Archivio della categoria: Epigrammi

Zanzara

L’ultima volta che ho incrociato Zanzara era nell’estate dell’86 mi pare… Era tutto preso da chissà quale progetto e se ne andava fantasticando su un mondo libero da vincoli sociali, di casta, di media… 
Il buon vecchio Zanzara è sempre stato un poco tocco e non ci feci caso più di tanto limitandomi a sorridere, annuire, dare pacche sulla spalla, invitare a bere un caffè, insomma la solita trafila di attenzione distratta che si concede ad un amico eccentrico e anche un po’ rompiballe…
Poi più niente…
Per più di vent’anni di Zanzara si son perse le tracce e nessuno si ricordava neppure che faccia avesse… Si diceva che si era trasferito altrove ed era partito senza avvertire nessuno, altri dicevano che aveva trovato la donna in qualche setta religiosa tipo gli Esperantisti e si era convertito anima e core alla nuova dottrina, altri ancora dicevano che era stato rapito dai marziani e aveva aperto un bar su Saturno…
Insomma Zanzara era sparito. Era questo l’unico incontrovertibile dato di fatto.
Poi improvvisamente un paio di giorni fa l’ho rivisto. Era sdraiato sulla panchina di un piccolo parco pubblico, con il giornale a mo’ di coperta, con le mani intrecciate dietro la nuca, aveva un milione di miliardi di anni in più._
-Zanzara, ma sei tu?
-mmm?
-Ah mi scusi l’avevo scambiata per un altro.
Sono tornato sul piccolo sentiero in mezzo a quello sparuto fazzoletto di verde, mi sono fermato, ho alzato la mano invisibile e l’ho salutato, ma lui si era già voltato dall’altra parte e il mio gesto è rimasto soltanto un vuoto simulacro di saluto.

Opposizione

Io andrò
pieno di niente
e di luce
incontro
al tempo che cade.

Sarò elegante
e un poco forbito
vestendo
la decadenza
del mio corpo.

Sorriderò
vedendo la pelle
seccarsi
e le parole
volare via leggere.

Sarò vecchio
e masticherò
il mio dolore
concentrandomi
su disegni bambini.

E penserò ridente
alle tue fresche
labbra
rinchiuse e spente
in un ultimo sussulto
d’infanzia.

Caldo

Ci vuole qualcosa di eclatante contro questo caldo, una peroncina ghiacciata è un buon inizio, giusto per esorcizzare la natura del mio nemico: se non puoi batterlo fottigli la realtà tutto intorno. Il caldo si diceva… Dev’essere qualcosa di panteistico il caldo perchè non guarda in faccia a nessuno e vive di una vita sua: è dappertutto il bastardo, meglio (o peggio se vogliamo) del segnale umts del telefonino. Una creatura tentacolare che si stiracchia in ogni dove. E fa maledettamente bene il suo mestiere. Il caldo poi produce tutta una serie di effetti collaterali sul paesaggio. Ad esempio i pedoni al passeggio. Guardi la gente: sembrano alieni tristi e soli. Di solito sono dei divi del cinema. Ma col caldo… Le facce sono tirate in una smorfia di sopportazione. Migliaia di martiri impalati e crocifissi a spasso per Via Carducci. Anzi non puoi mettere il naso fuori in terrazza che ti senti i polmoni risucchiati in una bolla d’aria, un colpo nello scroto che ti dice: torna dentro e soffri senza conoscere l’aria pura. Un altro effetto collaterale è la confusione mentale: ti si impastano le idee e tutto fluisce come una pappa primordiale, senza scintille. Un passato di verdura senza capo nè coda dove ti ritrovi a sputare banalità e luoghi comuni, tanto per non startene zitto. Il caldo non ti vuole mentalmente attivo: ti vuole succube e demente, torni teenager col caldo. Poi c’è anche la storia del sudore: sì insomma l’alone intorno all’ascella non è un gradevole biglietto da visita, e sentire i propri piedi che ballano in una jacuzzi di sudore all’interno del mocassino, beh, è come guardare la De Filippi in tv, una lunga agonia bianca e strisciante. Il caldo cambia anche la natura delle cose: trasforma la realtà abusata e la rende irreale, ah no questa l’hanno già scritta… Diciamo che il caldo mi ricorda il personaggio di Old Boy mixato con Leonard Zelig. Un essere che cambia spesso connotati, lineamenti, modo di essere, di pensare, non ci capisci più un cazzo alla fine. Il caldo trasforma la realtà e ti fa vivere in una specie di paesaggio lunare dove ti vengono meno i punti di riferimento, un incubo alla Ubik senza però la speranza di usare il magico spray che ti salverebbe le chiappe.
Il caldo è anche un amico, è solo come me, in certe ore del pomeriggio, lo sento scivolarmi intorno, cercare un alito di amicizia tra il ristagno dell’umidità. Allora capisco che è un reietto in fondo e che gli potrei perfino voler bene. Anche se mi incasina la tastiera di sudore.
Il caldo…

Il Tamarro e il Pedone

Canicola sudore sangue acqua calore sabbia. Ore 17.30. Di rientro dal mare. Poco iodio e troppo contatto umano. Una doccia in prospettiva, giù giù nelle papille gustative, come una granita di Tamarindo Ciuffoli a lungo attesa. Ancora un ostacolo. L’ultimo. Viale Carducci da attraversare.

Lo sento da 200 metri di distanza. Lui è un essere quasi sicuramente umano. E’ alla guida di un auto giappo-sportiva con spoilerino anodizzato e vernice glitter-purpurea. Il tamarro entra così nella mia vita, come un ratto in una torta salata. Sto per attraversare la strada sulle strisce pedonali. Altri lo stanno già facendo di fronte a me. Il tamarro inchioda all’ultimo istante. Stridore e bestemmie. Moccoli e freni che fischiano. Il turbomezzo è fermo. La fiumana di gente riprende timidamente ad attraversare. Siamo incolumi e forse felici di essere vivi. Il gomito peloso fuori dal finestrino fa da sentinella tenebrosa al nostro passaggio. Mentre transitiamo una musica sparata a livelli subumani ci rende coscienti di come possa essere l’Inferno, o magari Palazzo Chigi di questi tempi. L’essere ci rende partecipi del suo godimento estetico attraverso una carrettata di decibel che diramano Lady Gaga nel mondo conosciuto, o qualsiasi cosa sia. Lo intravedo al posto di guida, camicia hawaiana aperta, petto catramato, catenone d’oro da due chili con ciondolo mercedes, basettone un po’ incolto, occhiale a specchio stile Chips, la testa che ciondola a ritmo di musica, la bocca che rumina chewing gum (probabilmente al rabarbaro): insomma l’archetipo di tamarro, un esemplare perfetto, persino prezioso dal punto di vista antropologico.

Siamo vicinissimi al turbomezzo. La musica è lobotomica. Copre la realtà stessa. D’improvviso un attempato signore di fronte a me guarda dritto il parabrezza del Mostro di Metallo, quindi fa una cosa folle, totalmente estemporanea, una stella cadente in formato solubile lì davanti a noi. Quel signore imbraccia una chitarra invisibile e inscena, lì sulle strisce pedonali, in mezzo a Viale Carducci, una performance da rocker fantasma, sulle note detonanti di Lady Gaga. Il tamarro è preso alla sprovvista. Tentenna, vacilla, perde la sua tamarrezza… Perde i riferimenti. Scolorisce. Si dissolve. Adesso è solo un qualcosa di indefinito, prigioniero di un’acustica dilaniante. Il signore continua a rockeggiare. Il tamarro è sempre meno tamarro e sempre più autista di auto eccentrica. Il signore termina il suo invisibile assolo con un ghigno soddisfatto. Il tamarro è coperto dai suoi decibel. Sprofondato. Disperso. Vacuità ben carenata. Se ne va senza neppure una clacsonata, come un frate in bicicletta.

Non sento più il caldo. La giornata diventa perfetta. Come diceva Lou Reed.