Gatta Virginia

Un mattino di chiarissima estate Gatta Virginia se ne sta oziosa sui coppi di una tettoia non ancora arroventata. Si dondola su un mondo immaturo, intorpidita da sogni felini di vibrisse e ossa lunari.
Gatta Virginia sa che anche oggi dovrà, ahimè, mettere qualcosa in pancia per continuare a giocare la partita. Le regole sono fin troppo chiare e l’applicazione delle stesse s’intende ferrea e senza sbavature. La pena prevista è la coda irsuta del Grande Gatto che inesorabile è pronta a scendere dal nubico e a cingere il dissidente issandolo verso un cielo senza lische.
Gatta Virginia segue la molle vita del cortile amplificando la sua ricezione alla ricerca di impercettibili segnali.
Le donne del cortile si affannano a stendere panni, ramazzare le scorie notturne, sistemare vuoti di bottiglia e cartoni vuoti, impilare sacchi di spazzatura e spazzatura insaccata, sospirare e in tralice canticchiare sommessamente nenie che si perdono nella prima aura del mattino.
La nostra gatta registra tutto e analizza ogni singolo evento in funzione di una papabile fonte di cibo da procacciarsi. Ma quasi in sottofondo però, swappando tra un sistema e l’altro con la leggiadria di un googlebot trasognante.
A metà mattinata la diremmo sfiduciata. A ridosso dell’ora di pranzo quasi stremata da tanto vagliare più che dal digiuno.
Un filo di ragno disegna un pertugio di luce riflessa sul suo manto impolverato.
Scorrono le ore e i minuti come cespi aguti…
E corre via quel senso di eternità intonacata che tanto spesso passeggia sotto gallerie e muri sbrecciati e fa sentire indifesi sia gli uomini che i gatti.
E possa anche il sole fingere di non vedere lo scempio di un pomeriggio sperperato in una caccia senza esito, senza prede certe nè cacciatori capaci.
La svolta verso le tre del pomeriggio quando la canicola ruggisce e imperversa su persone e cose e ammorba i pensieri. Gatta Virginia si alza stiracchiandosi e finge di molestare un arbusto. Poi con passo marziano scivola nell’abisso del cortile e si perde sotto le macchine in sosta.
La sua preda è forse la sua stessa indolenza.
O forse siamo noi stessi a cadere nella trappola?

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