Jiaxing

Orrobimbo
sei docile argilla
in mani feroci
e pieghi
e rotei
e tendi
le tue esili membra
come lingua di cane.
Da una ciotola
di riso basmati
dirompente
spastico
silfide bimbo che guardi
lo scheletro
dei tuoi pochi anni
dilapidare
le sue fortune
nel vento di Jiaxing.

Hanno preso il tuo corpo
e piegato come bambù
e stretto
contorto
frenato
rifilato.
E poi denti
d’un salto smaltato
han sfiorato
il tuo sorriso
istituzionale
per i patriarchi
seduti
in consesso
sulgli spalti di Jiaxing.

Tu che correvi
come giovane lepre
nella boscaglia
e sulle risaie
ricolme di sospiri
e caldo foderato
di giovani amanti
acquattati nell’onde.
Tu che filavi
come ripida acqua
leggero
come il sogno a vapore
di una cucina
interrata di soia.
Tu che fischiavi
a molecole di
giovani insetti
e succhiavi l’aria
e poi il sole di Jiaxing.

Hanno avvolto
di sangue e catrame
il tuo esile filo
di pelle e pensieri,
han costretto
ad una pertica
il tuo tremovolteggio
bagnato di talco.
Un’immensa palestra
di pietra e linoleum
ha affilato
i tuoi nervi aguzzi.
E tu …
tu hai ancora
la forza
d’alzare i tuoi arti di gomma
e librarti
e danzare
come snodo di via
come pura follia
nel cielo di Jiaxing.

Opposizione

Io andrò
pieno di niente
e di luce
incontro
al tempo che cade.

Sarò elegante
e un poco forbito
vestendo
la decadenza
del mio corpo.

Sorriderò
vedendo la pelle
seccarsi
e le parole
volare via leggere.

Sarò vecchio
e masticherò
il mio dolore
concentrandomi
su disegni bambini.

E penserò ridente
alle tue fresche
labbra
rinchiuse e spente
in un ultimo sussulto
d’infanzia.

Caldo

Ci vuole qualcosa di eclatante contro questo caldo, una peroncina ghiacciata è un buon inizio, giusto per esorcizzare la natura del mio nemico: se non puoi batterlo fottigli la realtà tutto intorno. Il caldo si diceva… Dev’essere qualcosa di panteistico il caldo perchè non guarda in faccia a nessuno e vive di una vita sua: è dappertutto il bastardo, meglio (o peggio se vogliamo) del segnale umts del telefonino. Una creatura tentacolare che si stiracchia in ogni dove. E fa maledettamente bene il suo mestiere. Il caldo poi produce tutta una serie di effetti collaterali sul paesaggio. Ad esempio i pedoni al passeggio. Guardi la gente: sembrano alieni tristi e soli. Di solito sono dei divi del cinema. Ma col caldo… Le facce sono tirate in una smorfia di sopportazione. Migliaia di martiri impalati e crocifissi a spasso per Via Carducci. Anzi non puoi mettere il naso fuori in terrazza che ti senti i polmoni risucchiati in una bolla d’aria, un colpo nello scroto che ti dice: torna dentro e soffri senza conoscere l’aria pura. Un altro effetto collaterale è la confusione mentale: ti si impastano le idee e tutto fluisce come una pappa primordiale, senza scintille. Un passato di verdura senza capo nè coda dove ti ritrovi a sputare banalità e luoghi comuni, tanto per non startene zitto. Il caldo non ti vuole mentalmente attivo: ti vuole succube e demente, torni teenager col caldo. Poi c’è anche la storia del sudore: sì insomma l’alone intorno all’ascella non è un gradevole biglietto da visita, e sentire i propri piedi che ballano in una jacuzzi di sudore all’interno del mocassino, beh, è come guardare la De Filippi in tv, una lunga agonia bianca e strisciante. Il caldo cambia anche la natura delle cose: trasforma la realtà abusata e la rende irreale, ah no questa l’hanno già scritta… Diciamo che il caldo mi ricorda il personaggio di Old Boy mixato con Leonard Zelig. Un essere che cambia spesso connotati, lineamenti, modo di essere, di pensare, non ci capisci più un cazzo alla fine. Il caldo trasforma la realtà e ti fa vivere in una specie di paesaggio lunare dove ti vengono meno i punti di riferimento, un incubo alla Ubik senza però la speranza di usare il magico spray che ti salverebbe le chiappe.
Il caldo è anche un amico, è solo come me, in certe ore del pomeriggio, lo sento scivolarmi intorno, cercare un alito di amicizia tra il ristagno dell’umidità. Allora capisco che è un reietto in fondo e che gli potrei perfino voler bene. Anche se mi incasina la tastiera di sudore.
Il caldo…

Il Tamarro e il Pedone

Canicola sudore sangue acqua calore sabbia. Ore 17.30. Di rientro dal mare. Poco iodio e troppo contatto umano. Una doccia in prospettiva, giù giù nelle papille gustative, come una granita di Tamarindo Ciuffoli a lungo attesa. Ancora un ostacolo. L’ultimo. Viale Carducci da attraversare.

Lo sento da 200 metri di distanza. Lui è un essere quasi sicuramente umano. E’ alla guida di un auto giappo-sportiva con spoilerino anodizzato e vernice glitter-purpurea. Il tamarro entra così nella mia vita, come un ratto in una torta salata. Sto per attraversare la strada sulle strisce pedonali. Altri lo stanno già facendo di fronte a me. Il tamarro inchioda all’ultimo istante. Stridore e bestemmie. Moccoli e freni che fischiano. Il turbomezzo è fermo. La fiumana di gente riprende timidamente ad attraversare. Siamo incolumi e forse felici di essere vivi. Il gomito peloso fuori dal finestrino fa da sentinella tenebrosa al nostro passaggio. Mentre transitiamo una musica sparata a livelli subumani ci rende coscienti di come possa essere l’Inferno, o magari Palazzo Chigi di questi tempi. L’essere ci rende partecipi del suo godimento estetico attraverso una carrettata di decibel che diramano Lady Gaga nel mondo conosciuto, o qualsiasi cosa sia. Lo intravedo al posto di guida, camicia hawaiana aperta, petto catramato, catenone d’oro da due chili con ciondolo mercedes, basettone un po’ incolto, occhiale a specchio stile Chips, la testa che ciondola a ritmo di musica, la bocca che rumina chewing gum (probabilmente al rabarbaro): insomma l’archetipo di tamarro, un esemplare perfetto, persino prezioso dal punto di vista antropologico.

Siamo vicinissimi al turbomezzo. La musica è lobotomica. Copre la realtà stessa. D’improvviso un attempato signore di fronte a me guarda dritto il parabrezza del Mostro di Metallo, quindi fa una cosa folle, totalmente estemporanea, una stella cadente in formato solubile lì davanti a noi. Quel signore imbraccia una chitarra invisibile e inscena, lì sulle strisce pedonali, in mezzo a Viale Carducci, una performance da rocker fantasma, sulle note detonanti di Lady Gaga. Il tamarro è preso alla sprovvista. Tentenna, vacilla, perde la sua tamarrezza… Perde i riferimenti. Scolorisce. Si dissolve. Adesso è solo un qualcosa di indefinito, prigioniero di un’acustica dilaniante. Il signore continua a rockeggiare. Il tamarro è sempre meno tamarro e sempre più autista di auto eccentrica. Il signore termina il suo invisibile assolo con un ghigno soddisfatto. Il tamarro è coperto dai suoi decibel. Sprofondato. Disperso. Vacuità ben carenata. Se ne va senza neppure una clacsonata, come un frate in bicicletta.

Non sento più il caldo. La giornata diventa perfetta. Come diceva Lou Reed.

Flauto Traverso e Pokemon da catturare

Lo sento arrivare dal ciangottio delle sue nike nere. E’ potente e fiero, come un pokemon leggendario. E’ una nuvola di muscoli rintanati sotto una maglietta nera, aderente come una seconda pelle che rilascia vibrazioni nella luce rarefatta della sera. I jeans dondolano il suo corpo e lo portano in trionfo come un imperatore in un Baccanale. Avanza nel locale che è suo da sempre. Tutto adesso appare impregnato della sua aura che si allarga a dismisura. Lui sa dove andare, lui sa cosa fare, la solitudine è un accidente platonico che non intralcia il suo percorso marziale. Lo fortifica. Una camminata che spezza la serata e spegne il flauto traverso in trasparenza. Tre uomini gli fanno posto al bancone del bar, ombrosa deferenza nel loro farsi da parte, un lento addio a tutta una serie di salatini che passano sotto il suo dominio. Prende possesso del suo posto con la sicumera di un dittatore africano. Afferra lo sgabello e lo fa ruotare vorticosamente come un contrabbasso impazzito, questo per gestire al meglio un patrimonio di chili che si distribuiscono con un’armonia prestabilita, un’ antica esperienza che dispone il culo in avanscoperta: le due chiappe sporgono dalla seduta richiamando le femmine nel locale con un canto ormonale che fa balenare deretani di statue greche e carezze lascive. Da un’increspatura delle labbra, mi rendo conto che la prima fase è finalmente terminata. Come ogni sabato sera le formalità di arrivo sono state espletate con successo. Inizia il suo mestiere di uomo muscoloso che beve da solo. Si guarda intorno studiando le espressioni irrisolte delle donne intorno al bar, le annota mentalmente, studia i punti deboli dove far breccia, guarda il barman e ordina una birra con impercettibile ammiccare, di nuovo guarda in giro facendo selezione di donne e strage mentale di vagine. Respira piano e il suo torace palpita come un’onda sonora accordata con la musica di sottofondo. Poi parla e spruzza doppi sensi, pesanti allusioni già state illusioni. I suoi interlocutori sono fatti di niente, i dialoghi non esistono, esiste solo una forma unilaterale di devozione che si procaccia e anzi pretende con bestialità linguistica. Una grammatica del bicipite che dispone alla genuflessione, all’adorazione tremante. La dialettica del bilanciere rimbalza nel chiacchiericcio come un gas inerte. Lui parla e gli altri devono ascoltare. Lui accenna e le donne devono crollare. Un Fonzie gonfiato, becero e un po’ pecoreccio.

Io sono qui, ma vorrei sparire. Sono come scarnificata di fronte a lui. Un sapore di ruggine mi invade la bocca, come in uno scompartimento di un vecchio treno quando segui il paesaggio che scorre fuori, e d’improvviso ti senti disgustata, ferita a morte senza nessun motivo apparente. Con quel saporaccio che dilaga nel palato, nel naso, nel tempo della memoria. Devo fare qualcosa. Faccio un passo indietro e cerco il nulla nel cesto della lavastoviglie mentre sento addosso il suo sguardo e i suoi stereotipi alla creatina. Sento di essere parte della sua serata, le sue mani unte intorno ai miei fianchi, i suoi doppi sensi grossolani, la sua caccia privata… Mi sta tirando dentro nella rete del suo linguaggio, sento che parla di me, guardo i fornelli spenti, ci passo sopra lo spugna, di nuovo percepisco che sta parlando di me in terza persona.

Lo guardo e sorrido. Penso che la vita si risolva in un equilibrio violato, in una violenza sottile che parte dalle parole e diventa gigantesca, invalicabile. Penso che il Significato Ultimo che tutti ci affanniamo a cercare alligni anche in una battuta volgare, in un gesto gutturale, in un uomo impresentabile come il Pokemon Marione. Penso e… In un attimo sono di nuovo serena mentre infuria la pornografia dei suoi modi di dire. Riesco persino a sentire il flauto traverso in sottofondo… E’ come tornare a respirare.

Un posto dove essere

nick-drakeHo visto una donna stirare, fuori, sotto il porticato, mentre flange di nubi rosse correvano tutto intorno alla sua casa. E bambini giocare tranquilli in giardino mentre la chitarra sussurrava in filigrana. E ho visto il suo uomo dare un significato al vento gettandovi cenere e pensieri. Poi con colossale calma sillabare a uno dei piccoli il delicato tropismo tra Dio e uomo. E ancora palme, e mare bluoscuro, e una vecchia ford nera degli anni 40 sferragliare su una strada di terra rossa. E una donna sorridermi e brindare con gesto impercettibile, nella mano un Margarita comparso dal nulla. Un’altra donna con un fermaglio tra i capelli indicare al suo uomo l’atroce apparizione di una rosa e poi ridere forte, piena di creato e luminescenza. E una madre correre trascinando la scia di una bici con sua figlia in sella. Ho visto anche una donna ebbra di polline e verderame. Ho visto atleti in posa per una foto. E ho visto il tuo viso Nick, farsi grande. E la tua musica riempire le mie ore vuote e inutili. Dolce e inattesa, come la prima pioggia sulla pelle calda di sole.

Quando ero più giovane, più giovane rispetto a prima
Non ho mai visto la verità appesa alla porta
E ora sono più vecchio e la vedo faccia a faccia
Ed ora che sono più vecchio devo alzarmi e ripulire.

Ed ero verde, più verde della collina
Dove i fiori crescevano e il sole splendeva ancora
Adesso sono più scuro del mare più profondo
Fammi solo restare, dammi un posto dove stare.

Ed ero forte, forte nel sole
Ho pensato di poter vedere quando il giorno era andato
Ora sono più debole rispetto al pallido azzurro
Oh, così debole in questo bisogno di te.

[A Nick Drake, mai piegato a nessuna morte, nel giorno del suo compleanno, guardando il video di Place To Be trovato su YouTube]

Panzòn

botero_uomo-canePanzòn per molto tempo si è coricato presto. A volte così presto che non appena spenta l’abat-jour in finta plastica sul comodino in finta pelle non aveva neppure il tempo di dire a se stesso “mi addormento” che si era effettivamente già addormentato. E mezz’ora più tardi il pensiero che era tempo di addormentarsi lo destava spesso di soprassalto. Allora si affannava a cercare di riporre il magazine leghista che credeva di avere ancora tra le mani ma che aveva riposto mezz’ora prima, e magari brancolando cercava di spegnere l’abat-jour in finta plastica che però aveva spento mezz’ora prima. Poi si rendeva conto che dormendo aveva intimamente maturato ciò che aveva letto, e che anzi nel sonno aveva portato a compimento il processo speculativo introiettandolo nel più profondo del suo ego. E le parole di grandi pensatori quali Borghezio, Calderoli, Bossi junior e senior, divenivano le sue, ed era lui stesso che si ergeva su Pontida radunando il popolo verde con parole carismatiche e colme di pathos.

Il pensiero sopravviveva ancora qualche attimo e non offendeva il suo raziocinio ma pesava sulle palpebre come bossole di terracotta, mantenendolo in uno stato sospeso di dormiveglia. Poi gradatamente questo pensiero principiava a divenire inintelligibile, fumoso, inestricabile: come i ricordi di una sera in cui aveva esagerato con il Cellatica a aveva lascivamente indugiato nel turpiloquio. Allora il contenuto del magazine leghista si staccava da lui, ora erano due cose distinte, e lui era libero di pensarci o non pensarci. D’improvviso recuperava la vista e si stupiva di trovare una calda oscurità che gratificava i suoi occhi stanchi e li cullava in un’aura benigna. L’abat-jour in finta plastica era effettivamente spenta, ora se ne rendeva conto e ne gioiva intimamente.

Ma pian piano quell’oscurità volgeva al maligno, diveniva incomprensibile, inconoscibile, insondabile: in breve lo specchio cupo del suo animo. Ora non c’erano slogan leghisti che potessero gonfiare il suo amor proprio, non c’erano camicie verdi che potessero illuminare il suo sguardo, non c’erano fanfaronate sugli extracomunitari che potessero in qualche modo scaldargli il cuore e farlo sentire gloriosa parte della laboriosa nazione padana. Non c’era niente di tutto questo ma solo il remoto fischio del buio che calava su di lui e tranciava ogni certezza. Una lunga agonia di tenebra che si insinuava silenziosa e lo lasciava senza cartografia, senza orizzonte di ritorno.

Panzòn credette di non essere, ma era. Le sue pantofole perfettamente allineate ne rappresentavano in qualche modo la prova e, sebbene invisibili, era certo che si trovassero ancora ai piedi del letto, in squadra perfetta tra la linea del letto e la fuga di una mattonella. Panzòn capì, ma non riuscì a piangere. Neppure a sospirare. Se ne stette immobile e attese ciò che non sarebbe mai arrivato.

(con amore e infinita devozione a Marcel Proust – con simpatia e disincanto a Panzòn che tuttora è libero di girare per le vie della mia città)

La piega dell’astrazione

henri_cartier_bresson014I poeti sono esseri straordinari dotati di superpoteri sensoriali. Uno di questi è sicuramente il potere evocativo della vista. Nei poeti la visione del reale è come se fosse filtrata da un dedalo di specchi, da un intrico barocco di lenti concave e convesse, una sorta di ottica disoccultante che definisco impropriamente astrazione. L’astrazione parte da un’esperienza vissuta e si dipana attraverso il ricordo, la rielaborazione e la versificazione. Tramite l’astrazione è possibile ricostruire il vissuto e sublimarlo in poesia. Un processo naturale che lacera il pragma e lo denuda miseramente, una piaga aperta in cui bellezza e lirismo vivono in eterno. Mi viene in mente l’Esterina di Eugenio Montale:

Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.

Una donna che prende il sole su uno scoglio è un abulico fatto di cronaca. Una visione come tante, un fotogramma estrapolato da una qualsiasi delle nostre vite. Ma ecco che questa donna viene “vista” dal poeta. E guardate, assaporate cosa diventa questa donna, quale indicibile stato di grazia l’avvolge e la precipita. Un’estasi lirica da levare il fiato. L’astrazione consente al poeta di elevare questa donna a pura bellezza, ad antimateria, a essenza aerea, indefinibile, inconoscibile. Un’esperienza estetica che sfiora il misticismo. Ma l’astrazione lavora anche in altre direzioni che esulano dal freddo vincolo con il reale e anzi lo trasfigurano in moto perenne e discontinuo: una “disarmonia prestabilita” come amava definirla Roscioni a proposito di Gadda. Leggiamo Rimbaud per capire meglio questo aspetto (la traduzione è mia).

L’étoile a pleuré rose au cœur de tes oreilles,
L’infini roulé blanc de ta nuque à tes reins
La mer a perlé rousse à tes mammes vermeilles
Et l’Homme saigné noir à ton flanc souverain.

[La stella è pianto rosa al cuore delle tue orecchie,/ l'infinito è rotolato bianco dalla tua nuca ai tuoi reni/ il mare ha imperlato di rosso le tue mammelle vermiglie/e l'Uomo ha sanguinato nero al tuo fianco sovrano.]

Qui il poeta non parte da una visione fisica della realtà, ma fa uso di un grimaldello metafisico per versificare. Parte da una donna e ne rivisita le emozioni, i pensieri, i tratti somatici, gli odori, i colori. Ne fa combaciare il profilo con migliaia di astrazioni intrinseche che con propensione molecolare si avvicinano al ricordo primario e lo contrastano, lo rigenerano, lo cambiano. Il poeta incrocia i destini di mille astrazioni come un Demiurgo farebbe con gli atomi di un universo germinale. E infine attraverso uno scroscio cromatico (rosa, bianco, rosso, nero) la fissa su carta traendola dai flutti dell’astrazione e addestrandola al ruggito normativo della metrica, delle rime, delle figure retoriche. Il risultato è qualcosa che va aldilà di ogni fatto, un ineffabile scansione di parole e idee che ci sfiora la pelle come un bacio percepito in dormiveglia. Un brivido immenso che il poeta ha tolto faticosamente dal sè, in una lenta agonia di immagini e ricordi. Ecco, questo è in definitiva l’astrazione poetica. Uno strumento che ci permette di prendere parte alla visione del poeta, che ci dona il lieve sussurro di un bacio, il palpitante attimo in cui ci sentiamo persi nel vuoto estatico della poesia. Ed è lì che vorremmo rimanere, per sempre.

(a Luciano Anceschi)

Arnold e Gary se ne vanno, oppure no

garyarnold1Arnold è morto. Gary Coleman l’ha seguito un attimo dopo. Oppure il contrario. In ogni caso la cronaca registra due morti rattrappiti in un’unica minuscola monade, neanche fosse una di quelle offerte 2×1 che balena tra gli scaffali di un ipermercato. Due persone distinte che muoiono nel medesimo istante, roba da chiodi. Arnold, ganasce tranquille e sguardo benevolmente torvo… Arnold mentore di Abramo…. Arnold dai pantaloncini in bilico sulle leggi gravitazionali… Arnold con la guanciotta consumata dal pucci pucci…. Arnold dalla voce profonda… Arnold era anche il locale di Fonzie e Richie… Arnold leggera bruma sulla coscienza di una generazione invecchiata troppo presto, dannazione….
Di sicuro cosa c’è? C’è quel piccolo feretro seppellito nel giardino ben curato del signor Drummond con cui se ne va un pezzo d’infanzia di molti di noi, quel che resta degli eighties, già piallati da tecnologia esponenziale e rimpianti mal calibrati. Chi nutrirà Abramo? Chi puccipuccerà con Kimberly? Chi cazzierà Willis e il suo dogmatismo da bullo di Harlem? Noi stagionato pubblico televisivo ne usciamo ancora una volta con le ossa rotte da questa storia, questo è certo. Arnold era primo di tutto un segno, un’icona, una volontà di rimanere inchiodati alla paleo-gioventù. Noi invecchiati in un’età che non ci appartiene, lui rimasto schiavo del suo sogno di rinascita renale. Arnold e la sua nemesi appunto, Gary Coleman, un tipo che picchia la moglie e investe la gente nei parcheggi dei drugstore….
Arnold e Gary… Due tizi che hanno sgomitato per guadagnare un po’ di respiro cerebrale nel corpo che stavano dividendo… Alla fine l’ha spuntata Sora Morte Corporale, una pupa anoressica che ha sepolto entrambi i contendenti in una fredda carezza, li ha tolti dall’agone donando loro una certa dose di pace.
A dispetto di ogni oblio vorrei ricordarli come due persone diverse eppure uguali, il tao televisivo delle nostre memorie impantanate in un secolo che non vogliamo, in sentimenti che non capiamo, in un’adolescenza che non sappiamo ritrovare. Il bene e il male a portata di mano, fusi e compiuti in un’opera archiviata, finita, sepolta. Eppure un’opera viva, pulsante, sotterranea.
Arnold e Gary se ne vanno, oppure no… siamo noi che li lasciamo liberi.
Riposate in pace dudes. Finalmente uniti. Finalmente divisi.

Se non fosse per il cielo buio

DarkSky2Ci sediamo fuori, come se fosse facile affrontare a viso aperto una notte come questa. Il suo sorriso sfibrato e tagliente è sempre lo stesso. Mi rilasso sulla sedia mentre seguo la corrente umana che fluisce aldilà della terrazza, migliaia di gambe che portano corpi nello spazio, vittime dell’entropia e dello shopping. Lui è con me. Lo sento respirare in un tempo di quattro quarti, un metronomo asciutto e affidabile. Lo intravedo sul morire del campo visivo, sfocato al mio fianco, presumo anche lui rapito da quel flusso di carne e bigiotteria. In sottofondo una chitarra jazz, mi pare sia il disco di Jim Hall. L’arpeggio acustico accompagna degnamente tutti quei visi stralunati, in balia della passeggiata serale.

Non parliamo. Non ancora. Sento il rumore della sua pelle mentre fruscia sui braccioli della sedia. Per un attimo giuro a me stesso che potrei rimodularne la tonalità, ma è solo finzione, è solo narcisismo e nient’altro.

Spendiamo ancora qualche minuto a guardare la gente a passeggio e a bere birra in silenzio. La sua voce infine arriva, e quasi non ascolto le parole, mi concentro sul tono. La sua voce mi dice cose che le parole non possono spiegare. La sua intonazione, la sua gamma, il suo timbro, la sua inflessione. Musica delle parole, movimento delle labbra, suono articolato. Infine mi concentro sul significato perdendomi i titoli di testa.

Mi sta dicendo che deve morire. Ha fatto non so quali esami. Ha consultato non so quale primario. Ha un qualcosa alla testa. Mentre lo dice distorce la parola “qualcosa” scivolando sulla sibilante e ridendo sommessamente di quel suono lunare che riesce a tirarne fuori. Dice che hanno anche provato a operarlo ma l’han subito richiuso. Mi mostra una cicatrice tra i capelli con un movimento obliquo del capo.

Perdo le mie parole, ora. Balbetto qualcosa. Qualcosa di ridicolo, di programmatico, di già scritto. Lui ride, con un che di paterno. Una tenerezza che mi ferisce ancora di più. La sedia si muove sotto il mio peso, sento lo stridio delle gambe sulle mattonelle. Oltre i vetri della terrazza la gente continua a camminare. Tutto è movimento, instancabile, inarrestabile, esausto movimento di persone che vanno verso un punto indefinito della mappa cittadina. Sento il suo respiro calmo, la sua ironia di sempre, ben celata e pronta a scattare. La sua intelligenza implacabile che cova come un fuoco sotto la cenere. Ho freddo. Non lo guardo più.

Alzo gli occhi alla notte. Se non fosse per il cielo buio vedrei carovane di nuvole lassù, mentre scorrono silenziose, in balia dei venti notturni. Invisibili nascondono le stelle, e la luna a volte.

(a Ivano)