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Autobus fantasma

Ieri mattina si ferma un torpedone che pareva sputato dai mitici anni 50. Un collasso di lamiere e linee podaliche che piano piano si accosta al marciapiede e con un tremendo sferragliare, come un vecchio catarroso, eccolo spossato concludere la sua corsa e con l’ultimo briciolo d’energia aprire le porte per vomitare i passeggeri.
Seduto in terrazza seguivo incuriosito la scena domandandomi un po’ tutto e un po’ niente. Dopo alcuni eterni minuti ecco sbucare l’autista, o un surrogato di tale figura. Un uomo di una grassezza infinita, completamente madido di sudore, con lo sguardo da bimbo smarrito in un recinto di cani feroci.
L’autobus rimane lì, senza fare un fiato, tutto concentrato nel recuperare le forze per chissà quale impresa. L’autista appioppa un calcetto al pneumatico, quasi a sincerarsi della sua consistenza materica e della sua giustificazione spaziale. Guarda con aria triste l’enorme vano bagagli che divora metà facciata del veicolo e che probabilmente attende di essere aperto da mano solerte e possibilmente scevra di pinguedine. La ruggine ricopre ogni singolo atomo di carrozzeria, la targa risulta illeggibile dallo sporco accumulato, i finestrini oscurati da tende sdrucite e logore che non lasciano trasparire nulla.
L’uomo si gratta la testa e si guarda in giro, poi con una velocità insolita per un uomo della sua stazza, esegue qualche timido esercizio di stretching. Un bizzarro esercizio di stile ginnastico di cui mi accorgo essere l’unico incauto beneficiario, io vorrei, ma non posso alzarmi. Mi balenano immagini di Trabant e muri diroccati, vecchie signore che confezionano pizzi e merletti in cucinotti di mezzo metro quadrato. Mi vengono in mente i genitori di Alex, di Arancia Meccanica, e il loro soggiorno lisergico e arrampicato su fantasie bruciate.
Dall’autobus non scende nessuno e comincio a sospettare che sia vuoto, in attesa di passeggeri da caricare, ma no, ecco improvvisa una mano raggrinzita scostare per un attimo un lembo di tenda e subito baluginare due occhi da gatto, verdi e piccoli, profondi come il tempo, indecifrabili, invisibili ai più. Mi guardo intorno, non c’è nessuno, il nulla stesso è deserto e pare nascosto, rintanato in chissà quale non-luogo.
Per un lungo terribile istante ho la netta sensazione che siamo soli, io e l’autista, in un mondo di cartone, senza più anime nè parole, soli con la solitudine dei dannati che attendono in eterno una ricompensa che non verrà.