Libertà di espressione e blogosfera

Sergio Sarnari certamente non immaginava l’immane polverone che avrebbe suscitato un suo post in cui narrava le disavventure capitategli nell’arredare casa. Il post in questione, facendo una rapidissima sinossi, parla del sofferto rapporto avuto con una ditta di arredamento e della difficile genesi di un ordine di mobili.

Sergio ha un modo di raccontare molto chiaro e la sua esposizione ha attirato gradualmente l’interesse di altri bloggers che hanno lasciato un commento, una testimonianza, un’impressione sulla faccenda. E’ capitato però che il post finisse sotto gli occhi di qualche dirigente dell’azienda in questione che ha pensato bene di contattare il proprio studio legale per tutelare la propria immagine. Ciò è stato comunicato in forma di commento allo stesso post da un avvocato preposto alla bisogna che ha ufficializzato a Sarnari la richiesta di danni quantificabili in euro 400.000 (leggasi quattrocentomila) nonchè la presentazione di una querela depositata presso la Procura della Repubblica di Ancona (querela per diffamazione, si suppone, non essendo chiaramente specificato).

Intanto il famigerato post, bontà della blogosfera e di papà Google, ha ricevuto valanghe di attenzioni dai colleghi bloggers ed è subito balzato agli onori delle blog-cronache diffondendosi come un sottile sussurro nel sottobosco di blog, forum e community italiane. Per citare solo alcuni post dedicati alla vicenda: Maxime, Antonio Tombolini, LucaPunto-Informatico, Cristian, Tommaso, Catepol, Matteo, Folletto, Alberto, Pseudotecnico, Paola. Alla lista manca solo il Beppe nazionale e le iscrizioni sono complete.

La Blogosfera si mobilita e fa quadrato intorno a Sergio, ma non perchè solidarizzi a priori con lui in nome di un’amicizia o di chissà che altro, no. I bloggers sentono che qui c’è in gioco ben altro. C’è in gioco la libertà d’espressione e il ruolo stesso che il blogger ha via via faticosamente conquistato nel panorama dell’informazione italiana. Il ruolo cioè di voce indipendente, di punto di vista affidabile, scevro da ogni  pressione politica o di marketing. Il ruolo dell’amico saggio che dispensa consigli tra un caffè e l’altro, che racconta i propri errori e i propri successi, le sfighe e le piccole vittorie sublimate nel flusso del feed…  Una voce comunque interessante, comunque mai scontata.

E allora il punto non è: chi ha ragione in questa vicenda. Il punto è:  si può zittire il libero diritto ad esprimere il proprio punto di vista a colpi di azioni legali per tutelare la propria immagine aziendale? O forse non sarebbe meglio, come accade nelle riviste di tecnologia dove utenti imbufaliti scrivono alla redazione per vicende di mala-assistenza, cercare di soddisfare il cliente e di comunicarglielo con lo stesso metodo d’informazione: un post del bog aziendale dove si enunci cosa è stato fatto per risolvere i problemi occorsi, magari con un trackback al post del cliente insoddisfatto e magari gentilmente chiedendo una rettifica a fronte della risoluzione della controversia.

Ai post(eri) l’ardua sentenza.

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