha portato nulla di buono, nulla di tangibile (come sempre) e ci ritroviamo semanticamente con un pugno di mosche…
VL – Sentimi bene caro il mio signor Retore, io non ho certo la puntigliosità di vocaboli che tu possiedi, ma…
ES – La “puntigliosità di vocaboli”? Oh bella, siamo allo sproloquio…
VL – Questo cielo stellato mi è testimone la mia pazienza con te non durerà in eterno e voglia Dio che…
ES – A proposito di Dio, mio suscettibile compagno, che ne dici di quella conformazione lassù, quella luminescente massa di stelle che pare trapuntata secondo un imperscrutabile disegno…
VL – Quale, quale? Quella là?
ES – Sì, esatto. Hai notato come rifulga di una luce plumbea e spettrale rispetto al resto del firmamento? Sembra quasi…
VL – Un viso stampato nella notte!
ES – Direi piuttosto…
VL – Un vecchio aratro, lasciato andare in malora!
ES – Perdinci fammi spiegare!
VL – Ecco, ecco! Ci sono! E’ un messaggio del nostro amico, ci dice che sta arrivando, sono parole scritte con la forze del pensiero, ha unito stelle e galassie per premura verso di noi!
ES – Tu sei da legare! Stavo dicendoti che…
VL- Sì?
ES – Con le tue dannate panzane mi hai di nuovo rivoltato il cervello… Non mi ricordo più a che punto eravamo…

Fuori un cielo senza luce trattiene un mantello di pioggia.
Stringo in tasca il telecomando inservibile.
Sorrido come solo ai vinti e agli invisibili è concesso sorridere.

Categorie
Cucina Web

Ricette Giapponesi


Il Giappone è un mistero sospeso in un bozzolo di sushi.
Con questo inquietante grimaldello psicologico mi sono messo ai fornelli armato di pc portatile e mi sono voluttuosamente perduto tra i demoni gastronomici del Sol Levante. Non so dire il perchè di un gesto così estremo. Forse voglia di sperimentare nuovi orizzonti per la cucina dell’hotel, forse masochismo gastrointestinale, forse sindrome da ingresso negli anta (anche se i prossimi saranno 39, è bene precisarlo).
Il Giappone dunque, e la sua millenaria cucina. Eccoci qua… Dunque, mi fiondo su google e digito “ricette giapponesi”. Il primo sito mi offre graziosamente i suoi servigi e io me li prendo avidamente. Vediamo, vediamo… Antipasti… Questi li saltiamo, niente antipasti, fedeli alla corrente di pensiero dei cuochi eretici del Movimento Azione Carbonara (nel senso di “bucatini alla”) i quali sostenevano strenuamente la centralità di un pasto libero da fronzoli barocchi e conservatori quali antipasti, eccessivo decorativismo, spropositato sfarzo, servilismo intellettuale alla cucina francese (abolita anche la erre moscia a tavola e il mignolo sollevato dalla tazzina).
Dunque le zuppe… Cosa abbiamo?
– Dashi di brodo di pesce: iniziamo coi baganelli?
– Ebi no suimono, zuppa di gamberetti: interessante
– Miso-shiru, Minestra con pasta di soia: la soia mi ricorda gelati dietetici e mini-market asiatici dalle parti di Via Irnerio a Bologna
– Satsurna-jiru, Minestra con miso, pollo e verdure: straziante dilemma su cosa sia il Miso allontana questo piatto dalla lista dei papabili
– Ushio-jiru, Minestra di vongole, e qui al termine “vongole” crepita la romagnolità ch’entro mi rugge
– Uwo dango no shiru, Minestra con polpettine di pesce: ora non so a voi ma a me la parola “polpettine” mi ha sempre schiuso un universo di angoscia e spasimi. Riuscite ad immaginare una crosta superficiale impenetrabile che racchiude misteri inviolabili, a cui noi dobbiamo sottomettere la nostra cultura e financo i nostri sensi, dobbiamo concedere cieca fiducia e affidarci alle tenebre di un ripieno che non ci è dato esperire con nessun altro senso se non con l’intimità più personale e privata del nostro palato. Il mio è un atto di ribellione. Le polpettine no.
Ho scelto: sarà “Ebi no suimono” il mio varco nella tavola nipponica.
Ora il secondo, ecco le ozpioni:
– Onigara-yaki, gamberi alla griglia: direi un degno corollario della zuppa di gamberi
– Amaguri yaki Vongole alla brace: e qui mi si insinua il dubbio che ci sia un piccolo romagnolo dentro ogni cuoco giapponese
– Tempura, Fritto di mare e verdure: anche questo molto familiare
– Tendon, scampi col riso: la paronomasia di tendon e scampi mi balena la scena di un pagliaccio che si cuoce mestamente la cena sotto il tendone di un circo
– Teriyaki di pollo, Pollo marinato e grigliato: rimarrei sul pesce
– Teriyaki di salmone, Salmone marinato e grigliato: ecco il salmone forse sì
– Uni-yaki Pesce alla griglia con pasta di uni: gli uni sono un po’ pesanti, alla lunga, specie con gli altri (pesante questa).
Ok basta così, vado sul Teriyaki di salmone e non ci penso più.
Ora consulto un po’ di ricette in giro per la preparazione di questi due piatti e mi imbatto continuamente in ingredienti alchemici dai nomi oscuri e crudeli: Aburage, Azuki, Harusame, Karashi, Mitsuda, Shichimi Togarashi. Al millesimo termine giapponese mi ritorna in mente la sigla di Tekkamen in giapponese che incredibilmente è presente integra nelle pieghe della memoria e anzi mi sorprendo con grembiule e mestolo in mano a cantare a squarciagola “ucciu no kiskhi, ucciu no kishi, Tekkamaaan!”. Una scena rivoltante.
Inutile dire che gamberetti e salmone hanno ricevuto un trattamento più addomesticato e il mio esotismo nipponico si è perso in siti di Anime che hanno risvegliato ricordi mai sopiti:
Gundam, Jeeg Robot, Mazinga, Daitarn 3, Daltanius, Baldios, Trider G7, Astrorobot, Gordian…

Giapponesi, lo volete un consiglio? Continuate a disegnare e se proprio dovete mangiare, fatevi un panino al tonno, o magari importate la mortadella e le rosette, nuovi orizzonti vi si schiuderanno e il sushi sarà spazzato via da un impalpabile velo di Bologna…

Categorie
Turismo

Rodi e altre amenità

Ancora una volta torno a scrivere dopo una notevole latitanza. La prima volta fu: stagione lavorativa, la seconda volta fu: vacanza dopo la stagione lavorativa.
Ed eccomi alla mia seconda resurrezione.
Virtuale s’intende.
Come facilmente intuirete, non appena terminata l’Apocalisse turistica, ho repentinamente apposto ai portoni dell’Hotel di Cattolica sigilli, chiavistelli e catenacci e mi sono trasferito armi, bagagli, moglie e figlia nell’Hotel di Rodi che ci ha accolto con fraterna benevolenza e munifica accoglienza.
E come in uno specchio Carrolliano ho varcato il sottile diaframma di vetro e da ospitante son divenuto ospitato, da albergatore albergante, da… ok basta così.
Eccoci qua che facciamo ciao ciao dalla piscina dell’Hotel, il nostro centro di gravità permanente di questi ultimi giorni. Per quanto ci è stato possibile abbiamo vissuto quivi perennemente a mollo, e devo vergognosamente ammettere che le escursioni nelle varie località dell’isola suonavano come un polveroso intermezzo a questa ipnotica vita acquatica che ci ammaliava, ci teneva e ci incatenava all’elemento azzurro.
Ah già. Di che località sto parlando, chiederete voi. Quella intorno alla piscina, per intenderci.
Si tratta di Rodi, un’isola piena di Russi e di animatori corrosi da una lunga stagione di beach-volley sovrappeso e scenette piccanti dopo i luculliani buffet serali.
La città di Rodi è un budello di piccole stradine medievali che si inerpicano intorno alla fortezza, praticamente un bazar a cielo aperto dove ogni tipologia di souvenir è stata appositamente studiata per venire incontro alle esigenze di una clientela multiecnica e assai poco avvezza alla prosaica cartolina (di cui umilmente mi dichiaro fan)
Una vagonata di ricordini, ma che dico, un intero pianeta di carabattole che veniva bellamente esposto invadendo ogni possibile pertugio, fessura o scanalatura presente tra le antiche mura.
Ora non starò a farvi una storia di Rodi nè vi dirò che il nostro Benito ebbe occasione di metterci le mani e omaggiare l’isola di quella avveniristica architettura fascista che tanto oscuro, squadrato, austero fascino dona ancora oggi al lungo porto, nella cosiddetta “passeggiata italiana”.
Nel frattempo alcuni meravigliosi fatti sono accaduti a Cattolica, ma questa è un’altra storia, anzi un altro post…
Sono tornato per restare (e scrivere).

Categorie
Jazz Musica

Hey Joe

Ciao Joe,
te ne sei andato in punta di piedi, ma la tua musica resterà per sempre.
Ti scrivo queste quattro banalità masticando mentalmente la tua musica, i tuoi incroci di accordi squadernati sotto un cielo limpido. Il tuo bollettino meteo era sempre il più aggiornato, eh? Vecchio volpone di un austriaco… Quante belle serate a nuotare nello stagno dei tuoi assolo… Quanti dischi dei Weather Report consumati sotto l’ombra del tuo pianismo dilagante…
Ciao Joe Zawinul, il Jazz ancora una volta ha perso un grande Maestro.
A noi mancherà quella tua delicata umanità, come lacrime bebop sopra un blues in fa.

Categorie
Cattolichini Libri

Ignazio

Ignazio non si chiama Ignazio.
Deve il suo nome a un patronimico abnorme che si è divorato l’originale.
Con acrobazia speleologica recuperiamolo, per onor di cronaca e di firma: Luigi Alberto (con inchino).
Ignazio nabbe (direbbe lui) nel 197x a Cattolica, stabilendosi da qualche parte in quel lungo budello che è Via Emilia Romagna, e prendendo precocemente possesso di un vasto sostrato di chiasmi e artifici dialettali cattolichini con cui, più tardi, ordirà pazientemente il suo disegno di sottomissione del mondo linguistico a lui circostante, spingendosi cioè fino alle inferriate dell’avita magione e lambendo il marciapiede antistante. Nasce così, con una punta di sfrenata ambizione, il gergo ignaziato o “ignese” secondo alcuni autorevoli agiografi.
Ignazio è un vero intellettuale ma è pudico e non lo ammetterà mai, nemmeno sotto cruenta tortura. Emigrato in Francia intorno alla metà degli anni ’90 e ivi affermatosi come insegnante di greco e latino, e perfino letteratura francese (ai francesi), peregrinando da Lille alla Metropoli Parigina, fino ad Avignone per fare trionfalmente ritorno sulle rive della Senna con un serto di alloro Sorbonese, un codazzo di discepoli squinternati e un ingaggio da titolare nel CNRS per la stagione 2007 – 2008.
Ignazio è fatto così: dopo due minuti di permanenza in landa transalpina conosceva il francese meglio di Vincent Cassel rimanendogli un pelino inferiore soltanto nella scelta della compagna di vita: a Cassel la Bellucci, a Ignazio un vecchio santino sgualcito di Guillame Budé contro cui oscenamente strusciarsi nelle tremende notti di tentazione.
Ignazio è incidentalmente comunista (scusate il termine). Un comunismo irsuto, trasudante trippa al cartoccio e poesie Einaudi in stile libero. Quel genere di comunismo che bascula tra i 3 stomaci di un ruminante e partorisce un pamphlet antipapista dalla trattazione ammiccante e sornionamente gaglioffa, con una lacrima di eresia e una spruzzata di Pepponismo allo stato brado.
Ignazio stamattina sarà al Parco Navi per tenere una conferenza sulla sostanza di Dio e di Suo figlio. Direi che per un comunista anticlericale mangiapreti come lui non c’è male. Complimenti anche agli organizzatori dell’evento per la scelta oculata.
L’evento vedrà la partecipazione anche di Lucia De Nicolò, già apparsa su questo blog per il suo libro su Cattolica. La conferenza inizia alle 9.00, cioè tra 8 ore visto che adesso è l’una, e ancora son qui a straparlare.
C’è solo da sperare che ai prelati e agli alti papaveri ecclesiastici presenti non cada l’occhio sulla bibliografia dell’oratore. Ma credo che brioche e cappuccino faranno la loro parte nell’allontanare questo pericolo. Ora che il pamphlet sarà stampato da un editore di Napoli prevedo un tour de force di Ignazio presso le corti dei talk-show di mezza Italia, fino a Telerimini su su fino a Videolina e TeleNorba, ogni volta con condanna in tralice del conduttore e mormorii scandalizzati tra le signore in sala.
Ignazio non so come chiudere questo post quindi basta qui. Domani mattina non sarò alla tua cavalcata teologica, mi farai sapere.

Categorie
Speculazione

Libido

L’estate sta finendo ed è tempo di bilanci.
Arriva quel momento in cui ci si deve, giocoforza, fare seri ed imbronciati e con un moto di Melancholia à la Rimbaud tracciare un quadro della situazione, un disegno finale, sintesi sublime del nostro eterno fluire. Voglio dire una specie di cartella clinica da depositare ai posteri e magari alla letteratura psichiatrica…
Un quadro il più possibile omnicomprensivo, esaustivo e sistematico. Un Diario dell’Anima. Un Compendio dell’Io.
Arriva insomma quel fatidico momento in cui senti insopprimibile l’esigenza di vergare una pergamena che contenga il tuo dna cerebrale.
Ok, eccoci. Vado.
Chiudo per un attimo gli occhi e cerco di guardarmi dentro. Anche fuori, per carità.
Vedo…
Vedo…
Un’interferenza… Un rumore video… Uno sfarfallio…

Azz… dev’essere un retaggio di un film recentemente visto, con tanto di salmodiata scena d’amore spalmata su ogni media (battage che procrastino testè su questo indegno palcoscenico). Una scena introiettata direttamente sulla pigmentazione dello smalto ormonale del primo livello corticale delle emozioni da salivazione irregolare.
Vediamo di essere un attimino più ontologici…

Eh va beh. Scusate. E’ lo slancio liturgico che mi porta alla soma del Contrappasso.
Un’estate di bikini e aulenti effluvi di lozioni solari (e metteteci pure il D’Annunzio che c’è in ognuno di noi).
Ed ecco qua il risultato. Di colpo ti ritrovi trasformato in un vecchio libidinoso che non fa che pensare a tette e culi.
Bisogna ritrovare l’Ascesi dei Sommi. La Mistica dei Pensatori Solitari. Il Diaframma Visionario dell’Anacoreta.
Dunque, sì.
Lascio che i neuroni divengano lievi e vaporosi, come nivee nubi che si levano in cielo e fluttuano nell’immenso chiarore dei ricordi.
Ora posso dire di…

No, no ,no!
Non è possibile. Devo pensare a qualcosa di straniante, qualcosa che faccia tabula rasa e mi indichi la via per il Nirvana.
Qualcosa tipo questo, forse…

Ah… La virtù del Tao mi balena ed il Nero si contrappone simmetricamente al Bianco creando un perfetto equilibrio di opposti. Senza più idee nè emozioni posso andare a dormire scevro da ogni peccato.
Ma ancora una volta senza il minimo risultato apprezzabile acquisito.
Siamo uomini di catrame e polvere.

Categorie
Hotel Boston Speculazione

Un Mese


Un mese di assenza.
Un mese di traumi ferragostani e fuochi d’artificio in fieri.
Un mese di folla in bermuda e auto da posteggiare.
Un mese di camerieri bizzosi.
Un mese di scartafacci da vergare.
Un mese di ombrelloni all’orizzonte.
Un mese di sabbia e gelosie.
Un mese di “scusi, per l’autodromo?”.
Un mese di aperitivi sprite-trebbiano-campari.
Un mese di vita archiviata.
Un mese di aria condizionata dentro la pelle.
Un mese di sorrisi precotti.
Un mese di Sergio e la sua ragazza di 26 anni.
Un mese di faide calabresi.
Un mese di wi-fi regalato alla ionosfera.
Un mese di battaglie invisibili su Google.
Un mese di pagerank negato.
Un mese di Winnie Pooh e di pc usurpato da Elmore.
Un mese di sofismi sul maltempo.
Un mese di mugugni sul maltempo.
Un mese di “domani han messo il sole”.
Un mese di tariffe all-inclusive e quasi-inclusive.
Un mese di chiavi tintinnanti.
Un mese di sussurri nell’ombra e di cospirazioni sventate.
Un mese di lotta titanica con la schiuma della spina.
Un mese di posteggi crudeli e auto segregate.
Un mese di baci sopiti.
Un mese di “salvelox”, “sbidiguda”, “antani” e “andicapo di altitudine”.
Un mese di sogni sudati.
Un mese di pesci sventrati e pane grattato.
Un mese.
Rieccomi.
Tutto intero o quasi.
Un Lazzaro di cartapesta.

Categorie
Cattolica Cattolichini

Ray

Ray è una montagna di cane. Ottanta chili di notte pelosa in movimento. Di primo acchito ricorda Nebbia, il San Bernardo di Heidi, di cui ne ricalca l’austera indolenza e le pose statuarie.
Ray è incidentalmente un cane che salva le persone dal mare, suo malgrado. E’ stato addestrato per farlo e sta faticosamente imparando a svolgere il suo compito terreno con l’aiuto di un istruttore e dei suoi due padroni, una coppia di veraci bagnini romagnoli, Marco e Chiara.
Lo si può ammirare in azione presso i bagni 7, ogni sera all’ora del crepuscolo, quando la torma di bagnanti sta facendo scorrere milioni di metri cubi di acqua sotto altrettante docce di hotel mentre i bagnini stanchi e piegati dalla fatica chiudono gli ultimi ombrelloni, ramazzano le ultime cicche dalla sabbia e intanto pensano alle triangolazioni cosmogoniche e alla fresca brezza purificatrice di settembre i cui prodromi giungono sotto forma di refoli e piccoli baci dalle spume delle onde infrante e agonizzanti sulla battigia.
Ray scruta il mare abbracciandolo con uno sguardo umido, poi fiuta i racconti che il vento selvaggiamente gli propina sotto forma di odori e effluvi raminghi. Miliardi di particelle, ognuna con un suo recapito, ognuna destinata ad una precisa collocazione, ognuna filtrata e rilasciata dalle due enormi nari che si chiudono e si aprono come due diaframmi ben oliati.
Di colpo ecco all’orizzonte due braccia disperate che invocano aiuto. Ray si alza con l’efferata lentezza di un salvatore svogliato. Lancia quel languido sguardo che bagna il mare e lo rende reale. Poi zampettando circospetto s’immerge e si dirige verso l’istruttore che continua a mulinare gli arti superiori come un elicottero impazzito.
Ray sa che non appena toccherà con zampa l’uomo la sua missione sarà quasi compiuta. Ma il suo tragitto vero, quello nascosto agli occhi di tutti, rimarrà una selva di deviazioni a perdersi tra cielo e mare, là dove ogni calma concentra la sua essenza imprendibile.