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Piazzola sul Brenta (PD) - Anfiteatro Camerini - 14 luglio 2009
In uno scenario naturale in cui l’imponente facciata di Villa Camerini fa da...contorno, del resto il...piatto forte è lui, Marco Travaglio calca il palcoscenico, tecnologicamente superattrezzato per ospitare i grandi concerti, e si siede su uno dei tre cubi bianchi candidi e abbaglianti dai quali, a rotazione, come dal pulpito declamerà per ben tre ore effettive il suo monologo.
Sulla scena presenziano anche una coppia di ingarbugliati musicisti-scienziati-cervelloni in camice bianco i quali ciascuno da una propria postazione compongono, miscelano ed emettono, musica tra l’elettronico e lo sperimentale (del resto il loro habitat sembra un laboratorio asettico-futuristico), invischiata di discorsi dallo stile solenne e retorico. Le loro un po’ scientifiche un po’ extraterrestri manipolazioni fungeranno anche da intermezzo tra uno step e l’altro del giornalista-narratore.
Travaglio attacca da subito con un ritmo frenetico e travolgente, che cattura all’istante il pubblico, necessario forse per trasferire in un lampo lo sguardo critico sulla Prima Repubblica. Perché è da lì che si parte, attraverso una sorta di documentario verbale che sa essere al contempo iconografico per la vivacità e la concretezza delle scene descritte, le cui immagini sembra quasi di vedere proiettate.
Nomi, date, fatti e misfatti vengono raccontati con un incalzante susseguirsi di riflessioni, senza esitazione, senza mai un’incertezza nel tono o nella narrazione. Vicende che, come spesso accade, vengono dimenticate (da qui il titolo Promemoria) anche perché i loro protagonisti, perfino i più responsabili di oscuri e loschi affari, vengono riabilitati e reintegrati (quanto meno i sopravvissuti!) nello stesso sistema dal quale furono un tempo accusati e in certi casi estromessi, riappropriandosi di una credibilità ovviamente immeritata che sembra cancellare nella memoria degli italiani l’onta dei loro trascorsi.
Il tutto è condito da un tono umoristico infarcito di esilaranti battute che suscitano risate ed applausi, sorprendendo il pubblico che già conoscitore ed abituato alle performance agguerrite e critiche di Travaglio, forse non conosce così da vicino anche quelle di ironico e pungente “mattatore”.
In uno stato simile ad una sorta di costante parabasi, in cui a ruota libera si concede di esprimere il suo pensiero schietto e provocatore, si adopera con impeto, ma al tempo stesso con estrema naturalezza, per colorire infatti la sua eloquenza di comicità, ironia oltre al graffiante ragionamento.
Dalle mazzette gettate invano nel wc, all’amante che riceve in dono una tv (non l’elettrodomestico!), all’enfant prodige/delfino che sposa la figlia del...tonno e che ora insegna la Costituzione ai giovani, al cardiopatico che fa un voto e poi guarito chiede ad un altro di pagare il debito promesso al suo posto; dal collezionista di rarità (che nascondeva perfino in un puff parte del malloppo) che arrestato dichiara di ignorare di essere così ricco, al Mausoleo in stile assiro-milanese in cui pochi eletti potrebbero ambire di riposare in eterno, Travaglio srotola un rullo che porta con sé indelebili tracce di storia, talvolta vergognosa, che purtroppo in molti casi si ripete.
Le battute, gli esempi in chiave grottesca, i paradossi, i giochi di parole e le stoccate di stampo satirico hanno vivacizzato in maniera sorprendente il monologo, che ha destato chiaramente non poche risate. Sebbene di sicuro intrise di amarezza, e di certo volutamente suscitate a tale scopo, per il talvolta avvilente scenario raffigurato.
Alla fine del suo lungo “spettacolo” che rientra infatti nella categoria “teatrale”, quasi certamente non tra il pubblico presente ma in altre sedi, qualcuno potrà certamente dissentire su alcuni contenuti e sul tono dissacrante che Travaglio utilizza. Ma per quanto riguarda le sue qualità c’è davvero molto da apprezzare, applaudire e con un po’ d’invidia intellettiva e senza falsa riverenza ma con obbiettiva constatazione dirgli a tutto cuore: chapeau!
Anche perché se è vero che in mano tiene qualche foglio, giusto per tenere sott’occhio la traccia, in realtà non lo guarda praticamente mai: e il copione, sebbene sia un intrico di dati ed esercizio mnemonico alquanto impegnativo, gli esce preciso e naturale senza alcuna esitazione o difficoltà.
Al termine del suo spettacolo, che in due anni ha portato in scena un’ottantina di volte, aggiornando ovviamente il testo con piccoli tagli o aggiunte, nonostante l’ora tarda e soprattutto la presumibile spossatezza, come nulla fosse, in termini di stanchezza, Travaglio si avvicina ai suoi fans e con disponibilità e cortesia accetta di autografare, farsi fotografare e scambiare, pronunciandone ancora, altre parole.
Supponendo che l’acclamatissimo oratore-attore in tre ore ne abbia articolate a milioni, aggiungerei, per questa sua instancabile attitudine e disponibilità, un ammirato inchino.

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