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Epigrammi Poesia

Opposizione

Io andrò
pieno di niente
e di luce
incontro
al tempo che cade.

Sarò elegante
e un poco forbito
vestendo
la decadenza
del mio corpo.

Sorriderò
vedendo la pelle
seccarsi
e le parole
volare via leggere.

Sarò vecchio
e masticherò
il mio dolore
concentrandomi
su disegni bambini.

E penserò ridente
alle tue fresche
labbra
rinchiuse e spente
in un ultimo sussulto
d’infanzia.

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Musica Poesia

Un posto dove essere

nick-drakeHo visto una donna stirare, fuori, sotto il porticato, mentre flange di nubi rosse correvano tutto intorno alla sua casa. E bambini giocare tranquilli in giardino mentre la chitarra sussurrava in filigrana. E ho visto il suo uomo dare un significato al vento gettandovi cenere e pensieri. Poi con colossale calma sillabare a uno dei piccoli il delicato tropismo tra Dio e uomo. E ancora palme, e mare bluoscuro, e una vecchia ford nera degli anni 40 sferragliare su una strada di terra rossa. E una donna sorridermi e brindare con gesto impercettibile, nella mano un Margarita comparso dal nulla. Un’altra donna con un fermaglio tra i capelli indicare al suo uomo l’atroce apparizione di una rosa e poi ridere forte, piena di creato e luminescenza. E una madre correre trascinando la scia di una bici con sua figlia in sella. Ho visto anche una donna ebbra di polline e verderame. Ho visto atleti in posa per una foto. E ho visto il tuo viso Nick, farsi grande. E la tua musica riempire le mie ore vuote e inutili. Dolce e inattesa, come la prima pioggia sulla pelle calda di sole.

Quando ero più giovane, più giovane rispetto a prima
Non ho mai visto la verità appesa alla porta
E ora sono più vecchio e la vedo faccia a faccia
Ed ora che sono più vecchio devo alzarmi e ripulire.

Ed ero verde, più verde della collina
Dove i fiori crescevano e il sole splendeva ancora
Adesso sono più scuro del mare più profondo
Fammi solo restare, dammi un posto dove stare.

Ed ero forte, forte nel sole
Ho pensato di poter vedere quando il giorno era andato
Ora sono più debole rispetto al pallido azzurro
Oh, così debole in questo bisogno di te.

[A Nick Drake, mai piegato a nessuna morte, nel giorno del suo compleanno, guardando il video di Place To Be trovato su YouTube]

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Poesia

La piega dell’astrazione

henri_cartier_bresson014I poeti sono esseri straordinari dotati di superpoteri sensoriali. Uno di questi è sicuramente il potere evocativo della vista. Nei poeti la visione del reale è come se fosse filtrata da un dedalo di specchi, da un intrico barocco di lenti concave e convesse, una sorta di ottica disoccultante che definisco impropriamente astrazione. L’astrazione parte da un’esperienza vissuta e si dipana attraverso il ricordo, la rielaborazione e la versificazione. Tramite l’astrazione è possibile ricostruire il vissuto e sublimarlo in poesia. Un processo naturale che lacera il pragma e lo denuda miseramente, una piaga aperta in cui bellezza e lirismo vivono in eterno. Mi viene in mente l’Esterina di Eugenio Montale:

Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.

Una donna che prende il sole su uno scoglio è un abulico fatto di cronaca. Una visione come tante, un fotogramma estrapolato da una qualsiasi delle nostre vite. Ma ecco che questa donna viene “vista” dal poeta. E guardate, assaporate cosa diventa questa donna, quale indicibile stato di grazia l’avvolge e la precipita. Un’estasi lirica da levare il fiato. L’astrazione consente al poeta di elevare questa donna a pura bellezza, ad antimateria, a essenza aerea, indefinibile, inconoscibile. Un’esperienza estetica che sfiora il misticismo. Ma l’astrazione lavora anche in altre direzioni che esulano dal freddo vincolo con il reale e anzi lo trasfigurano in moto perenne e discontinuo: una “disarmonia prestabilita” come amava definirla Roscioni a proposito di Gadda. Leggiamo Rimbaud per capire meglio questo aspetto (la traduzione è mia).

L’étoile a pleuré rose au cœur de tes oreilles,
L’infini roulé blanc de ta nuque à tes reins
La mer a perlé rousse à tes mammes vermeilles
Et l’Homme saigné noir à ton flanc souverain.

[La stella è pianto rosa al cuore delle tue orecchie,/ l’infinito è rotolato bianco dalla tua nuca ai tuoi reni/ il mare ha imperlato di rosso le tue mammelle vermiglie/e l’Uomo ha sanguinato nero al tuo fianco sovrano.]

Qui il poeta non parte da una visione fisica della realtà, ma fa uso di un grimaldello metafisico per versificare. Parte da una donna e ne rivisita le emozioni, i pensieri, i tratti somatici, gli odori, i colori. Ne fa combaciare il profilo con migliaia di astrazioni intrinseche che con propensione molecolare si avvicinano al ricordo primario e lo contrastano, lo rigenerano, lo cambiano. Il poeta incrocia i destini di mille astrazioni come un Demiurgo farebbe con gli atomi di un universo germinale. E infine attraverso uno scroscio cromatico (rosa, bianco, rosso, nero) la fissa su carta traendola dai flutti dell’astrazione e addestrandola al ruggito normativo della metrica, delle rime, delle figure retoriche. Il risultato è qualcosa che va aldilà di ogni fatto, un ineffabile scansione di parole e idee che ci sfiora la pelle come un bacio percepito in dormiveglia. Un brivido immenso che il poeta ha tolto faticosamente dal sè, in una lenta agonia di immagini e ricordi. Ecco, questo è in definitiva l’astrazione poetica. Uno strumento che ci permette di prendere parte alla visione del poeta, che ci dona il lieve sussurro di un bacio, il palpitante attimo in cui ci sentiamo persi nel vuoto estatico della poesia. Ed è lì che vorremmo rimanere, per sempre.

(a Luciano Anceschi)

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Poesia

Apologia dell’assenza

L’assenza è una porzione ben definita della nostra vita. Uno spazio misurato e misurabile con cui fare i conti, prima o poi. Caproni in Res Amissa fronteggiò il dilemma tentando la strada della multisensorialità:

Non ne scorgo più segno.
Più traccia.

Chiedo
alla morgana…

Rivedo
esile l’esile faccia
flautoscomparsa…

L’assenza diviene veicolo di musica e colore attraverso questi versi. Trovo che sia folgorante come Caproni riesca a descrivere la cifra dell’assenza attraverso un termine sinestetico come flautoscomparsa, un composto che unisce la musica di un flauto alla scomparsa fisica di una persona, e in filigrana si intravede anche il diafano pallore di quel viso evaporato. Un neologismo di un’intensità lirica abbacinante, che rimane scolpito nella memoria e circoscrive l’assenza come qualcosa di impalpabile e allo stesso tempo ben delineato. L’insondabilità di ciò che si è posseduto decade in smarrimento, in prognosi impossibile. Rimane la sensazione di aver stretto a sè qualcosa di inestimabile: di tanto prezioso che lo stesso timore di perderlo l’ha dissolto definitivamente.