Un drappo nero

Ho allungato una mano ma tu non c’eri,
ho seguito il tuo respiro,
come un cervo spossato
attraverso un bosco infinito,
tra un latrare di rami
e il labirinto verde dell’erba.

Un drappo nero ormai ci divide,
come a teatro un buio sipario,
di quelli impossibili ad aprirsi,
separa le storie raccontate
da quelle silenziose in platea.

Sì, è vero, tu sei qui, ti tocco, ti bacio
colgo l’ironia balenare nel tuo sguardo.
Ma sei in un’altra storia,
in un altro imprendibile Avello,
con i tuoi Demoni privati
e le tue scarnificate memorie.

Racconti di persone che passano
nei tuoi luoghi segreti,
invadendo anche l’intimo rifugio
che hai faticosamente eretto.

Racconti di presenze, di angeli perduti,
di voci che narrano in silenzio
memorie cancellate dal torpore,
da quel tremolio leggero del Tempo.

Racconti di impercettibili silenzi,
che ossessionano il rumore dei denti,
il corpo, la pelle, le unghie, la saliva,
l’umana fatica di vivere che stritola…

Babbo, mio fragile tremolante guerriero,
tu mi hai insegnato il suono del vento,
e la guizzante presenza di Dio in un prato verde…

Tu mi hai donato l’ironia del Non Detto,
parole che giocano e frullano frasi e sorrisi,
vorticando nella semantica dei convenevoli…

Tu mi hai guardato con l’amore di un Padre,
e io ti ritrovo in quel perduto senso,
in un sogno masticato dal mattino,
in un tiepido sonno velato d’innocenza…

La tua essenza è intatta,
nessun tremore la fa vacillare.

Il Drappo nero che ci separa
non può spezzare la luce dei sogni…

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