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Caronte, occhi di bragia

Sul Resto del Carlino Rimini, nella cronaca cattolichina, campeggia stamane un articolo sull’affaire “traghetto sul fiume Tavollo“. In pratica, con la sparizione del ponte girevole che univa la sponda cattolichina a quella gabiccese, si sta pensando ad un valido sostituto senza che il flusso di turisti (calcolato in circa 10.000 persone al giorno) debba dirottare sul nuovo ponte eretto circa 100 metri più a monte, con conseguente abnorme scialo di energie psicofisiche, si suppone. Nuovo ponte, giova ricordarlo, che è parte integrante dell’ultramoderno e suggestivo complesso della nuova darsena di Cattolica di recentissima costruzione. A questo punto verrebbe da chiedersi: ma se il nuovo ponte gode già in partenza di una così infima fiducia da parte dell’Amministrazione comunale, perchè farlo? Sono domande che solo gli alti prelati del tourism marketing, che disegnano arabeschi di flussi turistici e ne indovinano con precisione atomica le inclinazioni, solo questi insigni studiosi, dicevamo, possiedono una risposta racchiusa all’interno dei loro storming brains e un giorno fatidico comunicheranno con piglio oracolare a tutto il mondo emerso l’unica e sola Verità. Nel frattempo noi poveri sfigati ci si dibatte in questi rovelli molto più terreni e si rimane in braghe di tela, senza risposte plausibili.
Non è tutto (e qui arriviamo al fulcro della notizia). Il “valido sostituto” del fu ponte girevole dovrebbe essere un traghetto che trasporterà i turisti da una sponda all’altra del Tavollo con moto perpetuo tra le due banchine. Traghetto di cui esiste già un progetto, con tanto di società interessata alla realizzazione, presentato alla Capitaneria di Porto di Cattolica e in attesa di approvazione. Mancherebbe solo l’accordo transregionale tra le due Amministrazioni: Cattolica e Gabicce. Pare che mentre Cattolica spinga per la “zatterona”, i cugini marchigiani siano più refrattari all’idea. Si discute.
A questo punto ho riposto per un attimo il giornale e mi sono figurato questo novello Caronte che come la creatura dantesca divide supernamente le masse di turisti e le imbarca con foga tremenda e infallibile sulla sua zattera infernale:

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.»

In un attimo il Tavollo diventa l’Acheronte, e schiere di turisti si trasformano in spiriti impauriti e in balia degli eventi. Mentre vedo Caronte cavalcare i flutti e allontanarsi con il suo mesto carico mi chiedo cosa ci aspetti dall’altra parte, così terribilmente sfuggente e nebbiosa. In fondo un ponte, pur nella sua meccanica inerzia, si sarebbe rivelato molto più pietoso nel suo valicare l’ultimo ostacolo sopra l’Ignoto.

Parlari di Cattolica

asìnbel: siamo belli, nel senso di “stiamo freschi”, con marcato senso ironico.
azdòra: la Massaia intesa come Regina incontrastata delle mura domestiche e dei fornelli.
baghèn: il Baghino cioè il Maiale, usato anche come iperonimo di prosciutto, cotica, pancetta, etc.
burdèl: ragazzo, bambino, anche come esclamazione di meraviglia.
capè: capare, scegliere con cura da una moltitudine, capare i fagiolini buoni.
ciafagna: sonnolenza
fraid: fradicio, consunto, macerato.
furmentòn: il mais.
fusaja: bruscolini, sementine, ceci, lupini.
illuzìd: illozzito, sporco, anche in senso lato riferito ad un modo di fare sciatto e trasandato.
invurnìd: lento, ottuso, non così sveglio come lo si vorrebbe.
lassandè: lascia andare, smettila, non dire corbellerie.
lumaghèn: i lumachini di mare.
luvarìa: dolciume, golosità.
mutòr: il motore, per metonimia significa ciclomotore. Curioso l’episodio di un motociclista romano che alla domanda di un cattolichino “l’el tu el mutòr?” (è tuo il motore?) rispondeva: “eccerto ch’è mmjo, e pure ‘a carena, er manubrio, ‘o specchietto, er tubbo der gas…”
pataca: bamboccione, imbecille. Interessante l’etimologia: dall’arabo “bâtaquâ” contrazione di “abû” e “abon tâca” che alla lettera significa: “il padre della finestra”, termine con il quale i Mori di Spagna confidenzialmente chiamavano la piastra spagnola (moneta dell’epoca), sulla quale erano effigiate le Colonne d’Ercole, che per essi rappresentavano una sorta di finestra sull’ignoto. Col tempo il significato assunse l’accezione più volgare ( e decisamente meno suggestiva) di “macchia”, “sudiciume” facendo riferimento ad una macchia sugli abiti grande come la moneta. In Romagna sembra che il termine abbia poi assunto valore nominale traslando il retaggio semantico a persona fisica: “tsì propria un gran pataca”, oppure anche volgarmente all’organo sessuale femminile: la patacca.
radanèd: radanato, ordinato, ripulito, ben vestito.
ravanè: ravanare, mescolare e pescare dal torbido
sburòn: sburrone, borioso, arrogante, fanfarone.
scalfanècc: scalfaniccio, tanfo di sudore rappreso: t’fe pòza ad scalfanècc.
scarana: la sedia, intuibile la derivazione da “scranno” a sua volta etimologicamente affine al germanico “shrank” e al francese “écran”. Cfr. Dante: “Or chi tu se’ che vuoi sedere a scranna / Per giudicar di lungi mille miglia / Con la veduta corta di una spanna? ” (Paradiso, XIX, 79)
sgudèble: antipatico, spigoloso, sgusciante, sgudibolo.
sguèla: sguilla, scivola, sfugge al controllo, probabile contrazione del verbo “scivolare” e del sostantivo “anguilla”.
suncècia: salsiccia.
svarzòn: svarzone, olezzo insopportabile, tanfo.
toddecàz: togliti dalla mia vista, sparisci.