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Grandi Ustionati

Oggi mi tocca il Marco Polo di Misano Adriatico, devo banalmente sostituire il telecomando del TV (che manco a dirlo mi hanno dato sbagliato). Sento già addosso lo sguardo vacuo e sardonico del commesso mentre mi sciorina un rotolare di pupille e uno spartito di grugniti pleistocenici.
Arrivo trafelato nel reparto Grandi Ustionati come sadicamente lo definisco, vale a dire il reparto dei tizi che si incollano ore davanti a un TV soppesando variazioni di micron all’interno della ionosfera e crepitare di plancton sotto forma di serici pixel annotando meticolosamente ogni tenue dato alla luce di una foga tassonomica da alunno con quadernetto e matita tra i denti.
Regolarmente questi tizi segregano i commessi (e i loro grugniti) in una gabbia di domande infarcite di termini quali vertical banding, pixel shading, omar sharif. Una dura prova per le pupille vacue e i grugniti di interiezione dell’inserviente. La scena si sviluppa così:

Attori:
– grande ustionato (GU): un tizio che si deve comprare un TV e si è iscritto a quattro o cinque università per documentarsi in materia
– commesso Marco Polo (MP): un secondo tizio che emette grugniti pleistocenici e ha pupille prensili
– io (IO), lo sfigato di turno ai margini di una conversazione ioneschiana

IO – Mi scusi, potrei solo…?
GU – (alzando la voce) come ti dicevo, è più di un anno che sto studiando il fenomeno della polarizzazione dei colori all’interno di un particolare spettro di colore e mi sono convinto…
MP – ARDFHYUYHGUUUUHM (grugnito con intonazione vagamente gaddiana)
GU – e poi questo pannello di tredicesima generazione non convince, direi che è addirittura grossolana l’impostazione del pixel shading
Vladimiro – (sbadiglia) Questi tuoi discorsi mi importunano non poco e con tutte le tue ciance mi hai fatto perder il filo del discorso…
Estragone – (punto sul vivo) Ma sentitelo, come se non sapesse che siamo qui ad attendere il suo amico ritardatario e intanto l’umidità ci penetra nelle ossa sotto forme di invisibili stille, un esercito nell’ombra di cui nulla o nessuno può arrestarne l’avanzata.
VL – Già come se fosse facile predisporre un alveo, recintarlo per bene e poi incanalarci dentro tutte le particelle liquorose che volteggiano libere nell’aria.
ES – E dire che te ne intendi tu di prigione e cattività, mio buon amico, se non sbaglio.
VL – (facendo finta di niente) Una volta ho costruito una trappola perfetta per le rane, accidenti era così perfetta e tremenda e subdola che quasi quasi ci cascavo io stesso, il creatore. E ne ho prese di rane con quell’arnese, certe scorpacciate che non ti dico…
ES – Ci risiamo, vorresti imbrigliare tutte le mie argomentazioni filosofiche sottomettendole ai tuoi bassi istinti primordiali, come fango sotto gli scarponi dopo una serata a sguazzare nei campi di riso.
VL – Ma quasi mi dimenticavo! Sai venendo qui chi ti ho incontrato?
ES – Questa è una domanda retorica?
VL – Certo.
ES – Bene, allora perchè attendi una mia risposta che non arriverà mai? Si suppone che nel contesto della frase tu ponga una domanda retorica e IMMEDIATAMENTE dopo fornisca la lecita risposta al quesito.
VL – Sai qual è il tuo problema?
ES – Attenzione a disporre troppe domande retoriche, eccone un’altra!
VL – Tu… tu sei maledettamente pignolo, il tuo furore tassonomico ti travolgerà, te lo garantisco.
ES – Intanto siamo al punto di prima.
VL – Cioè?
ES – Cioè siamo da capo, questo tuo bislacco incedere oratorio non ha portato nulla di buono, nulla di tangibile (come sempre) e ci ritroviamo semanticamente con un pugno di mosche…
VL – Sentimi bene caro il mio signor Retore, io non ho certo la puntigliosità di vocaboli che tu possiedi, ma…
ES – La “puntigliosità di vocaboli”? Oh bella, siamo allo sproloquio…
VL – Questo cielo stellato mi è testimone la mia pazienza con te non durerà in eterno e voglia Dio che…
ES – A proposito di Dio, mio suscettibile compagno, che ne dici di quella conformazione lassù, quella luminescente massa di stelle che pare trapuntata secondo un imperscrutabile disegno…
VL – Quale, quale? Quella là?
ES – Sì, esatto. Hai notato come rifulga di una luce plumbea e spettrale rispetto al resto del firmamento? Sembra quasi…
VL – Un viso stampato nella notte!
ES – Direi piuttosto…
VL – Un vecchio aratro, lasciato andare in malora!
ES – Perdinci fammi spiegare!
VL – Ecco, ecco! Ci sono! E’ un messaggio del nostro amico, ci dice che sta arrivando, sono parole scritte con la forze del pensiero, ha unito stelle e galassie per premura verso di noi!
ES – Tu sei da legare! Stavo dicendoti che…
VL- Sì?
ES – Con le tue dannate panzane mi hai di nuovo rivoltato il cervello… Non mi ricordo più a che punto eravamo…

Fuori un cielo senza luce trattiene un mantello di pioggia.
Stringo in tasca il telecomando inservibile.
Sorrido come solo ai vinti e agli invisibili è concesso sorridere.

Ibam forte Via Sacra

Così cantava Orazio in una sua fulminante satira. “me ne andavo tranquillo e beato per la Via Sacra rimuginando su qualche fatterello di poco conto”… quando all’improvviso ecco profilarsi all’orizzonte un seccatore, anzi IL seccatore per essere precisi.
Così come Orazio anche ogni albergatore ha il suo bravo seccatore con cui misurarsi, una simpatica carogna che ci alita sul collo, che si alza ogni mattina con noi e con noi si corica alla sera. Soltanto che la cosa assume proporzioni bibliche e per rimanere in tema di metafore classiche è una lotta impari, una battaglia delle Termopili che si ripresenta ogni giorno, ed è parte integrante di quel loop dell’albergatore che i miei 7 lettori ben ricorderanno.
In tanti anni di militanza ho imparato la sottile strategia di rivolgere verso il seccatore le sue stesse armi, in un vortice speculare che sto meditando di brevettare.
“Salve la chiamo per conto dell’Enel, il suo contratto deve essere cambiato a fronte di nuove condizioni più vantaggiose per lei”
“Cambiato? ma lei è dell’Enel?”
“sì sono dell’Enel, kashdòçzz@# (indistinguibile)”
“come scusi?”
“Dicevo, sono dell’Enedfohodsfaskj#@?^^jsak… el”
“scusi, sarò un po’ sordo ma non riesco a capire bene il nome della sua compagnia…”
“Guardiiiiii, è facileeeeee, è quella compagnia che le fornisce l’elettricità…”
“quindi lei è dell’Enel”
“infatti”
“Mi sembrava avesse detto un’altra cosa”
“no no, ho semplicemente detto EnHIHç°§#@++èl”
“lo sa che non ho capito ancora?”
“le faccio lo spelling se vuole (con tono risentito)”
“sì perfavore”
“Allora E come Empoli”
“Ok”
“poi N come Napoli”
“sì”
“E…. hmmm… coff. rtç°°@ come …mpoli”
“l’ho persa di nuovo, sarà la linea disturbata”
“(con tono implorante) possiamo passare oltre? Le illustro i vantaggiosi cambiamenti del suo nuovo contratto?”
“e va bene… mi dica pure”
“sono cambiate le condizioni, molto più vantaggiose per lei…”
“ah quindi l’Enel si è data alla filantropia”
“beh diciamo che è un business redirecting”
“un che?”
“dicevo… un business redirecting… un customer care ecco…”
“ah ora sì che ci siamo”
“bene signore (un sospiro di felicità) allora le invio subito un nostro incaricato per illustrarle l’offerta e farle firmare le carte per il nuovo piano-risparmio”
“va bene lo mandi pure…”
Si presenta questo tizio tarchiato dopo 24 ore esatte dalla conversazione telefonica ed è il ritratto sputato di Danny De Vito, tanto che sono tentato di strappargli un autografo, ma lui è uno schiacciasassi ed ha già sciorinato un milione di carte con cui tappezza gran parte della Hall e mi illustra mirabolanti opzioni di risparmio energetico semplicemente conseguibili con una piccola firmetta al modulo A, B , C, V6, HK7 via via fino all’alfabeto perduto di Mu e ai segreti semantici del linguaggio copto.
“Ok ma qui non vedo scritto Enel da nessuna parte, mi scusi eh”
“Come no, signore, ecco guardi qua”.
LOL in un angolino di un foglio A4 spiegazzato ecco far capolino il logo dell’Enel, maldestramente fotocopiato e incollato a mo’ di ciclostile anni ’60.
Lo guardo negli occhi con un sorriso strano…
E salmodio Orazio con la ferocia del sant’uomo.