Ray

Ray è una montagna di cane. Ottanta chili di notte pelosa in movimento. Di primo acchito ricorda Nebbia, il San Bernardo di Heidi, di cui ne ricalca l’austera indolenza e le pose statuarie.
Ray è incidentalmente un cane che salva le persone dal mare, suo malgrado. E’ stato addestrato per farlo e sta faticosamente imparando a svolgere il suo compito terreno con l’aiuto di un istruttore e dei suoi due padroni, una coppia di veraci bagnini romagnoli, Marco e Chiara.
Lo si può ammirare in azione presso i bagni 7, ogni sera all’ora del crepuscolo, quando la torma di bagnanti sta facendo scorrere milioni di metri cubi di acqua sotto altrettante docce di hotel mentre i bagnini stanchi e piegati dalla fatica chiudono gli ultimi ombrelloni, ramazzano le ultime cicche dalla sabbia e intanto pensano alle triangolazioni cosmogoniche e alla fresca brezza purificatrice di settembre i cui prodromi giungono sotto forma di refoli e piccoli baci dalle spume delle onde infrante e agonizzanti sulla battigia.
Ray scruta il mare abbracciandolo con uno sguardo umido, poi fiuta i racconti che il vento selvaggiamente gli propina sotto forma di odori e effluvi raminghi. Miliardi di particelle, ognuna con un suo recapito, ognuna destinata ad una precisa collocazione, ognuna filtrata e rilasciata dalle due enormi nari che si chiudono e si aprono come due diaframmi ben oliati.
Di colpo ecco all’orizzonte due braccia disperate che invocano aiuto. Ray si alza con l’efferata lentezza di un salvatore svogliato. Lancia quel languido sguardo che bagna il mare e lo rende reale. Poi zampettando circospetto s’immerge e si dirige verso l’istruttore che continua a mulinare gli arti superiori come un elicottero impazzito.
Ray sa che non appena toccherà con zampa l’uomo la sua missione sarà quasi compiuta. Ma il suo tragitto vero, quello nascosto agli occhi di tutti, rimarrà una selva di deviazioni a perdersi tra cielo e mare, là dove ogni calma concentra la sua essenza imprendibile.

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