chi era - 12:44, 20.4.2008 |
Chi era Giulio Douhet? Probabilmente un lettore di buona cultura, con eccellenti scuole alle spalle, curioso della storia del 900, dinanzi a tale domanda dovrebbe confessare di ignorare la risposta, magari assolvendosi pensando a un interrogativo tranello o a un personaggio minore. Ma Giulio Douhet è stato un genio e un protagonista della guerra aerea. Come risulta dal libro di Marco Patricelli, L’Italia sotto le bombe. Guerra aerea e vita civile. 1940-1945(Edit. Laterza, Roma-Bari 2007, euro 20), una sorta di millefoglie storiografico, già al centro di recensioni lusinghiere e di affrettati appunti critici. Trattato militare e insieme affresco sociale, ampio reportage e disamina accurata degli arcana imperia sottesi al secondo conflitto mondiale, di respiro collettivo e con una sola «storia soggettiva» come prologo, il libro anima nel drammatico teatro della guerra una folla di personaggi, tra cui Giulio Douhet, teorico del «potere aereo», autore di un libro fondamentale, Il dominio dell’aria (ristampato nel 2002 a cura dell’Ufficio Storico dell’Aeronautica Militare), divenuto quasi una bibbia alla von Clausewitz. Il libro e le idee dell’ingegner Douhet ebbero seguaci entusiasti, come Mussolini che ne fu affascinato ma interprete discorde, Italo Balbo che ne curò la ristampa e soprattutto Sir Arthur Trevers Harris, capo del Bomber Command dal 1942. L’intuizione del Douhet, salutato come un «precursore», fu quella di capire quanto fosse determinante in un conflitto moderno l’impiego di massa degli aerei e il bombardamento strategico. Il 2 settembre 1914, sulla “Gazzetta del Popolo”, Douhet scrive: «Se per vincere è necessario distruggere, uccidere, devastare, spandere la rovina e il terrore, tutto ci si faccia, purché si vinca; domani, dopo la vittoria, ci sarà il tempo di provvedere […]. La civiltà è come la Fenice che risorge dalle ceneri[…]. Incendiare villaggi, distruggere capolavori d’arte, spandere il terrore di sé, può dissuadere gli insorti a volgersi contro di noi, è utile al fine supremo: vincere […]. In tempo di pace si possono elucubrare canoni e leggi sul diritto delle genti, che possono illudere momentaneamente sull’influenza della civiltà sulla guerra; allo scoppiare della guerra tutto viene stracciato e disperso; di sua natura l’impiego della forza bruta non ammette limiti, restrizioni, cerimonie, etichette». Tale filosofia dello sterminio fu adottata da Sir Harris, che l’applicò alla lettera. «Chi bombarda le città meglio e prima dell’altro ha più ragione dell’altro», era il suo motto. Cominciò la sua opera di macelleria con raid su Lubecca, del tutto distrutta, Rostock, Stoccarda, Warnemünde, Mannheim, Colonia, dove il bombardamento dura un’ora e mezzo, con soddisfazione di Churchill e Göring balbettante dinanzi a Hitler furente. Il libro squaderna il densissimo calendario delle incursioni aeree e dei raid e il diario di come reagivano le popolazioni, in particolare quella italiana, altalenante tra l’informazione imbavagliata del regime fascista e le dure repliche degli avvenimenti. L’offensiva alleata di distruzioni e di morti è massiccia, ininterrotta, crescente. Non c’è aeroporto o consimile punto strategico italiano che venga risparmiato. Persino Roma subisce il bombardamento a ondate dei quadrimotori. Nell’agosto ’43 i velivoli della Nataf e le Fortezze volanti colpiscono a più riprese la Sicilia, Messina con due attacchi, poi Napoli(che nel corso della guerra sarà martoriata da cento bombardamenti), dove il tritolo annienta case, chiese, ospedali, il Tempio del miracolo di San Gennaro. Con particolare accanimento gli alleati prendono a bersaglio il triangolo industriale, al fine di azzerare l’apparato industriale italiano: Genova(sgomenta per i 354 cittadini dei rifugi della Galleria delle Grazie, morti non per le bombe, ma per il «terrore innescato nell’anonima folla assassina»), Torino, Milano. Andrea Damiano, nel suo diario Rosso e grigio, annoterà:«Siamo tutti color maceria». Tra le operazioni militari più crudelmente stupide la distruzione dell’Abbazia di Montecassino, avvenuta per la traduzione errata di una parola, e quella della scuola elementare di Gorla, in cui rimangono uccisi centinaia di bambini, maestri, bidelli, genitori Anche Pescara, «totalmente e letteralmente indifesa», con un aeroporto militare di addestramento, dove- precisa Patricelli- «non c’è neppure un antiquato fucile antiaereo», viene colpita inaspettatamente tra l’agosto e il settembre del ’44 da due bombardamenti, con migliaia di morti, una città abitata da tedeschi e saccheggiatori-monatti : narra Flaiano che il secondo bombardamento, quello del 14 settembre, «fu salutato con grida di gioia e applausi, perché si pensava a uno sbarco alleato». Come una metafora poetica nel racconto l’autore inserisce anche Pippo, termine gergale con cui si indicava un aereo solitario(DouglasA-20 o Mosquito) che nel cuore della notte seminava terrorismo psicologico, limitandosi a fotografare, lanciare volantini, a volte qualche bomba. Un volo notturno( lo scrittore Antoine de Saint-Exupéry, esperto pilota, abbattuto da un aereo tedesco, intitolò un suo libro Vol de nuit) che restituisce completamente il senso di allarme continuo, di precarietà, di insicurezza che Ungaretti tanti anni prima aveva ben espresso: “Si sta come d’autunno/ sugli alberi le foglie”. Ma il poeta parlava dei soldati, Pippo si rivolgeva ai civili. Il picco più alto del terrore è l’Operazione Gomorrah, «un’impresa che fa impallidire qualsiasi raid fin allora messo a segno dal Bomber Command», quando flotte di quadrimotori vomitano uragani di fuoco «di proporzioni bibliche» su Amburgo: 40.000 morti, 16.000 edifici polverizzati, 1.200.000 abitanti evacuati. Scrive Patricelli:«La fortuna delle città italiane è che a nessuna di esse sarà riservato lo stesso destino di Amburgo, che invece conoscerà moltiplicato a Dresda, la Firenze sull’Elba, e prima di essa Kassel, Darmstadt, Brunswick, Heilbronn». La notte tra il 13 e il 14 febbraio 1945 quasi 800 Lancaster grandinano su Dresda, una delle più belle città del mondo, 2,659 tonnellate di bombe dirompenti: quasi 200.000 morti e appena lo 0.50 per cento delle perdite alleate. Un successo militare, ma anche un crimine contro l’umanità, un’operazione che apparve più inutilmente sanguinosa delle atomiche sganciate sul Giappone. Per anni, a malumori alterni, Indro Montanelli, grande divulgatore di storia con libri ultravenduti, ha accusato gli storici italiani di non saper narrare la storia e di essere parrucconi e figli noiosi dell’idealismo. Neanche Renzo De Felice sfuggiva alla ghigliottina del giornalista toscano. A lui dava man forte lo storico inglese, Denis Mack Smith, che rimproverava ai colleghi italiani la boria professorale. Il libro di Patricelli sarebbe piaciuto a Montanelli, perché scritto limpidamente, con sapiente incastro tra l’impianto tecnico-militare di fiamminga precisione e il tessuto narrativo dei drammi della «gente senza volto e senza nome», costretta a subire le strategie megalomani, gli errori dei governanti e gli orrori di una guerra condotta da entrambe le parti senza pietà umana, nel modo più barbaro. Ai tanti meriti del libro va aggiunta, nel contesto raccapricciante degli orrori e dei lutti, un’aria di casa, un filone abruzzese di personaggi illustri e anonimi, di eventi, di luoghi. D’Annunzio innanzi tutto, che fu comandante effettivo di squadriglia aerea, pilota di imprese leggendarie, coniatore della parola velivolo, di cui Patricelli riporta la Canzone della diana(pubblicata sul “Corriere della Sera”, ma sommersa di critiche) in cui esalta i cavalieri dell’aria, i pionieri di una specialità che ancora oggi con le Frecce Tricolori mandano in visibilio le folle. Flaiano inoltre, con le sue cronache minuziose su “Risorgimento liberale”(diretto da Mario Pannunzio), in cui, due anni dopo, narra la «storia di Pescara…di una città che ha sofferto in maniera diversa dalle altre», dei saccheggi(anche la casa di d’Annunzio fu ripulita), delle razzie di mobili e di oggetti, degli sfollati, del periodico “Danni di guerra” che molti compravano come una volta compravano “La Domenica del Corriere”. Ernesto Galli Della Loggia, segnalando il libro di Patricelli, si è chiesto: perché non adottare l’espressione «guerra ai civili», usata per le stragi naziste, anche per i bombardamenti alleati, che produssero un maggior numero di vittime innocenti? Domanda giusta ma poco pertinente per un libro che al contrario si basa proprio sulla puntuale cronaca della guerra ai civili fatta dalle incursioni aere alleate, non meno barbare degli eccidi tedeschi, anzi del tutto simili e di eguale natura terroristica. E’ difficile trovare differenze tra i massacratori delle Fosse Ardeatine o di Pietransieri e il baronetto, Arthur Harris, l’allievo più spietato di Giulio Douhet. La lettura storica che Patricelli compie della responsabilità degli alleati, in primo luogo degli inglesi, è impeccabile. Sarà per questo che un editore inglese, interessato alla pubblicazione del libro, si è poi dissociato nel più britannico dei modi, all’inglese appunto? |
Post Comment |