Andrea contemplava la tazzina di caffè mentre, lentamente, girava il cucchiaino.
“Che faccia, Andrea” disse sua madre, indaffarata a lavare sul lavabo le tazze sporche del resto della famiglia “Come mai quest’aria malinconica? Ci stai pensando ancora. Dovremmo essere allegri!”
Andrea aggrottò le sopraciglia, prese il cucchiaino e lo posò con forza sul tavolo, macchiando volontariamente la tovaglia azzurra.
La madre finse di non vedere.
“Perché non continui a dirmi cosa dobbiamo fare?”
“Lasciamo perdere, va bene?”
“Certo , perché la pecora nera rompe sempre!”
Andrea tracannò il caffè con un unico sorso. Posò la tazzina con veemenza e si alzò dal tavolo spingendo la sedia dietro di se.
“Torno in camera!”
“Non vai con tuo padre?” disse la madre con un tono monocorde.
“Dov’è?”
“A comprare i regali”
“Non c’è niente da festeggiare” disse e andò via.
Seduto ai piedi del letto con la schiena contro il materasso, Andrea, osservava il poster di Martin Luther King, sotto il quale campeggiava la frase: “I Have a Dream”.
Si alzò di scatto e andò verso il comodino, alla destra del letto sfatto.
Sul comodino c’erano sparsi in modo casuale, l’accendino rosso, un orologio da polso, una macchina fotografica digitale, qualche euro, un paio di penne stilografiche, un pacchetto di cartine Rizzla e la foto di una ragazza dai capelli corvini.
Del tabacco, nessuna traccia.
Prese l’accendino, una cartina, e andò verso la scrivania, alla sinistra del letto.
Sorrise, il tabacco era lì, tra gli innumerevoli fogli sparsi e i libri rovinosamente abbandonati.
Trascinò verso di se la sedia. Si sedette e appoggiò i gomiti sulla scrivania, pronto a preparare la sigaretta.
Mentre distribuiva il tabacco sulla cartina, notò una delle tante scritte scalfite sul legno della scrivania: “Il fallimento non sta nell’aver fallito, quanto nel far finta di essere sempre in procinto di vincere”. Firmato Jack Folla.
Fallimento. Un’onta, un marchio, che non ti perdonano, Jack.
Andrea fece scivolare le labbra lungo le estremità della cartina e la girò chiudendola.
Prese l’accendino e accese la sigaretta.
Inspirò, a lungo.
Ciucci e presuntuosi, vogliamo la nostra libertà e disprezziamo quella degli altri. L’italiano è mosso da un bisogno sfrenato di ingiustizia.
Espirò il fumo.
Prese il cellulare dalla tasca dei Jeans. Digitò un numero e attese.
“Pronto?”
“Franco?”
“Andrea???? Ma sei proprio tu!”
“Già, sono io, testone!”
“Ma porca di quella troiaccia! Ma dove stai? Sei ancora…”
“Sono tornato!”
“Tornato!Cioè sei…”.
“Sì, ci possiamo vedere?”
“Come no? Ci vediamo tra un’oretta al bar di Mario. Ricordi?”
“Ehi, sono stato fuori solo quattro anni!”
“Mica pochi..”.
“Ne parliamo al bar, Franco. Ci vediamo lì. Adesso devo andare”.
“Va bene, a dopo”.
In cucina non c’era più nessuno.
La mamma doveva essere uscita.
Andrea si avvicinò al frigorifero. Tirò dalla tasca dei jeans un foglietto spiegazzato e uno scotch. Distese il foglietto sul frigorifero e lo tenne fermo con una mano. Strappò con l’altra alcuni centimetri di scotch e lo attaccò alle estremità del foglietto.
Rimase un momento a guardarlo.
Scusa, a volte, sono proprio uno stronzo! Vorrei solo che capiste le mie scelte. Vorrei solo che rispettaste il mio punto di vista sul mondo.
Ti voglio bene, Mà.
Le parole, solo con le parole esprimeva i sentimenti.
Le strade erano un fiume in piena. Le persone sembravano confluire verso i negozi a folate. Entravano a piccoli gruppetti e dopo le compere si riversavano per strada sempre a piccoli gruppetti. Incapaci di discernersi. Un unico grumo di teste e piedi. Con lo stesso battito, con gli stessi sorrisi, con lo stesso scopo.
Andrea stretto nel suo giubbotto lentamente cercava di non essere inglobato da quella scia. Lo sguardo basso, si limitava a percepire indistintamente le sagome delle persone. I suoi capelli lunghi e neri colpiti appena dalle sobrie luci colorate che abbellivano le strade.
Si accorse che stava seguendo, senza volerlo, un uomo robusto, dal cappotto marrone, che a fatica riusciva a contenere la gioia della piccola figlia, che ossessivamente ripeteva di fronte ad ogni vetrina “Lo voglio, lo voglio” tirandogli la mano.
Strada sbagliata, da qui non si va da nessuna parte.
Alzò lo sguardo cercando di capire quale strada prendere per arrivare al bar di Mario.
La sua attenzione fu rapita da una vetrina di una farmacia, sulla quale c’era disegnata la faccia sorridente di un Babbo Natale, affiancato dalla scritta Buon Natale.
Si avvicinò, e sorrise.
La cosa sembrava davvero buffa.
Sbirciò all’interno e vide un’anziana signora dai capelli radi e bianchi che mostrava una ricetta ad una giovane infermiera dai capelli corvini.
Era lei. Non era cambiata affatto. Forse era ancora più bella di quattro anni fa.
Aveva realizzato il suo sogno, ce l’aveva fatta.
Andrea sorrise e si incamminò verso il bar di Mario.
Il bar era rimasto immutato dall’ultima volta in cui ci aveva messo piede.
All’interno c’era poca gente.
Due ragazzi, poco più che adolescenti, erano intenti a giocare con le macchinette del videopoker. Tre ragazze sedevano ad un tavolino chiacchierando del più e del meno mentre sorseggiavano dei martini. Qualche assiduo avventore era al bancone a parlare con il barista, tra questi c’era Franco.
Andrea si avvicinò.
“L’Inter vincerà lo scudetto. Sicuro!” stava dicendo un ragazzo dai capelli corti che indossava un giubbino di pelle.
“Si, come no” replicò un altro.
Franco si accorse dell’arrivo di Andrea.
“Santo cielo! Ma che hai fatto ai capelli?”
“Più che altro, quello che non gli ho fatto!” sorrise Andrea.
Franco corse ad abbracciarlo.
“Ragazzi, questo è Andrea”
I ragazzi si limitarono a un breve accenno.
“Marco portaci da bere” disse Franco”che prendi?” si rivolse ad Andrea.
“Qualsiasi cosa per me va bene”
“Marco, due Rhum”
Si avviarono verso uno dei tanti tavolini, poco lontani dalle ragazze, che alla vista di Andrea iniziarono a sorridere e a parlare tra di loro portandosi le mani a coprire le labbra.
“Per Dio, ma dove ti eri cacciato!” disse Franco portando la sua mano sulla spalla di Andrea.
“Non poco lontano da qui!”
“Introvabile per quattro anni. E compari così dal nulla. Con sti capelli e sta barba”
“E non hai visto le spalle” sorrise Andrea
“Ma dì, non è che per caso sei diventato comunista?”
Andrea stava per rispondere quando arrivò Marco con i due rhum. Posò i bicchieri sul tavolo e andò via.
“Chi è questo?”
“Marco, il nuovo gestore. Mario se l’è filata in Brasile con una sudamericana. Ha mollato figli e moglie”.
“Che stronzo!”
“Anche tu non sei da meno” disse serio Franco.
Andrea prese il bicchiere e lo avvicinò alle labbra, stava per mandarne giù un sorso quando riabbassò il bicchiere di rhum.
“Non ho fatto del male a nessuno. La mia famiglia ha sostenuto…”
“E gli amici. E Laura. Sei scomparso. Numero del cellulare irraggiungibile. I tuoi genitori inavvicinabili. Per internet eri un latitante. È così che si fa?”.
Andrea passò la sua mano sulla lunga barba.
“Va bene, diciamo che non è il massimo. Ma almeno avete pensato tutti che sono uno stronzo. E così non ha sofferto nessuno. Più facile dare addosso che capire e comprendere, no? ”.
Marco prese il bicchiere e fece un sorso. Lo ripose sul tavolino.
Le risatine stridule delle ragazze si fecero più intense.
“Adesso sei qua. Non parliamone più” disse Marco e tirò fuori dal cappotto un pacchetto di Marlboro. Prese due sigarette e ne porse una ad Andrea.
“Ma si può fumare qui? Non è vietato!”
“Qui se ne fregano, amico. E almeno facciamo andare via quelle smorfiosette” disse piegando il capo verso la sua sinistra.
Andrea tirò fuori dai Jeans l’accendino, si accese la sigaretta e fece accendere Franco.
“Allora dì, poi quella laurea sei riuscita a prenderla?”
“Ho rinunciato!”
“Pure! Ma che diavolo hai fatto in questi quattro anni? Dì, ti sei sposato, hai messo su qualche bambinello?”
Andrea fece un tiro. Buttò fuori il fumo e bevve un sorso di Rhum.
“Sono stato in giro! Un po’ qui e un po’ là”.
“Allora, tu scompari per quattro anni. Lasci la ragazza più fica della città. Lasci la facoltà di medicina. Un futuro promettente. Torni e mi dici soltanto un po’ qua e un po’ là”.
“L’ho vista. Alla farmacia. Da fuori”.
“Dimenticala. Se sei tornato per lei, dimenticala in fretta. Quella ti odia, amico. Si sta per sposare. È felice”.
Andrea bevve un sorso di rhum. E fece un tiro.
“Il più grande gesto d’amore che ho fatto per lei è stato quello di liberarla da me”, buttò fuori il fumo.
Marco finì il suo rhum. Le ragazzine non frignavano più. Si stavano alzando, irritate per il fumo. Passarono vicino a Marco, che gli sorrise.
“Okay, grande uomo. Mi dici allora che sei tornato a fare?” disse piegandosi verso di lui.
“Volevo salutare i miei genitori, prima di partire”.
“Prima di partire? Sei appena tornato che già vuoi ripartire. E per dove, scusa?”
“Parto per l’Afghanistan!”.
“Chi tu?” disse ridendo Franco “Un comunista che si arruola nell’esercito e va in Afghanistan”.
Andrea fece un ultimo tiro e spense la sigaretta su un posacenere bianco.
“Non sono comunista e non sono un soldato. Vado lì come volontario con un gruppo di ragazzi”.
“Noooo!” disse Franco piegando gli angoli della labbra verso il basso.
“Vaiiii!” disse uno dei ragazzi che giocava al poker. Il suo grido fu seguito dal tentennio di numerose monetine. Aveva vinto qualche piccola somma.
Io non ti farei mai del male, lo sai. È che sento dentro di me qualcosa che spinge. Forte, molto forte. Io non voglio ferirti, ma non posso rinunciare a me stesso. Io ti amo. Ti amo. Ma l’amore, a volte, non basta. Quante volte ti ho chiesto se saresti stata pronta a seguirmi, e tu con quegli occhi neri e intensi, a fatica cercavi di rispondermi, cercando di nascondere il tuo dolore. Perché, mi ripetevi. Perché dovremmo andare via. Abbiamo tutto qui. La nostra famiglia. I nostri amici. Il nostro amore. Un futuro insieme. Avremmo avuto dei bambini. Avevamo già scelto i nomi. Un maschio e una femmina, mi dicevi. Saremmo stati felici. Ma l’amore, a volte, da solo non basta a trattenere una persona. Ci sono persone nate per restare e persone nate per andare. Sola la morte del “se stesso” può cambiare le cose. Ma se io cambio, amore mio, diventerei una persona diversa. Non sarei più il tuo amore, capisci? Prima o poi nella vita le costrizioni dell’anima si pagano e si fanno pagare. È giusto rovinare un amore per egoismo? Mi chiedi. Non lo so, ma forse, un amore andato a male, non ti castiga per l’eternità. Invece, tradire se stessi è un peso che ti trascini per tutta la vita.
Andrea strinse il foglietto e lo arrotolò. Prese l’accendino e li diede fuoco.
Parole che non ha mai letto, e non leggerà mai.
Pensieri disordinati e incoerenti.
Questa volta avrebbe seguito se stesso.
Non si sarebbe più nascosto dietro alibi momentanei e fugaci.
In casa tutti dormivano. Andrea uscì dalla camera, richiudendosi la porta dietro di sè. Aveva in spalla uno zaino. Scese lentamente le scale. Andò in cucina. Si fermò davanti al frigorifero. Posò per terra lo zaino. Estrasse dai Jeans un foglietto e uno rotolo di scotch. Distese il foglietto lungo la superficie di plastica grigia del frigorifero e lo tenne fermo con la mano sinistra. Con l’altra mano spezzò un po’ di scotch e lo attaccò alle estremità del foglietto. Rilesse in mente ciò che aveva scritto.
Questa volta per me è diverso. Sono sicuro di quello che faccio. Non passa giorno che io non vi ringrazi per avermi donato l’esistenza. Oggi è giunto il momento di regalare qualcosa al mondo. Andare dove c’è bisogno di qualcuno. Ecco, il mio dono a Natale è questo. Io regalo la mia vita al mondo.
Partire per l’Afghanistan sarà il primo passo reale verso il cambiamento.
Spero che siate fieri di me.
Vi voglio bene, Andrea.
A presto.
Andrea si abbassò, prese lo zaino, lo caricò sulla spalla e uscì.
Una nuova vita aveva inizio.
Giovanni Padrenostro |