Un posto dove essere

nick-drakeHo visto una donna stirare, fuori, sotto il porticato, mentre flange di nubi rosse correvano tutto intorno alla sua casa. E bambini giocare tranquilli in giardino mentre la chitarra sussurrava in filigrana. E ho visto il suo uomo dare un significato al vento gettandovi cenere e pensieri. Poi con colossale calma sillabare a uno dei piccoli il delicato tropismo tra Dio e uomo. E ancora palme, e mare bluoscuro, e una vecchia ford nera degli anni 40 sferragliare su una strada di terra rossa. E una donna sorridermi e brindare con gesto impercettibile, nella mano un Margarita comparso dal nulla. Un’altra donna con un fermaglio tra i capelli indicare al suo uomo l’atroce apparizione di una rosa e poi ridere forte, piena di creato e luminescenza. E una madre correre trascinando la scia di una bici con sua figlia in sella. Ho visto anche una donna ebbra di polline e verderame. Ho visto atleti in posa per una foto. E ho visto il tuo viso Nick, farsi grande. E la tua musica riempire le mie ore vuote e inutili. Dolce e inattesa, come la prima pioggia sulla pelle calda di sole.

Quando ero più giovane, più giovane rispetto a prima
Non ho mai visto la verità appesa alla porta
E ora sono più vecchio e la vedo faccia a faccia
Ed ora che sono più vecchio devo alzarmi e ripulire.

Ed ero verde, più verde della collina
Dove i fiori crescevano e il sole splendeva ancora
Adesso sono più scuro del mare più profondo
Fammi solo restare, dammi un posto dove stare.

Ed ero forte, forte nel sole
Ho pensato di poter vedere quando il giorno era andato
Ora sono più debole rispetto al pallido azzurro
Oh, così debole in questo bisogno di te.

[A Nick Drake, mai piegato a nessuna morte, nel giorno del suo compleanno, guardando il video di Place To Be trovato su YouTube]

Panzòn

botero_uomo-canePanzòn per molto tempo si è coricato presto. A volte così presto che non appena spenta l’abat-jour in finta plastica sul comodino in finta pelle non aveva neppure il tempo di dire a se stesso “mi addormento” che si era effettivamente già addormentato. E mezz’ora più tardi il pensiero che era tempo di addormentarsi lo destava spesso di soprassalto. Allora si affannava a cercare di riporre il magazine leghista che credeva di avere ancora tra le mani ma che aveva riposto mezz’ora prima, e magari brancolando cercava di spegnere l’abat-jour in finta plastica che però aveva spento mezz’ora prima. Poi si rendeva conto che dormendo aveva intimamente maturato ciò che aveva letto, e che anzi nel sonno aveva portato a compimento il processo speculativo introiettandolo nel più profondo del suo ego. E le parole di grandi pensatori quali Borghezio, Calderoli, Bossi junior e senior, divenivano le sue, ed era lui stesso che si ergeva su Pontida radunando il popolo verde con parole carismatiche e colme di pathos.

Il pensiero sopravviveva ancora qualche attimo e non offendeva il suo raziocinio ma pesava sulle palpebre come bossole di terracotta, mantenendolo in uno stato sospeso di dormiveglia. Poi gradatamente questo pensiero principiava a divenire inintelligibile, fumoso, inestricabile: come i ricordi di una sera in cui aveva esagerato con il Cellatica a aveva lascivamente indugiato nel turpiloquio. Allora il contenuto del magazine leghista si staccava da lui, ora erano due cose distinte, e lui era libero di pensarci o non pensarci. D’improvviso recuperava la vista e si stupiva di trovare una calda oscurità che gratificava i suoi occhi stanchi e li cullava in un’aura benigna. L’abat-jour in finta plastica era effettivamente spenta, ora se ne rendeva conto e ne gioiva intimamente.

Ma pian piano quell’oscurità volgeva al maligno, diveniva incomprensibile, inconoscibile, insondabile: in breve lo specchio cupo del suo animo. Ora non c’erano slogan leghisti che potessero gonfiare il suo amor proprio, non c’erano camicie verdi che potessero illuminare il suo sguardo, non c’erano fanfaronate sugli extracomunitari che potessero in qualche modo scaldargli il cuore e farlo sentire gloriosa parte della laboriosa nazione padana. Non c’era niente di tutto questo ma solo il remoto fischio del buio che calava su di lui e tranciava ogni certezza. Una lunga agonia di tenebra che si insinuava silenziosa e lo lasciava senza cartografia, senza orizzonte di ritorno.

Panzòn credette di non essere, ma era. Le sue pantofole perfettamente allineate ne rappresentavano in qualche modo la prova e, sebbene invisibili, era certo che si trovassero ancora ai piedi del letto, in squadra perfetta tra la linea del letto e la fuga di una mattonella. Panzòn capì, ma non riuscì a piangere. Neppure a sospirare. Se ne stette immobile e attese ciò che non sarebbe mai arrivato.

(con amore e infinita devozione a Marcel Proust – con simpatia e disincanto a Panzòn che tuttora è libero di girare per le vie della mia città)

La piega dell’astrazione

henri_cartier_bresson014I poeti sono esseri straordinari dotati di superpoteri sensoriali. Uno di questi è sicuramente il potere evocativo della vista. Nei poeti la visione del reale è come se fosse filtrata da un dedalo di specchi, da un intrico barocco di lenti concave e convesse, una sorta di ottica disoccultante che definisco impropriamente astrazione. L’astrazione parte da un’esperienza vissuta e si dipana attraverso il ricordo, la rielaborazione e la versificazione. Tramite l’astrazione è possibile ricostruire il vissuto e sublimarlo in poesia. Un processo naturale che lacera il pragma e lo denuda miseramente, una piaga aperta in cui bellezza e lirismo vivono in eterno. Mi viene in mente l’Esterina di Eugenio Montale:

Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.

Una donna che prende il sole su uno scoglio è un abulico fatto di cronaca. Una visione come tante, un fotogramma estrapolato da una qualsiasi delle nostre vite. Ma ecco che questa donna viene “vista” dal poeta. E guardate, assaporate cosa diventa questa donna, quale indicibile stato di grazia l’avvolge e la precipita. Un’estasi lirica da levare il fiato. L’astrazione consente al poeta di elevare questa donna a pura bellezza, ad antimateria, a essenza aerea, indefinibile, inconoscibile. Un’esperienza estetica che sfiora il misticismo. Ma l’astrazione lavora anche in altre direzioni che esulano dal freddo vincolo con il reale e anzi lo trasfigurano in moto perenne e discontinuo: una “disarmonia prestabilita” come amava definirla Roscioni a proposito di Gadda. Leggiamo Rimbaud per capire meglio questo aspetto (la traduzione è mia).

L’étoile a pleuré rose au cœur de tes oreilles,
L’infini roulé blanc de ta nuque à tes reins
La mer a perlé rousse à tes mammes vermeilles
Et l’Homme saigné noir à ton flanc souverain.

[La stella è pianto rosa al cuore delle tue orecchie,/ l’infinito è rotolato bianco dalla tua nuca ai tuoi reni/ il mare ha imperlato di rosso le tue mammelle vermiglie/e l’Uomo ha sanguinato nero al tuo fianco sovrano.]

Qui il poeta non parte da una visione fisica della realtà, ma fa uso di un grimaldello metafisico per versificare. Parte da una donna e ne rivisita le emozioni, i pensieri, i tratti somatici, gli odori, i colori. Ne fa combaciare il profilo con migliaia di astrazioni intrinseche che con propensione molecolare si avvicinano al ricordo primario e lo contrastano, lo rigenerano, lo cambiano. Il poeta incrocia i destini di mille astrazioni come un Demiurgo farebbe con gli atomi di un universo germinale. E infine attraverso uno scroscio cromatico (rosa, bianco, rosso, nero) la fissa su carta traendola dai flutti dell’astrazione e addestrandola al ruggito normativo della metrica, delle rime, delle figure retoriche. Il risultato è qualcosa che va aldilà di ogni fatto, un ineffabile scansione di parole e idee che ci sfiora la pelle come un bacio percepito in dormiveglia. Un brivido immenso che il poeta ha tolto faticosamente dal sè, in una lenta agonia di immagini e ricordi. Ecco, questo è in definitiva l’astrazione poetica. Uno strumento che ci permette di prendere parte alla visione del poeta, che ci dona il lieve sussurro di un bacio, il palpitante attimo in cui ci sentiamo persi nel vuoto estatico della poesia. Ed è lì che vorremmo rimanere, per sempre.

(a Luciano Anceschi)

Arnold e Gary se ne vanno, oppure no

garyarnold1Arnold è morto. Gary Coleman l’ha seguito un attimo dopo. Oppure il contrario. In ogni caso la cronaca registra due morti rattrappiti in un’unica minuscola monade, neanche fosse una di quelle offerte 2×1 che balena tra gli scaffali di un ipermercato. Due persone distinte che muoiono nel medesimo istante, roba da chiodi. Arnold, ganasce tranquille e sguardo benevolmente torvo… Arnold mentore di Abramo…. Arnold dai pantaloncini in bilico sulle leggi gravitazionali… Arnold con la guanciotta consumata dal pucci pucci…. Arnold dalla voce profonda… Arnold era anche il locale di Fonzie e Richie… Arnold leggera bruma sulla coscienza di una generazione invecchiata troppo presto, dannazione….
Di sicuro cosa c’è? C’è quel piccolo feretro seppellito nel giardino ben curato del signor Drummond con cui se ne va un pezzo d’infanzia di molti di noi, quel che resta degli eighties, già piallati da tecnologia esponenziale e rimpianti mal calibrati. Chi nutrirà Abramo? Chi puccipuccerà con Kimberly? Chi cazzierà Willis e il suo dogmatismo da bullo di Harlem? Noi stagionato pubblico televisivo ne usciamo ancora una volta con le ossa rotte da questa storia, questo è certo. Arnold era primo di tutto un segno, un’icona, una volontà di rimanere inchiodati alla paleo-gioventù. Noi invecchiati in un’età che non ci appartiene, lui rimasto schiavo del suo sogno di rinascita renale. Arnold e la sua nemesi appunto, Gary Coleman, un tipo che picchia la moglie e investe la gente nei parcheggi dei drugstore….
Arnold e Gary… Due tizi che hanno sgomitato per guadagnare un po’ di respiro cerebrale nel corpo che stavano dividendo… Alla fine l’ha spuntata Sora Morte Corporale, una pupa anoressica che ha sepolto entrambi i contendenti in una fredda carezza, li ha tolti dall’agone donando loro una certa dose di pace.
A dispetto di ogni oblio vorrei ricordarli come due persone diverse eppure uguali, il tao televisivo delle nostre memorie impantanate in un secolo che non vogliamo, in sentimenti che non capiamo, in un’adolescenza che non sappiamo ritrovare. Il bene e il male a portata di mano, fusi e compiuti in un’opera archiviata, finita, sepolta. Eppure un’opera viva, pulsante, sotterranea.
Arnold e Gary se ne vanno, oppure no… siamo noi che li lasciamo liberi.
Riposate in pace dudes. Finalmente uniti. Finalmente divisi.

Se non fosse per il cielo buio

DarkSky2Ci sediamo fuori, come se fosse facile affrontare a viso aperto una notte come questa. Il suo sorriso sfibrato e tagliente è sempre lo stesso. Mi rilasso sulla sedia mentre seguo la corrente umana che fluisce aldilà della terrazza, migliaia di gambe che portano corpi nello spazio, vittime dell’entropia e dello shopping. Lui è con me. Lo sento respirare in un tempo di quattro quarti, un metronomo asciutto e affidabile. Lo intravedo sul morire del campo visivo, sfocato al mio fianco, presumo anche lui rapito da quel flusso di carne e bigiotteria. In sottofondo una chitarra jazz, mi pare sia il disco di Jim Hall. L’arpeggio acustico accompagna degnamente tutti quei visi stralunati, in balia della passeggiata serale.

Non parliamo. Non ancora. Sento il rumore della sua pelle mentre fruscia sui braccioli della sedia. Per un attimo giuro a me stesso che potrei rimodularne la tonalità, ma è solo finzione, è solo narcisismo e nient’altro.

Spendiamo ancora qualche minuto a guardare la gente a passeggio e a bere birra in silenzio. La sua voce infine arriva, e quasi non ascolto le parole, mi concentro sul tono. La sua voce mi dice cose che le parole non possono spiegare. La sua intonazione, la sua gamma, il suo timbro, la sua inflessione. Musica delle parole, movimento delle labbra, suono articolato. Infine mi concentro sul significato perdendomi i titoli di testa.

Mi sta dicendo che deve morire. Ha fatto non so quali esami. Ha consultato non so quale primario. Ha un qualcosa alla testa. Mentre lo dice distorce la parola “qualcosa” scivolando sulla sibilante e ridendo sommessamente di quel suono lunare che riesce a tirarne fuori. Dice che hanno anche provato a operarlo ma l’han subito richiuso. Mi mostra una cicatrice tra i capelli con un movimento obliquo del capo.

Perdo le mie parole, ora. Balbetto qualcosa. Qualcosa di ridicolo, di programmatico, di già scritto. Lui ride, con un che di paterno. Una tenerezza che mi ferisce ancora di più. La sedia si muove sotto il mio peso, sento lo stridio delle gambe sulle mattonelle. Oltre i vetri della terrazza la gente continua a camminare. Tutto è movimento, instancabile, inarrestabile, esausto movimento di persone che vanno verso un punto indefinito della mappa cittadina. Sento il suo respiro calmo, la sua ironia di sempre, ben celata e pronta a scattare. La sua intelligenza implacabile che cova come un fuoco sotto la cenere. Ho freddo. Non lo guardo più.

Alzo gli occhi alla notte. Se non fosse per il cielo buio vedrei carovane di nuvole lassù, mentre scorrono silenziose, in balia dei venti notturni. Invisibili nascondono le stelle, e la luna a volte.

(a Ivano)

Manuale di sopravvivenza ad un comizio politico – un approccio estetico

07In questi ultimi tempi, vuoi per sorte, vuoi per dovere famigliare, vuoi per mero masochismo, ho assistito a diversi incontri politici di ogni genere, foggia e dimensione. Non c’è stato un momento in cui non avrei donato un testicolo alla scienza pur di non essere lì ad ascoltare il tizio di turno che snocciolava la sua litania di buone intenzioni e di come avrebbe salvato il mondo dal Golosastro e da Gargamella. A volte mi sono chiesto: ma esiste la bellezza in politica? Siamo d’accordo, di fronte al Golosastro ci vuole fermezza, fiero cipiglio e fredda retorica. La politica in fin dei conti deve: risolvere, amministrare, gestire, collegare, confrontarsi, rappresentare, intervenire, impegnarsi, organizzare, (intascare)… tante cose insieme, tutte all’infinito, tutte maledettamente in potenza, tutte quante virtuali, almeno in campagna elettorale… Ok, ma la bellezza? Quella di un sonetto di Petrarca, quella di un pezzo dei Beatles, quella di un film di Kubrik, quella di un assolo di Coltrane, quella di un ritratto di Tiepolo? Quella bellezza lì insomma. Quella che ci annoda un respiro in gola, quella che scava lo sguardo, quella che ferma la scansione cronologica della vita. La possiamo pescare anche in Politica? La risposta è: in latenza… Ci vorrebbe un grimaldello che desse una mano ad estrarla a viva forza, a portarla alla luce, per riuscire ad urlare finalmente: SI’, la bellezza esiste anche in politica, ESISTE!

Allora mi son tirato su le maniche e mi son detto: qui ci vuole un bel solco nel terreno, un progetto a presa rapida per tirar fuori un’Estetica dalla politica, una sorta di prontuario per spremere ogni stilla di sublime dal gargarozzo sbarbato di un candidato politico che bofonchia i suoi dettami davanti ad un microfono fischiante mentre intorno infuriano colpi di tosse, sbadigli e storie d’amore perpetuate attraverso menti totalmente scollegate dal contesto. Un metodo filosofico rigoroso per non trovarsi poi ad annaspare durante uno di questi convegni di zombie: ognuno con la sua cartucciera di risposte pronte, con la sua artiglieria di frasi fatte, con la sua santa barbara di statistiche. Ne è venuto fuori una specie di sgangherato decalogo in 5 punti. Ogni punto del prontuario fa tabula rasa di qualcosa (pars destruens) per proporre qualcosa di vagamente costruttivo in calce (pars costruens). Usatelo pure gratuitamente, ad libitum. Vedrete che vi sarà utile, o cultori del bello, per non avvizzire durante uno di questi cruciali appuntamenti politici che sicuramente vi attende – con sinistra scadenza – in agenda:

1. Il concetto di Partito non esiste. Non esiste parte politica, fazione, ideali, corrente, polo o alleanza. La politica è una massa informe di persone che modulano opportunamente le proprie parole in funzione della platea che li ascolta. Ogni discorso è costruito per uccidere ogni forma di bello. Se vediamo un politico in TV pigiamo il tasto MUTE sul telecomando e proseguiamo ad ascoltare il raglio della lavastoviglie mentre compie il secondo risciacquo. Nel caso di un comizio esistono comodi tappi per le orecchie praticamente invisibili, sarà sufficiente annuire di tanto in tanto, ammiccare, applaudire seguendo la folla entusiasta, mimetizzarsi tra i sorrisi di approvazione.

2. Il concetto di varietà lessicale non esiste. Vedrete che se iniziate a inventariare discorsi politici raggiungerete una summa di non più di 300 lemmi che girano, si riannodano, rientrano uno sull’altro, come cavalloni che si infrangono sulla scogliera della grammatica. Se proprio vi trovate a dover fare un riassunto di un qualsiasi incontro elettorale inforcate la vostra consecutio temporum e miscelatela con una successione random dei seguenti termini: gestire, istituzione, legalità, confronto, disponibilità, amministrare, imprese, relazioni, ecologia, territorialità (mamma mia), potenzialità, avere, essere, fare e disfare. Agitate bene in uno shaker e servite freddo al vostro capo.

3. Il concetto di innamoramento non esiste. Almeno a livello istituzionale, sia chiaro. Per innamorarsi un politico deve svuotare le proprie bisacce da anni di “collegamenti istituzionali”, “sinergie locali” e “espressioni di territorialità”. Immaginate voi l’attonito sguardo di una donna innamorata dinanzi a cotanta bruttezza lessicale. No qui non c’è nulla da fare, cerchiamo l’amore in uno sguardo di sbieco, in una pausa sospirata, in un vellutato calar di mano dell’oratore di turno, ma non aspettiamoci il Dolce Stil Novo, sia ben chiaro.

4. Il concetto di solidarietà non esiste. Tutto quanto viene detto da un politico sul tessuto sociale, sui bisogni della gente, sule cose da fare per aiutare le persone, tutto questo rimane in un Iperuranio completamente avulso da ogni lacerto di realtà. Quasi fosse in perenne sospensione, immerso in un Limbo di cose perse dal Mondo, invenzioni fatue destinate a risuonare in eterno in una cassa armonica perduta nel tempo. Rimane la bruttezza di un discorso privo di ogni riferimento semantico, svuotato di ogni referenzialità.

5. Il concetto di fascino non esiste. Ogni politico perde repentinamente il suo fascino nella misura in cui apre la bocca per fare politica. E’ un assioma incontrovertibile. Siate fascinosi, radiosi e intelligenti dinanzi ad un politico, servirà a bilanciare il suo karma negativo e a donare al mondo una speranza di bellezza.

Hoover e l’Atomica

j_edgar_hooverDon Delillo ha una sorta di forza virale, una prosa dirompente e metallica che inalbera un meccanismo perfetto, una storia incastonata nella Storia dove ogni movimento è un colpo di cesello, un’azione in slow motion vivisezionata istante per istante. Underworld è un romanzo pantagruelico, per certi versi irritante. Ma la luminosità di alcuni passaggi vale da sola il prezzo del biglietto. Ad esempio questo brano su Edgar Hoover e l’Atomica (nel ’51 mentre assisteva ad una partita di baseball con Sinatra gli viene rivelato che i russi hanno appena fatto esplodere la prima atomica entro i loro confini per testarla):
“Per ogni esplosione atmosferica, per ogni immagine fugace che riusciamo a cogliere della forza bruta della natura, quell’inquietante occhio senza palpebre che esplode sul deserto – per ciascuna di queste cose, Edgar immagina che almeno cento segreti vadano sotto terra, a moltiplicarsi e a tramare. E qual è il rapporto tra Noi e Loro, quanti collegamenti troviamo nel labirinto neurale? Non basta odiare il proprio nemico. Bisogna capire che ciascuno dei due contribuisce alla completezza dell’altro.”
Raffinatezza e genialità senza pari, in poche pennellate abbiamo la poliedricità di Hoover: la sua scaltrezza, la sua innata paura per l’Avversario, la sua curiosità, la sua definitiva propensione a fare sua la diversità per poterla abbattere senza rimpianti. Poi il concetto di yin e yang sulla complementarità degli opposti, quasi un ossimoro nel ragionamento dell’uomo che più di ogni altro contribuì all’edificazione del concetto di “guerra fredda” insinuandosi nell’immaginario di ogni americano e inculcandovi il terrore dei Rossi, la caccia alle streghe del Comunismo che porterà alla più grande operazione di Intelligence del dopoguerra.
Un romanzo che vale la pena leggere: Don Delillo – Underworld (Einaudi).

Apologia dell’assenza

L’assenza è una porzione ben definita della nostra vita. Uno spazio misurato e misurabile con cui fare i conti, prima o poi. Caproni in Res Amissa fronteggiò il dilemma tentando la strada della multisensorialità:

Non ne scorgo più segno.
Più traccia.

Chiedo
alla morgana…

Rivedo
esile l’esile faccia
flautoscomparsa…

L’assenza diviene veicolo di musica e colore attraverso questi versi. Trovo che sia folgorante come Caproni riesca a descrivere la cifra dell’assenza attraverso un termine sinestetico come flautoscomparsa, un composto che unisce la musica di un flauto alla scomparsa fisica di una persona, e in filigrana si intravede anche il diafano pallore di quel viso evaporato. Un neologismo di un’intensità lirica abbacinante, che rimane scolpito nella memoria e circoscrive l’assenza come qualcosa di impalpabile e allo stesso tempo ben delineato. L’insondabilità di ciò che si è posseduto decade in smarrimento, in prognosi impossibile. Rimane la sensazione di aver stretto a sè qualcosa di inestimabile: di tanto prezioso che lo stesso timore di perderlo l’ha dissolto definitivamente.

Il Tempo divora la Vita

Il tempo divora la vita e unge le palpebre di polvere e amori trasfigurati.

Forse sotto la  pelle c’è già in potenza il mio io-cadente. E comunque cadrò, coperto di polvere, deserto nei pensieri, con un lungo scossone buio.

Il Tempo divora la Vita.

Esercizi di Stile (omaggio a Queneau) – 1

queneauUn uomo apparentemente magro e visibilmente annoiato entra in un bar e si siede al bancone ordinando un caffè. Il barista, un uomo trasandato e mal rasato, lo serve di malavoglia mentre segue con lo sguardo l’ennesima foglia che volteggia in un cielo senza luce finendo contro la vetrina del locale.

Si potrebbe forse arguire dalla taglia dei suoi vestiti che quell’uomo fosse denutrito. E forse seguendo l’increspatura dei suoi lineamenti anche in un certo qual modo stanco della solita routine. Pare anche, dai rilievi postumi, che abbia varcato la soglia di un bar. E’ quasi certo, ma non assodato, che abbia scelto uno sgabello al bancone per accomodarsi. Chissà, potrebbe aver preso un caffè. Sembra che il barista avesse trascurato il suo look quella mattina, ma dovrebbe essere stato appurato che ha comunque servito il cliente. Rimane da stabilire il ruolo giocato da una foglia in quegli attimi cruciali… Il vetro del bar e la luce rimangono gli interrogativi che vengono subito dopo.

Ma guardate che razza di grissino ambulante che sta entrando in quel bar, e che razza di espressione da snob, quasi quasi volesse schifare il mondo intero, puah. E che ti fa il tizio in questione? Si siede al bancone del bar come se fosse il padrone e ha la faccia tosta di ordinare un caffè, tsè. Quella sottospecie di barbone lurido, stracciato e ispido che risponde al nome del barman naturalmente glielo fa. Ma l’ebete è assente e si perde dietro al gironzolare di non so quale foglia che alla fine va ad ingombrare la vetrina come tutte le altre, come se ci fosse bisogno di prendere nota anche del cielo scuro e dello schifo di tempo che ci attende….

Omino annoiato —> bar: bancone: caffè. Barista (barba + vestiti = argh)  —> caffè: foglia: cielo: vetrina.

L’uomo era decisamente sottopeso e faticava a contenere la nausea per il mondo che lo circondava. Gettando uno sguardo in tralice alle sue spalle varcò con circospezione la soglia di quel piccolo bar di periferia, dove i tram di solito non fermavano mai, e neppure i buoni cappuccini. Così l’uomo optò per un caffè nero e bollente come la sua anima  in quel momento. Il barista raccolse l’ordinazione dall’alto di una divisa devastata dalle macchie di grasso e nicotina. Neppure la sua rasatura avrebbe mai fatto pensare ad un principe azzurro, ma piuttosto ad un bifolco intontito dall’alcol e dal duro lavoro della campagna. E mentre quell’elegantone gli sciorinò il sospirato caffè  si mise a cazzeggiare con lo sguardo dietro ad una foglia in balia del vento. Un cielo oscuro come i presagi di morte lo salutava aldilà della vetrina mentre la sua foglia era finita come doveva finire: ammucchiata con le sorelle e pronta a marcire contro il vetro del bar.