La piega dell’astrazione

henri_cartier_bresson014I poeti sono esseri straordinari dotati di superpoteri sensoriali. Uno di questi è sicuramente il potere evocativo della vista. Nei poeti la visione del reale è come se fosse filtrata da un dedalo di specchi, da un intrico barocco di lenti concave e convesse, una sorta di ottica disoccultante che definisco impropriamente astrazione. L’astrazione parte da un’esperienza vissuta e si dipana attraverso il ricordo, la rielaborazione e la versificazione. Tramite l’astrazione è possibile ricostruire il vissuto e sublimarlo in poesia. Un processo naturale che lacera il pragma e lo denuda miseramente, una piaga aperta in cui bellezza e lirismo vivono in eterno. Mi viene in mente l’Esterina di Eugenio Montale:

Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.

Una donna che prende il sole su uno scoglio è un abulico fatto di cronaca. Una visione come tante, un fotogramma estrapolato da una qualsiasi delle nostre vite. Ma ecco che questa donna viene “vista” dal poeta. E guardate, assaporate cosa diventa questa donna, quale indicibile stato di grazia l’avvolge e la precipita. Un’estasi lirica da levare il fiato. L’astrazione consente al poeta di elevare questa donna a pura bellezza, ad antimateria, a essenza aerea, indefinibile, inconoscibile. Un’esperienza estetica che sfiora il misticismo. Ma l’astrazione lavora anche in altre direzioni che esulano dal freddo vincolo con il reale e anzi lo trasfigurano in moto perenne e discontinuo: una “disarmonia prestabilita” come amava definirla Roscioni a proposito di Gadda. Leggiamo Rimbaud per capire meglio questo aspetto (la traduzione è mia).

L’étoile a pleuré rose au cœur de tes oreilles,
L’infini roulé blanc de ta nuque à tes reins
La mer a perlé rousse à tes mammes vermeilles
Et l’Homme saigné noir à ton flanc souverain.

[La stella è pianto rosa al cuore delle tue orecchie,/ l'infinito è rotolato bianco dalla tua nuca ai tuoi reni/ il mare ha imperlato di rosso le tue mammelle vermiglie/e l'Uomo ha sanguinato nero al tuo fianco sovrano.]

Qui il poeta non parte da una visione fisica della realtà, ma fa uso di un grimaldello metafisico per versificare. Parte da una donna e ne rivisita le emozioni, i pensieri, i tratti somatici, gli odori, i colori. Ne fa combaciare il profilo con migliaia di astrazioni intrinseche che con propensione molecolare si avvicinano al ricordo primario e lo contrastano, lo rigenerano, lo cambiano. Il poeta incrocia i destini di mille astrazioni come un Demiurgo farebbe con gli atomi di un universo germinale. E infine attraverso uno scroscio cromatico (rosa, bianco, rosso, nero) la fissa su carta traendola dai flutti dell’astrazione e addestrandola al ruggito normativo della metrica, delle rime, delle figure retoriche. Il risultato è qualcosa che va aldilà di ogni fatto, un ineffabile scansione di parole e idee che ci sfiora la pelle come un bacio percepito in dormiveglia. Un brivido immenso che il poeta ha tolto faticosamente dal sè, in una lenta agonia di immagini e ricordi. Ecco, questo è in definitiva l’astrazione poetica. Uno strumento che ci permette di prendere parte alla visione del poeta, che ci dona il lieve sussurro di un bacio, il palpitante attimo in cui ci sentiamo persi nel vuoto estatico della poesia. Ed è lì che vorremmo rimanere, per sempre.

(a Luciano Anceschi)

Un pensiero su “La piega dell’astrazione

  1. Celestino

    Questo tuo sistema di analizzare i brani poetici mi pare un po’ grossolano eppure hai talento da vendere nello scrivere: dovresti esercitare di più il tuo metodo critico, la tua prosa invece a me pare assai pregevole e veramente degna di nota, unica per alcuni aspetti, penso ad esempio al tuo artificio di conferire ad un termine sempre più di un aggettivo qualitativo, il tutto eseguito con naturalezza, se posso dirlo.
    Complimenti da un addetto ai lavori.

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