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Mazzola

Mazzola è un predestinato. Nel nome in primo luogo, che fonde e avviluppa due diversi significati che lo rappresentano coralmente: in una pirotecnica crasi semantica. Mazzola, il pesce, perchè pescatore; Mazzola, il giocatore di calcio, perchè interista. Questo è il sublime assemblaggio onomastico che solo un dialetto e il suo sostrato vivente di persone parlanti, che vi innestano ironia ed emozioni, può partorire. Un capolavoro lessicale. Una sintesi magistrale che campisce in tre sillabe un uomo, la sua vita, le sue passioni. Il pescatore, l’uomo appassionato di calcio, la persona un po’ tarda, quest’ultima sfumatura ricavabile dal detto: “tè na testa com na mazola”, hai una testa come una mazzola, ossia di persona dall’enorme capoccia pari a quella del pesce omonimo (che è in effetti alquanto sproporzionata rispetto al resto) e tuttavia assai scarsa di capacità cerebrale.
Mazzola è trasversalmente un bell’uomo. Sulla sessantina, con un viso obliquo e ineffabile, occhi sottili, un sorriso sgangherato e sinuoso che racconta favole e fa innamorare le donne. Mazzola è come un Bogart inabissato, gira sempre con un trench sgualcito che sa di pesce e di nafta, e scruta tutti in tralice, da sotto il bavero svolazzante. Quando lavora salpa di notte con “pneuma”, il suo peschereccio, e resta via anche un paio di giorni, da solo, a combattere le latitudini marine e le insidie dell’infinito.
Mazzola ormai non è più quello di un tempo. E’ caduto ostaggio, dicono, di una matrona bielorussa, una cacciatrice di uomini come ce ne sono tante. La diavolessa lo tiene al guinzaglio e gli ha imposto un guardaroba da codice penale e un sorriso omologato.
Di lui giunge solo qualche notizia frammentaria, si parla di un televisore al plasma da 50 pollici, di vestiti lindi e profumati, di una bifamigliare in periferia. “Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore, mentre fa correr via la macchina a vapore”.

[brano tratto dalla canzone di Francesco Guccini: “La locomotiva”]