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Il viaggio di andata inizia con un Eurostar in ritardo di 45 minuti.
Io, baldanzosa e sospinta dalle note di Nyman, mi accingo a salire sulla carrozza 10, come recita il mio biglietto. Peccato che la carrozza 10 sia chiusa. Si presenta quindi un pimpante giovincello in divisa Trenitalia che assicura a me e a una folla di accaldate, terrorizzate signore di età imprecisata, che "sta cercando posto per noi". Restiamo tutte in piedi, stipate e piene di fiducia.
Quando il giovane ci annuncia che ha trovato un posto, siamo quasi a Cesena e una delle signore ha avuto per tre volte un principio di mancamento.
Finalmente libera di accomodarmi su un sedile imbottito di zecche, respiro a fondo e guardo oltre il finestrino, assetata di pace e di quella magica mestizia che caratterizza i fotogrammi di paesaggi sconosciuti, durante i viaggi in treno.
Non trovo alcuna pace, ma l'assistente sociale trova me.
Questa, è una deliziosa donnina con grandi occhioni da cerbiatto e fossette birichine che passa il suo tempo cercando di farsi buoni amici a bordo dei treni. Io abbasso la copia di Memorie del Sottosuolo di Dostoevskij e lei, famelica, rapisce il mio sguardo e mi rivela che "il libro che sto leggendo mi cambierà la vita."
Dopodiché, racconta la sua, di vita, con dovizia di particolari.
Confido energicamente che l'importuna scenda a Rimini.
E mi sbaglio. Deve scendere a Lecce.

Questo è di per sé un classico dei treni e non mi stupisce quanto ciò che avviene in seguito: mi riferisco al successivo innescarsi di un pericoloso fenomeno alla "Maria De Filippi". Il nostro sedile diventa il più gettonato della carrozza. Attirate dai nostri deliranti discorsi, poco a poco, una schiera di donne ora titubanti, ora estasiate, si raduna attorno alla psicologa da viaggio. Anche la tenebrosa studentessa calabrese del sedile a fianco, quella che ha sempre finto di ignorarci, subisce il richiamo della nevrosi femminile e si aggiunge a noi per raccontarci la sua storia d'amore con un pugliese, finita in ricatto, estorsione, cicatrici sul petto e nonni additati per strada.
Sul più bello, in questo circo incredibile dove sono rimasta arpionata a Fedor algida come un freezer, una delle donne del "salotto" confessa un passato oscuro e qui la psicologa, grondando saliva, si mette a dispensare consigli Freudiani e lasciare numeri verdi scritti sui fazzolettini Tempo. Il tutto davanti a quaranta passeggeri increduli.
E, intanto, siamo a Loreto. Una donna color ruggine con l'abbonamento fisso a Sky, si sporge verso di me e, con liquidi occhi di terrore, mi rivela che "qui c'hanno impiccato Mussolini". Mentre rifletto in merito e interrogo il santuario (sta a vedere che l'hanno tirato su apposta per Mussolini!), la stessa donna rovescia la Coca Cola su Dostoevskij, per errore: lei si proscioglie in scuse, io passo mezz'ora a sventolare le pagine sulla feritoia dell'aria condizionata, nella speranza di restituire a Fedor un barlume di
dignità.
E non è più Loreto, è un altro posto, a mezzogiorno. La vecchia davanti a me, quella che ci ha descritto puntigliosamente la sua ernia, apre una borsa delle meraviglie e ne estrae una grande quantità di cibi: fra una salsiccia, un filone di pane e una caciotta, mi sembra di scorgere una preoccupante torta Sacher. E qualcuna chiede cosa faccio nella vita. Me lo chiede una tizia pingue con le unghie rosicchiate e il cipiglio frizzante d'un pachiderma. Allora, comincia la solfa.
- Io scrivo. Lavoro. Però scrivo soprattutto.
- Nooooo! Che cosa?
- Racconti, romanzi... delle cose.
- E come vanno a finire?
- Dipende.
Qui, il mostriciattolo abietto, si scuote tutta come se avesse un riccio attaccato alle mutande
- E parlano di sesso?
- ... si. (soprattutto quando descrivo certe scene pruriginose, tipo... cosa fanno il panda gigante e il tricheco sul far della sera).
Ma mezzogiorno è passato e non importa cosa scrivo.

Importa che sale un gorilla di ragazzo, con la faccia ruvida come una suola, cattivo come una clavicola spezzata.
Si siede vicino a me e il pollaio tace di colpo. Apre un libro e io guardo la copertina, perché lo faccio anche io, a volte. E' un manuale. C'è scritto tipo: "Corso di addestramento militare dell'artiglieria babilonese della Terra di Mezzo per ammazzarne più che puoi". Guardo le illustrazioni e vedo omini neri nel mirino, omini con una rete in testa, omini in acqua attaccati a una liana, omini che gattonano nel fango. Tutti con le facce stilizzate e cattivissime.
Il gelo regna fra le allegre comari: il maschio ha infranto la magia dell'habitat e nessuno parla più. Il nemico è fra noi.
Nemmeno lo guardano.
Lui è una catasta di muscoli da macelleria e, quando gli chiedo se mi apre la bottiglia dell'acqua per saggiarne la forza, ci mette due minuti a capire cosa gli ho chiesto e rispondere: tempo medio per sgominare il reflusso di creatina nei suoi neuroni.
Ma nessuno si cura di lui e le donnine guardano gli ulivi fuori dal finestrino.
Infine, si alza sulle gambe granitiche e se ne va.
E' allora, che la fauna bestiale di quelle donnette si risveglia:
- Avete visto? Un militare!!!!
- Io sento energie negative quando ho vicino qualcuno che sa usare le armi.
- L'ho capito subito... sembrava quel Tom "Enchs" che ha fatto quel film là...
- Eh, ma si capiva anche dalla mascella... no?
- Però uno così... io non ci riuscirei mai a stare assieme! Uno che mette paura alla gente! Fortuna che mio marito non è di quel genere lì.
- Ma tuo marito che lavoro fa?
- L'esattore del fisco.
Io comincio a piegare la testa, sognante. E sogno un grosso panino all'Aulin. E quelle donne, anche. Tutte al centro del mio mirino.

Passano così 5 ore, in cui io mi accorgo di aver dimenticato il sacchetto del pranzo a Bologna e lotto contro il mio voraginoso apparato digerente. Poi il treno si ferma e devo alzare le chiappe da quel fossile angolo di inferno che mi ha fatta sudare e strabiliare per una mattinata intera. E scendono anche loro, fra poco. Ne sono amareggiate.
"Si stava tanto bene qui".
La vecchia apre tristemente la borsa e ci infila i resti del baccalà che sperava di offrirci.
Con la morte nel cuore, le "grandi amiche Eurostar" si scambiano i numeri di telefono.
Io, da brava asociale, do loro un indirizzo mail falso.
Raccomandandomi di scrivere.
Maria Silvia Avanzato
categoria "Appunti"

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• 29.10.2009 - Commento Senza Titolo
Giurista81