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Consunzione di due avidi materialisti per mezzo di un bidet intasato dal calcare

bidet

Così lei sarebbe l’idraulico.
Andrei piano con le definizioni e intanto le dico buongiorno.
Ah ecco, quindi senza presunzione di identità lei passa direttamente ai convenevoli. E cosa ci farebbe qui?
Come cosa ci faccio qui? Ma se ha chiamato lei per uno scarico difettoso.
Senta, per principio non chiamo mai nessuno. Sono facilmente soggetto ad essere chiamato, questo sì, ma per quanto riguarda l’atto specifico…
Va bene, se non ci sono guasti io me ne vado.
Dal momento che è qui la introduco ad un circuito di sofferenza.
Mmm. Faccia strada.
Eccolo qui. Guardi che roba.
Io vedo un bidet. Un decoroso dispensatore di igiene intima.
Perchè lei guarda con il disincanto del tecnico. Provi a spogliare la forma. E lasci perdere l’intimità.
Aspetti che controllo i rubinetti. C’è una perdita?
Un’assenza.
Una mancanza di acqua?
Esattamente. Lo scroto rimane asciutto.
Mi risparmi i particolari. Dunque vediamo.
La materia di cui è fatto questo bidet è pura porcellana delle Isole Guam, per cui la imploro di usare una certa attenzione.
Eh, lo sapevo. Il suo bidet ha gli ugelli completamente intasati di calcare. Probabilmente anche le tubature lo sono.
E l’acqua che prima scrosciava rubiconda e altezzosa dove se ne è andata?
E’ rimasta nelle tubature e non può oltrepassare la barriera di calcare. Se ne sta rintanata in attesa di tempi migliori.
Un po’ come Diogene di Sinope che se ne stava nella sua botte.
Sì ma quello cercava l’uomo. L’acqua invece cerca solo di ammazzare il tempo giocando a burraco con gli atomi di zinco dei tubi. E se ne frega del suo scroto, sia detto tra noi.
Lei mi secerne paradossi quando dovrebbe stillare fluidità manutentoria.
Mi metto subito al lavoro. Stia lontano prego, devo usare un acido anticalcare.
Non si usano acidi in questa casa, solo elementi basici.
E come faccio a sbloccare gli ugelli dal calcare, scusi?
Liberi un paradosso dei suoi, e faccia fare a lui il lavoro sporco.
“Tutto ciò che ha nome vita ha in opera la morte.”
Vede che anche plagiando l’antichità un paradosso salta sempre fuori? Provi un po’ ad aprire i rubinetti.
Funziona.
Sì, funziona. La ringrazio.
Arrivederci.

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Speculazione

Separè

separe-2

Se solo avessimo più tempo. Se solo avessimo occhi per guardare. Una grazia nascosta. Un’armonia sepolta nella routine.

Un piccolo spazio incolume. La devastazione di ogni asfalto.

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Est-Etica

Il bello deve organizzarsi

Il bello deve organizzarsi. E lo deve fare al più presto. Un’estetica digitale deve soppiantare questa mostruosa macchina del brutto messa in piedi da forze arcane, contrarie al legittimo godimento sensoriale dei cittadini.

Bisogna unirsi.

Bisogna combattere.

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Cattolica

Il circolo dei criptici

Il circolo dei criptici si riuniva rigorosamente ogni pomeriggio feriale dalle 15.30 alle 17.30 di ogni mese estivo. In apparenza l’incontro dei quattro (o cinque) uomini avveniva in modo del tutto spontaneo. In realtà nascondeva un rituale consolidato, una liturgia segreta la cui metafora riposava nel cuore di ogni membro. Dalla terrazza, attraverso i vetri del parapetto, i Criptici avevano visuale sul passeggio di persone troppo indaffarate nel combattere il caldo e i rivolgimenti della vita per fare caso a loro. E da quella terrazza attraverso un codice privato di gesti e parole riuscivano ad ordire i destini del mondo , a plasmare le correnti di pensiero, a circoncidere il Fato e a compulsare la Via Ultima dell’umanità.

Tra un caffè e un sorbetto al limone il tempo pareva fermarsi dentro la conversazione di quegli uomini. A guardarli sembravano fermi ad un tavolo, ma chi li ascoltava ricavava una persistente sensazione di spossatezza, come se avesse appena corso a perdifiato. Una parola fermava il fiato, un’altra lo toglieva. Parole innocue, banali, sciatte, come ne sentiamo sempre: in treno, in autobus, dal barbiere, alla radio.

Nessuno lo stabilì con certezza ma fu precisamente quello l’inizio dell’Era dei Criptici che portò al decadimento naturale dei primi teoremi della Fisica. Caddero anche alcuni postulati di Linguistica e Filosofia, faticosamente eretti negli anni da rigorosi speculatori e spazzati via da un sussurro.

Furono anche visti aquiloni volare senza filo.

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Off Topics

Paolo da Mocri (a Paul, per i suoi 50 anni)

PAOLO DA MOCRI

Qui giunsi dall’aspra terra d’Albione
dove l’atro odor di fish and chips
m’avea saturato il rubizzo nasone
e fianco le labbra (che là nomano “lips”).

Io son Paolo da Mocri, anglese
semidio, satiro e commediante
d’auliche note e di fine amor cortese,
di rari velli e stole, artefice cangiante.

Il dolce Febo ed io posammo il guardo
sopra una brulla terra d’antiche torri cinta
San Giovanni chiamavan quel baluardo:
vi presi casa, di sfarzo e d’oro pinta.

Ivi condussi vita da cartamodellista,
sartore, cucitore e gran pantalonaio,
ma giunta sera mi scatenavo in pista
al Bar Italia, effimero pollaio.

Nutrìa passion insana per vino e sigarette,
donne e cortigiane le preferivo al laccio
e mi burlavo delle giunoniche tette
che inalberavan ritte ad ogni omaccio.

Fui d’ironia leggiadra sapido fautore,
del peplo ellenico mi vinse l’eleganza,
di tragedie figurate padre e gran tutore,
d’Andromaca e Cassandra l’erta istanza.

Poi repentino un permutar di rotta
che mi strappò al comodo giaciglio
per una Casa del Tesoro galeotta
nella bucolica Tavullia il nascondiglio.

Quivi divenni esotico cuciniere
ristorator di stomaco e di cuore
ciambellano, maggiordomo e locandiere,
a tutti gli ospiti dispensai calore.

E il mezzo secolo che grava sulle spalle
non mi scalfisce il riso irriverente
non segna il viso a monte nè a valle
non cambia mai l’amor della mia gente.

Io sono fui e sarò Paolo da Mocri
giullare, teatrante e uomo retto
artista e sognatore come pochi
di Dioniso il figlio prediletto.

———————-

(liberamente tratto da Le Troiane di Euripide)
(foto di Andrea Nicolini)

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Off Topics Poesia

Jiaxing

Orrobimbo
sei docile argilla
in mani feroci
e pieghi
e rotei
e tendi
le tue esili membra
come lingua di cane.
Da una ciotola
di riso basmati
dirompente
spastico
silfide bimbo che guardi
lo scheletro
dei tuoi pochi anni
dilapidare
le sue fortune
nel vento di Jiaxing.

Hanno preso il tuo corpo
e piegato come bambù
e stretto
contorto
frenato
rifilato.
E poi denti
d’un salto smaltato
han sfiorato
il tuo sorriso
istituzionale
per i patriarchi
seduti
in consesso
sulgli spalti di Jiaxing.

Tu che correvi
come giovane lepre
nella boscaglia
e sulle risaie
ricolme di sospiri
e caldo foderato
di giovani amanti
acquattati nell’onde.
Tu che filavi
come ripida acqua
leggero
come il sogno a vapore
di una cucina
interrata di soia.
Tu che fischiavi
a molecole di
giovani insetti
e succhiavi l’aria
e poi il sole di Jiaxing.

Hanno avvolto
di sangue e catrame
il tuo esile filo
di pelle e pensieri,
han costretto
ad una pertica
il tuo tremovolteggio
bagnato di talco.
Un’immensa palestra
di pietra e linoleum
ha affilato
i tuoi nervi aguzzi.
E tu …
tu hai ancora
la forza
d’alzare i tuoi arti di gomma
e librarti
e danzare
come snodo di via
come pura follia
nel cielo di Jiaxing.

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Epigrammi Poesia

Opposizione

Io andrò
pieno di niente
e di luce
incontro
al tempo che cade.

Sarò elegante
e un poco forbito
vestendo
la decadenza
del mio corpo.

Sorriderò
vedendo la pelle
seccarsi
e le parole
volare via leggere.

Sarò vecchio
e masticherò
il mio dolore
concentrandomi
su disegni bambini.

E penserò ridente
alle tue fresche
labbra
rinchiuse e spente
in un ultimo sussulto
d’infanzia.

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Epigrammi

Caldo

Ci vuole qualcosa di eclatante contro questo caldo, una peroncina ghiacciata è un buon inizio, giusto per esorcizzare la natura del mio nemico: se non puoi batterlo fottigli la realtà tutto intorno. Il caldo si diceva… Dev’essere qualcosa di panteistico il caldo perchè non guarda in faccia a nessuno e vive di una vita sua: è dappertutto il bastardo, meglio (o peggio se vogliamo) del segnale umts del telefonino. Una creatura tentacolare che si stiracchia in ogni dove. E fa maledettamente bene il suo mestiere. Il caldo poi produce tutta una serie di effetti collaterali sul paesaggio. Ad esempio i pedoni al passeggio. Guardi la gente: sembrano alieni tristi e soli. Di solito sono dei divi del cinema. Ma col caldo… Le facce sono tirate in una smorfia di sopportazione. Migliaia di martiri impalati e crocifissi a spasso per Via Carducci. Anzi non puoi mettere il naso fuori in terrazza che ti senti i polmoni risucchiati in una bolla d’aria, un colpo nello scroto che ti dice: torna dentro e soffri senza conoscere l’aria pura. Un altro effetto collaterale è la confusione mentale: ti si impastano le idee e tutto fluisce come una pappa primordiale, senza scintille. Un passato di verdura senza capo nè coda dove ti ritrovi a sputare banalità e luoghi comuni, tanto per non startene zitto. Il caldo non ti vuole mentalmente attivo: ti vuole succube e demente, torni teenager col caldo. Poi c’è anche la storia del sudore: sì insomma l’alone intorno all’ascella non è un gradevole biglietto da visita, e sentire i propri piedi che ballano in una jacuzzi di sudore all’interno del mocassino, beh, è come guardare la De Filippi in tv, una lunga agonia bianca e strisciante. Il caldo cambia anche la natura delle cose: trasforma la realtà abusata e la rende irreale, ah no questa l’hanno già scritta… Diciamo che il caldo mi ricorda il personaggio di Old Boy mixato con Leonard Zelig. Un essere che cambia spesso connotati, lineamenti, modo di essere, di pensare, non ci capisci più un cazzo alla fine. Il caldo trasforma la realtà e ti fa vivere in una specie di paesaggio lunare dove ti vengono meno i punti di riferimento, un incubo alla Ubik senza però la speranza di usare il magico spray che ti salverebbe le chiappe.
Il caldo è anche un amico, è solo come me, in certe ore del pomeriggio, lo sento scivolarmi intorno, cercare un alito di amicizia tra il ristagno dell’umidità. Allora capisco che è un reietto in fondo e che gli potrei perfino voler bene. Anche se mi incasina la tastiera di sudore.
Il caldo…

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Epigrammi

Il Tamarro e il Pedone

Canicola sudore sangue acqua calore sabbia. Ore 17.30. Di rientro dal mare. Poco iodio e troppo contatto umano. Una doccia in prospettiva, giù giù nelle papille gustative, come una granita di Tamarindo Ciuffoli a lungo attesa. Ancora un ostacolo. L’ultimo. Viale Carducci da attraversare.

Lo sento da 200 metri di distanza. Lui è un essere quasi sicuramente umano. E’ alla guida di un auto giappo-sportiva con spoilerino anodizzato e vernice glitter-purpurea. Il tamarro entra così nella mia vita, come un ratto in una torta salata. Sto per attraversare la strada sulle strisce pedonali. Altri lo stanno già facendo di fronte a me. Il tamarro inchioda all’ultimo istante. Stridore e bestemmie. Moccoli e freni che fischiano. Il turbomezzo è fermo. La fiumana di gente riprende timidamente ad attraversare. Siamo incolumi e forse felici di essere vivi. Il gomito peloso fuori dal finestrino fa da sentinella tenebrosa al nostro passaggio. Mentre transitiamo una musica sparata a livelli subumani ci rende coscienti di come possa essere l’Inferno, o magari Palazzo Chigi di questi tempi. L’essere ci rende partecipi del suo godimento estetico attraverso una carrettata di decibel che diramano Lady Gaga nel mondo conosciuto, o qualsiasi cosa sia. Lo intravedo al posto di guida, camicia hawaiana aperta, petto catramato, catenone d’oro da due chili con ciondolo mercedes, basettone un po’ incolto, occhiale a specchio stile Chips, la testa che ciondola a ritmo di musica, la bocca che rumina chewing gum (probabilmente al rabarbaro): insomma l’archetipo di tamarro, un esemplare perfetto, persino prezioso dal punto di vista antropologico.

Siamo vicinissimi al turbomezzo. La musica è lobotomica. Copre la realtà stessa. D’improvviso un attempato signore di fronte a me guarda dritto il parabrezza del Mostro di Metallo, quindi fa una cosa folle, totalmente estemporanea, una stella cadente in formato solubile lì davanti a noi. Quel signore imbraccia una chitarra invisibile e inscena, lì sulle strisce pedonali, in mezzo a Viale Carducci, una performance da rocker fantasma, sulle note detonanti di Lady Gaga. Il tamarro è preso alla sprovvista. Tentenna, vacilla, perde la sua tamarrezza… Perde i riferimenti. Scolorisce. Si dissolve. Adesso è solo un qualcosa di indefinito, prigioniero di un’acustica dilaniante. Il signore continua a rockeggiare. Il tamarro è sempre meno tamarro e sempre più autista di auto eccentrica. Il signore termina il suo invisibile assolo con un ghigno soddisfatto. Il tamarro è coperto dai suoi decibel. Sprofondato. Disperso. Vacuità ben carenata. Se ne va senza neppure una clacsonata, come un frate in bicicletta.

Non sento più il caldo. La giornata diventa perfetta. Come diceva Lou Reed.

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Flauto Traverso e Pokemon da catturare

Lo sento arrivare dal ciangottio delle sue nike nere. E’ potente e fiero, come un pokemon leggendario. E’ una nuvola di muscoli rintanati sotto una maglietta nera, aderente come una seconda pelle che rilascia vibrazioni nella luce rarefatta della sera. I jeans dondolano il suo corpo e lo portano in trionfo come un imperatore in un Baccanale. Avanza nel locale che è suo da sempre. Tutto adesso appare impregnato della sua aura che si allarga a dismisura. Lui sa dove andare, lui sa cosa fare, la solitudine è un accidente platonico che non intralcia il suo percorso marziale. Lo fortifica. Una camminata che spezza la serata e spegne il flauto traverso in trasparenza. Tre uomini gli fanno posto al bancone del bar, ombrosa deferenza nel loro farsi da parte, un lento addio a tutta una serie di salatini che passano sotto il suo dominio. Prende possesso del suo posto con la sicumera di un dittatore africano. Afferra lo sgabello e lo fa ruotare vorticosamente come un contrabbasso impazzito, questo per gestire al meglio un patrimonio di chili che si distribuiscono con un’armonia prestabilita, un’ antica esperienza che dispone il culo in avanscoperta: le due chiappe sporgono dalla seduta richiamando le femmine nel locale con un canto ormonale che fa balenare deretani di statue greche e carezze lascive. Da un’increspatura delle labbra, mi rendo conto che la prima fase è finalmente terminata. Come ogni sabato sera le formalità di arrivo sono state espletate con successo. Inizia il suo mestiere di uomo muscoloso che beve da solo. Si guarda intorno studiando le espressioni irrisolte delle donne intorno al bar, le annota mentalmente, studia i punti deboli dove far breccia, guarda il barman e ordina una birra con impercettibile ammiccare, di nuovo guarda in giro facendo selezione di donne e strage mentale di vagine. Respira piano e il suo torace palpita come un’onda sonora accordata con la musica di sottofondo. Poi parla e spruzza doppi sensi, pesanti allusioni già state illusioni. I suoi interlocutori sono fatti di niente, i dialoghi non esistono, esiste solo una forma unilaterale di devozione che si procaccia e anzi pretende con bestialità linguistica. Una grammatica del bicipite che dispone alla genuflessione, all’adorazione tremante. La dialettica del bilanciere rimbalza nel chiacchiericcio come un gas inerte. Lui parla e gli altri devono ascoltare. Lui accenna e le donne devono crollare. Un Fonzie gonfiato, becero e un po’ pecoreccio.

Io sono qui, ma vorrei sparire. Sono come scarnificata di fronte a lui. Un sapore di ruggine mi invade la bocca, come in uno scompartimento di un vecchio treno quando segui il paesaggio che scorre fuori, e d’improvviso ti senti disgustata, ferita a morte senza nessun motivo apparente. Con quel saporaccio che dilaga nel palato, nel naso, nel tempo della memoria. Devo fare qualcosa. Faccio un passo indietro e cerco il nulla nel cesto della lavastoviglie mentre sento addosso il suo sguardo e i suoi stereotipi alla creatina. Sento di essere parte della sua serata, le sue mani unte intorno ai miei fianchi, i suoi doppi sensi grossolani, la sua caccia privata… Mi sta tirando dentro nella rete del suo linguaggio, sento che parla di me, guardo i fornelli spenti, ci passo sopra lo spugna, di nuovo percepisco che sta parlando di me in terza persona.

Lo guardo e sorrido. Penso che la vita si risolva in un equilibrio violato, in una violenza sottile che parte dalle parole e diventa gigantesca, invalicabile. Penso che il Significato Ultimo che tutti ci affanniamo a cercare alligni anche in una battuta volgare, in un gesto gutturale, in un uomo impresentabile come il Pokemon Marione. Penso e… In un attimo sono di nuovo serena mentre infuria la pornografia dei suoi modi di dire. Riesco persino a sentire il flauto traverso in sottofondo… E’ come tornare a respirare.