
Siamo tutti eccitati quando vediamo il nostro nome stampato, è un fatto.
Chi più, chi meno, tutti sogniamo quei cinque minuti di fama (il quarto d'ora ipotizzato da Warhol, in questo mondo che brucia tutto in un attimo tranne i grassi, mi sembra ormai eccessivo) e dato che verba volant, scripta manent, vedere il nostro nome scritto su un foglio di carta qualsiasi fa sembrare realizzata la nostra immortalità.
Alcuni sono felici di avere il nome “stampigliato” sul catalogo D-Mail inviato per posta.
Altri sperano almeno in un libro, a costo di pubblicarselo in venti copie attraverso un sito internet.
I più arroganti sperano di diventare cantanti, attori, presentatori o, meglio ancora, tronisti, veline o ospiti del Grande Fratello, perché questi ultimi fanno meno fatica di tutti.
Qualcuno inaugura blog o scrive fumetti.
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Però è importante per me dire una cosa...
Io non voglio scrivere la mia autobiografia.
Voglio, anzi, no, VOGLIO, scrivere la biografia dei miei genitori, che hanno vissuto alcune cose incredibili e altre meno, ma che sono persone incredibili. Chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerli lo sa.
Questo post è una promessa, un atto di fede, la firma di sangue in basso a destra nel contratto con monsieur Woland.
Un giorno scriverò di come i miei genitori hanno vissuto, di come si sono amati e di come hanno cresciuto mia sorella e me.
Parlerò di mio padre che ha visto la rivoluzione khomeinista in faccia e di mia madre che è stata scambiata per un'americana dai Pasdaran e che è stata salvata da mia sorella che già a tredici anni sapeva parlare inglese e masticava un po' di persiano tanto da poter spiegare l'errore.
Racconterò dei Tuareg che facevano da guardiani nei cantieri in Nigeria e dei Sikh che portavano mio padre in palmo di mano, che a non conoscerlo sembrerebbe un eroe di Verne e parlerò di mia madre che a colpi di pistola allontanò dei malintenzionati dalla casa nel bel mezzo del nulla in Val d'Aosta, per difendere me e mia sorella quando mio padre non c'era.
Farò ridere i miei cinque lettori con i racconti di come i miei fossero soltanto esseri umani e li farò piangere parlando di lutti che nessun genitore dovrebbe provare ma che fin troppi vivono sulla loro pelle.
Perché ci tengo. Perché se lo meritano e perché li amo.
Molti psicologi sostengono che chi scrive un'autobiografia cerca di venire a patti con la propria mortalità e forse io voglio fermare su carta la vita dei miei perché non voglio che scompaiano, come prima o poi tutti fanno.
Molto probabilmente è così.
Comunque tra i tanti progetti che sto preparando è mia ferma intenzione inserire questo impegno futuro, sappiatelo.
Prossimamente invece parlerò di Flint (appena avrò chiesto all'editore il permesso di pubblicare qualche anteprima), di Storie Vere e di Imago, dei Maghi Effimeri, di Dave e degli Ammiragli del Cielo.
Anche di cose che non riguardano i fumetti, come il mazzo dei Tarocchi di Roma Antica, di Una Labile Traccia, di Terra Violata.
Ho tanto di cui parlare ma ma mi piace prendere impegni nuovi se valgono la pena.
Ah... per chi non lo sapesse, se Manfredi vi sembra un nome strano, mio padre si chiama Bruzio.

