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E finalmente Giostre, dopo 22 anni, vide la luce

giostreE finalmente il manoscritto ritrovato in Cantina (e non a Saragozza) vide la luce binaria di Amazon e si aprì al mondo sotto forma di eBuco.

Una raccolta giovincella di poesie, epodi e liste della spesa composte dal 1988 al 1992 che avevo malignamente sversato su fogli di carta velina tramite un Olivetti Lettera 22 appartenuta precedentemente a mia zia Lucia e che feci mia, nel senso hegeliano del termine. Mi furono accanto in quel travagliato e rorido periodo di composizione Bruno Munari e lo Scrondo per accompagnarmi in quella desolata landa che taluni chiamano The Waste Land e talaltri Porta a Porta.

Se disgraziatamente voleste avventurarvi in un tale minareto di sogni infranti potrete accedervi tramite l’Acheronte Digitale che prende il nome di Amazon punto it. Lo potrete raccattare per 99 centesimi che – sappiatelo – impiegherò per acquistare nuovi rimedi tricologici contro la calvizie neuronale che mi sta avvizzendo tutte le idee più fighe. Oppure ci farei un vaso di terracotta da incastrare sullo zenit per raccogliere furori di stelle e passiflore celesti. O anche un brullo cadavere di acciaio inossidabile per confortare le signore sulla via di Damasco verso licenziosi postriboli per sole donne. O almeno una cuffia per la piscina. Amaranto.

Le badanti e la luce di Anna Achmatova

Da un po’ di anni si registra l’inesorabile e sotterranea infiltrazione di una una silenziosa milizia in capillare espansione. E’ l’Invencible Armada delle badanti, un brodo primordiale di etnie: ucraine, russe, bielorusse, georgiane, moldave, lettoni, lituane, estoni, azere, armene, kazake, turkmene. Donne nerborute che cullano negli occhi gli spazi siderali delle steppe caucasiche e si cibano dell’artrite dei nostri nonnini.

Si ritrovano in punti precisi della città, abitualmente a pomeriggio inoltrato nei giardinetti di fronte a Palazzo Mancini o sulle panchine del Parco della Pace. Sono una corporazione in continua espansione che comunica cavalcando migliaia di dialetti slavi e pianifica una sottomissione non violenta dell’Occidente per mezzo di una strategia sublime: la sistematica conquista di ogni uomo sopra i 40 anni dotato di codice fiscale e passaporto italiano.

Le maliarde hanno potenti armi conquistatrici: 1) una forza fisica ancestrale con cui piegano facilmente gli omuncoli autoctoni pieni di nevrosi e rimedi olistici, 2) sguardi di acciaio da cui non trapela intendimento nè indecisione, 3) una fittissima rete di relazioni che mettono a frutto con machiavellica sagacia.

Hanno qualcosa di indefinibile e potente nel portamento, un’aura oscura che trascolora in un lirismo solitario e dilagante divenendo impenetrabile corazza contro ogni genere di avversità. Poderose e incrollabili si stagliano contro il vento, e guardandole si ha quasi l’impressione di assistere al manifestarsi di una forza sovrumana. Contrappongono un nerbo, una fierezza che parla di atavica sofferenza, di fatica, di lavoro, di sacrifici, di samovar bollenti, di legna resinosa che scoppietta nel fuoco, di esilio dal secolo, o anche dei versi asciutti di Anna Achmatova.

Come in “Ultimo Brindisi”, una poesiola pubblicata nel 1934. Parole che si attagliano alla pelle di queste donne venute da lontano penetrandone il tranquillo mistero. La durezza di questi versi è la durezza di questa gente:

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.

Un approccio fenomenologico alla Poesia

giorgio-caproni

Giorgio Caproni

Accostandosi alla voce multitonale di un poeta occorre trovare un appiglio metodologico che valga a districarsi tra le sterminate sfumature timbriche che investono il lettore. Luciano Anceschi, in un suo luogo particolarmente illuminante, afferma: “l precetti, le norme, gli ideali, e, in genere, le istituzioni che i poeti propongono [...] risuonano liberamente nel corpo sempre in attesa di sollecitazioni della poesia, si muovono nella comunità dei poeti tra accettazioni, rifiuti, sempre con variazioni liberissime in un movimento che non tollera soste”‘. Con quest’indicazione programmatica si chiude la pars costruens de “Gli specchi della poesia” e, più in generale, una lunga stagione di ricerca speculativa inaugurata nel I936 con “Autonomia ed eteronomia dell’arte“. Tale consolidato impegno teoretico, quale risulta dal brano citato, ci fornisce gli elementi determinanti per intraprendere un viaggio sicuro, indirizzandone opportunamente la rotta. E, a volersene immediatamente avvalere, se ne ottengono le prime insostituibili rilevazioni procedurali.

Innanzitutto sono poste in luce le sovrastrutture poetiche con le quali il poeta sancisce un proprio statuto letterario, una regola privata che indaga il senso stesso dell’operazione in corso lasciando al critico una sorta di modus operandi ove sia possibile individuare un filo conduttore, un motivo ritornante. Tali sovrastrutture si ripartiscono, secondo la lezione anceschiana, in precetti norme e ideali che insieme vengono a costituire il percorso formativo del poeta e nel contempo il suo esplorare il proprio lavoro nell’attimo stesso in cui esso si compie. Questo magma di intenzioni e propositi ristagna e fermenta relandosi con altri sistemi esterni, venendo ad erigere uno sterminato edificio di connessioni che si concreta, vive e apre nuovi snodi strutturali nell’esercizio ultimo dello scrivere poesia, andando poi a realizzare un’identità poetica nuova ed irriproducibile.

Addentrarsi in questo complesso ecosistema significa dunque dipanare l’intreccio delle relazioni, seguire con scrupolo fenomenologico ogni ramificazione e verificare ogni segmento connettivo interno ed esterno: nella consapevolezza di analizzare una prospettiva in perpetuo divenire, mai consolidata. Con queste prime scarne indicazioni di base è già possibile avvicinare un testo poetico e sondarne rimandi e punti di fuga nell’ottica di una lettura fenomenologica, tesa quindi a inseguirne il crepitio concettuale nel corso del suo itinerario, in un dedalo ove la molteplicità assume valenza di connotazione morfologica e carattere di qualificazione ermeneutica. E l’autore stesso, Demiurgo di questo piccolo universo, viene a contenerlo e a significarsi nei suoi infiniti riflessi prismatici, quasi creatura del proprio molteplice creato, cellula intessuta d’eventi che rincorrono il proprio farsi. A tale proposito Italo Calvino avverte gaddianamente il suo uditorio nelle ‘Lezioni americane‘: “Chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”. E più fermamente Paul Valery ribadisce: “lo non faccio un ‘Sistema’ -il mio sistema- sono io”.

ln questa direzione è pertanto necessario muovere i primi passi. Ove cioè sia possibile cogliere nel poeta la consapevolezza del proprio fare nel momento in cui questo entra in collisione dialettica con i sottoinsiemi di un sistema multivoco, dialogico, poliprospettico, quale insomma lo indicava Michail Bachtin individuandone i connotati essenziali nella pluridiscorsività stilistica del romanzo. E proprio questa sorvegliata coscienza progettuale sintonizza il poeta sulla medesima lunghezza d’onda del critico. Egli, in quest’ottica, si pone dinanzi al suo lavoro con atteggiamento disincantato, andando risolutamente ad individuare e scandagliare le voci della propria anima (Machado, in un verso non a caso caro a Caproni, intese questa introspezione come un attento sguardo alle ‘secretas galerias del alma‘). ln tal merito si pronuncia puntualmente Giorgio Caproni: “Penso che un critico abscondítus sia sempre presente nel poeta. In questo senso il poeta è sempre uno e bino. E’ sempre vigile in lui il critico di se stesso (un critico inconscio, forse) anche e proprio quando egli sembra più abbandonato al raptus”.

Questa scoperta di un universo bipolare, dove invenzione e lezione si cingono indissolubilmente, è intimamente viva in un poeta straordinariamente introspettivo e problematico qual è Giorgio Caproni. ln lui la scoperta del proprio fare diviene rifrazione dell’impalcatura poetica: se è possibile ulteriore divaricazione di capisaldi tematici di per se già ampiamente fecondi di rimandi e valenze. Il suo sistema assume così le coordinate di un immenso crocicchio dove le direzioni possibili differiscono e ritornano a se stesse in una reversibilità pressoché perpetua. E un tale sistema arriva inevitabilmente a configurarsi come contenitore dei vari io (mézigues li ribattezza Caproni prendendo a prestito il termine da Céline) che ne hanno calcato gli innumerevoli sentieri: ne scaturisce un pulsante e quantomai instabile profilo interiore. Ed è il poeta stesso a tracciare tale fisionomia e ad inseguirla circolarmente con i propri versi, a farsi personalmente ‘altro da sé’: “si arriva così al paradosso che quantopiù il poeta si immerge nel pozzo del proprio io, tanto più egli allontana da se ogni facile accusa di solipsismo: appunto perché in quella profondissima zona del suo io è il noi: un io che dalla singolarità passa immediatamente alla pluralità”.

La riflessione sul proprio fare diviene dunque in Caproni ontologia portante di tutta la sua opera, ove per ontologia s’intende un’indagine sistematica intorno all’essere pensante che crea e ritrova la propria identità attraverso le tappe di questa ascesi creativa. Compito del poeta è dunque farsi largo in una pluralità di mézigues che è propria di chi creando percorre e persegue una personale euresi poetico-speculativa. ln ogni suo lavoro Caproni si troverà a rincorrere un nuovo se stesso, un volto prefissato, quasi che ogni sua fatica letteraria risulti un gradino verso un identità sfocata e inconoscibile. sempre entro gli argini di una mai assopita razionalità indagatrice. Caproni, specie nell’ultima fase della sua parabola poetica, costruisce un sistema che individua e persegue alcuni precisi propositi. Puntando il suo sguardo verso se stesso ritrova le schegge dell’intera umanità franta e dispersa nei corridoi dell’anima, rinviene la tremolante presenza-assenza di un Dio sempre sul punto di essere raggiunto, rintraccia le coordinate topografiche dell’indicibile, del ‘non giurisdizionale’. Tutto ciò avviene grazie a quell’istinto progettuale che fa di Caproni un poeta sempre alla ricerca di un obiettivo da cogliere, quasi mai abbandonato al puro godimento estetico, un teoreta che innanzitutto affila le armi immediatamente fruibili tra il suo vasto arsenale: quelle dello stile e del metro.

Si scorrano alcune dichiarazioni di Caproni che risultano significative di tale coscienza progettuale e insieme di un tentativo di avvicinarsi ad una vagheggiata chimera stilistica: “Ho sempre creduto (…) che la poesia in genere, come la musica o qualsiasi altra arte, sia sempre intraducibile in termini logici per la plurivalenza che in essa assume la parola (anche secondo la posizione che essa occupa nel verso) oltre l’usuale codice della normale comunicazione”. O altrove: “ll mio ideale sarebbe scrivere poesie di una parola sola. ll rumore delle parole, della loro sovrabbondanza. mi ha stancato presto.” O ancora: “Mentre nel linguaggio pratico il segnale acustico o grafico della parola resta stretto alla lettera e alla pura e semplice informazione, nel linguaggio poetico la parola stessa conserva, sì, il proprio senso letterale, ma anche si carica di una serie pressoché infinita di significati ‘armonici’ (e dico ‘armonici’ usando il termine com’è usato nella fisica e nella musica) che ne forma la sua peculiare forza espressiva”.

Nostra premura sarà quindi verificare la rotta di tale arduo percorso poetico unitamente ai mezzi con i quali viene portata a termine. Ciò può attuarsi in relazione ad un approccio fenomenologico quale Anceschi ha teorizzato, teso cioè a captarne, per quanto possibile, la natura plurivalente dei nuclei tematici e stilistici, e i richiami intertestuali che da essi si ramificano in ogni direzione.

Jiaxing

Orrobimbo
sei docile argilla
in mani feroci
e pieghi
e rotei
e tendi
le tue esili membra
come lingua di cane.
Da una ciotola
di riso basmati
dirompente
spastico
silfide bimbo che guardi
lo scheletro
dei tuoi pochi anni
dilapidare
le sue fortune
nel vento di Jiaxing.

Hanno preso il tuo corpo
e piegato come bambù
e stretto
contorto
frenato
rifilato.
E poi denti
d’un salto smaltato
han sfiorato
il tuo sorriso
istituzionale
per i patriarchi
seduti
in consesso
sulgli spalti di Jiaxing.

Tu che correvi
come giovane lepre
nella boscaglia
e sulle risaie
ricolme di sospiri
e caldo foderato
di giovani amanti
acquattati nell’onde.
Tu che filavi
come ripida acqua
leggero
come il sogno a vapore
di una cucina
interrata di soia.
Tu che fischiavi
a molecole di
giovani insetti
e succhiavi l’aria
e poi il sole di Jiaxing.

Hanno avvolto
di sangue e catrame
il tuo esile filo
di pelle e pensieri,
han costretto
ad una pertica
il tuo tremovolteggio
bagnato di talco.
Un’immensa palestra
di pietra e linoleum
ha affilato
i tuoi nervi aguzzi.
E tu …
tu hai ancora
la forza
d’alzare i tuoi arti di gomma
e librarti
e danzare
come snodo di via
come pura follia
nel cielo di Jiaxing.

Opposizione

Io andrò
pieno di niente
e di luce
incontro
al tempo che cade.

Sarò elegante
e un poco forbito
vestendo
la decadenza
del mio corpo.

Sorriderò
vedendo la pelle
seccarsi
e le parole
volare via leggere.

Sarò vecchio
e masticherò
il mio dolore
concentrandomi
su disegni bambini.

E penserò ridente
alle tue fresche
labbra
rinchiuse e spente
in un ultimo sussulto
d’infanzia.

Un posto dove essere

nick-drakeHo visto una donna stirare, fuori, sotto il porticato, mentre flange di nubi rosse correvano tutto intorno alla sua casa. E bambini giocare tranquilli in giardino mentre la chitarra sussurrava in filigrana. E ho visto il suo uomo dare un significato al vento gettandovi cenere e pensieri. Poi con colossale calma sillabare a uno dei piccoli il delicato tropismo tra Dio e uomo. E ancora palme, e mare bluoscuro, e una vecchia ford nera degli anni 40 sferragliare su una strada di terra rossa. E una donna sorridermi e brindare con gesto impercettibile, nella mano un Margarita comparso dal nulla. Un’altra donna con un fermaglio tra i capelli indicare al suo uomo l’atroce apparizione di una rosa e poi ridere forte, piena di creato e luminescenza. E una madre correre trascinando la scia di una bici con sua figlia in sella. Ho visto anche una donna ebbra di polline e verderame. Ho visto atleti in posa per una foto. E ho visto il tuo viso Nick, farsi grande. E la tua musica riempire le mie ore vuote e inutili. Dolce e inattesa, come la prima pioggia sulla pelle calda di sole.

Quando ero più giovane, più giovane rispetto a prima
Non ho mai visto la verità appesa alla porta
E ora sono più vecchio e la vedo faccia a faccia
Ed ora che sono più vecchio devo alzarmi e ripulire.

Ed ero verde, più verde della collina
Dove i fiori crescevano e il sole splendeva ancora
Adesso sono più scuro del mare più profondo
Fammi solo restare, dammi un posto dove stare.

Ed ero forte, forte nel sole
Ho pensato di poter vedere quando il giorno era andato
Ora sono più debole rispetto al pallido azzurro
Oh, così debole in questo bisogno di te.

[A Nick Drake, mai piegato a nessuna morte, nel giorno del suo compleanno, guardando il video di Place To Be trovato su YouTube]

La piega dell’astrazione

henri_cartier_bresson014I poeti sono esseri straordinari dotati di superpoteri sensoriali. Uno di questi è sicuramente il potere evocativo della vista. Nei poeti la visione del reale è come se fosse filtrata da un dedalo di specchi, da un intrico barocco di lenti concave e convesse, una sorta di ottica disoccultante che definisco impropriamente astrazione. L’astrazione parte da un’esperienza vissuta e si dipana attraverso il ricordo, la rielaborazione e la versificazione. Tramite l’astrazione è possibile ricostruire il vissuto e sublimarlo in poesia. Un processo naturale che lacera il pragma e lo denuda miseramente, una piaga aperta in cui bellezza e lirismo vivono in eterno. Mi viene in mente l’Esterina di Eugenio Montale:

Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.

Una donna che prende il sole su uno scoglio è un abulico fatto di cronaca. Una visione come tante, un fotogramma estrapolato da una qualsiasi delle nostre vite. Ma ecco che questa donna viene “vista” dal poeta. E guardate, assaporate cosa diventa questa donna, quale indicibile stato di grazia l’avvolge e la precipita. Un’estasi lirica da levare il fiato. L’astrazione consente al poeta di elevare questa donna a pura bellezza, ad antimateria, a essenza aerea, indefinibile, inconoscibile. Un’esperienza estetica che sfiora il misticismo. Ma l’astrazione lavora anche in altre direzioni che esulano dal freddo vincolo con il reale e anzi lo trasfigurano in moto perenne e discontinuo: una “disarmonia prestabilita” come amava definirla Roscioni a proposito di Gadda. Leggiamo Rimbaud per capire meglio questo aspetto (la traduzione è mia).

L’étoile a pleuré rose au cœur de tes oreilles,
L’infini roulé blanc de ta nuque à tes reins
La mer a perlé rousse à tes mammes vermeilles
Et l’Homme saigné noir à ton flanc souverain.

[La stella è pianto rosa al cuore delle tue orecchie,/ l'infinito è rotolato bianco dalla tua nuca ai tuoi reni/ il mare ha imperlato di rosso le tue mammelle vermiglie/e l'Uomo ha sanguinato nero al tuo fianco sovrano.]

Qui il poeta non parte da una visione fisica della realtà, ma fa uso di un grimaldello metafisico per versificare. Parte da una donna e ne rivisita le emozioni, i pensieri, i tratti somatici, gli odori, i colori. Ne fa combaciare il profilo con migliaia di astrazioni intrinseche che con propensione molecolare si avvicinano al ricordo primario e lo contrastano, lo rigenerano, lo cambiano. Il poeta incrocia i destini di mille astrazioni come un Demiurgo farebbe con gli atomi di un universo germinale. E infine attraverso uno scroscio cromatico (rosa, bianco, rosso, nero) la fissa su carta traendola dai flutti dell’astrazione e addestrandola al ruggito normativo della metrica, delle rime, delle figure retoriche. Il risultato è qualcosa che va aldilà di ogni fatto, un ineffabile scansione di parole e idee che ci sfiora la pelle come un bacio percepito in dormiveglia. Un brivido immenso che il poeta ha tolto faticosamente dal sè, in una lenta agonia di immagini e ricordi. Ecco, questo è in definitiva l’astrazione poetica. Uno strumento che ci permette di prendere parte alla visione del poeta, che ci dona il lieve sussurro di un bacio, il palpitante attimo in cui ci sentiamo persi nel vuoto estatico della poesia. Ed è lì che vorremmo rimanere, per sempre.

(a Luciano Anceschi)

Apologia dell’assenza

L’assenza è una porzione ben definita della nostra vita. Uno spazio misurato e misurabile con cui fare i conti, prima o poi. Caproni in Res Amissa fronteggiò il dilemma tentando la strada della multisensorialità:

Non ne scorgo più segno.
Più traccia.

Chiedo
alla morgana…

Rivedo
esile l’esile faccia
flautoscomparsa…

L’assenza diviene veicolo di musica e colore attraverso questi versi. Trovo che sia folgorante come Caproni riesca a descrivere la cifra dell’assenza attraverso un termine sinestetico come flautoscomparsa, un composto che unisce la musica di un flauto alla scomparsa fisica di una persona, e in filigrana si intravede anche il diafano pallore di quel viso evaporato. Un neologismo di un’intensità lirica abbacinante, che rimane scolpito nella memoria e circoscrive l’assenza come qualcosa di impalpabile e allo stesso tempo ben delineato. L’insondabilità di ciò che si è posseduto decade in smarrimento, in prognosi impossibile. Rimane la sensazione di aver stretto a sè qualcosa di inestimabile: di tanto prezioso che lo stesso timore di perderlo l’ha dissolto definitivamente.