PAGINE E PAROLE di Giacomo D'Angelo

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chi era - 12:44, 20.4.2008

Chi era Giulio Douhet? Probabilmente un lettore di buona cultura, con eccellenti scuole alle spalle, curioso della storia del 900, dinanzi a tale domanda dovrebbe confessare di ignorare la risposta, magari assolvendosi pensando a un interrogativo tranello o a un personaggio minore. Ma Giulio Douhet è stato un genio e un protagonista della guerra aerea. Come risulta dal libro di Marco Patricelli, L’Italia sotto le bombe.  Guerra aerea e vita civile. 1940-1945(Edit. Laterza, Roma-Bari 2007, euro 20), una sorta di millefoglie storiografico, già al centro di recensioni lusinghiere e di affrettati appunti critici.

Trattato militare e insieme affresco sociale, ampio reportage e disamina accurata degli arcana imperia sottesi al secondo conflitto mondiale, di respiro collettivo e con una sola «storia soggettiva» come prologo, il libro anima nel drammatico teatro della guerra una folla di personaggi, tra cui Giulio Douhet, teorico del «potere aereo», autore di un libro fondamentale, Il dominio dell’aria (ristampato nel 2002 a cura dell’Ufficio Storico dell’Aeronautica Militare), divenuto quasi una bibbia alla von Clausewitz. Il libro e le idee dell’ingegner Douhet ebbero seguaci entusiasti, come Mussolini che ne fu affascinato ma interprete discorde, Italo Balbo che ne curò la ristampa e soprattutto Sir Arthur Trevers Harris, capo del Bomber Command dal 1942.

L’intuizione del Douhet, salutato come un «precursore»,  fu quella di capire quanto fosse determinante in un conflitto moderno l’impiego di massa degli aerei e il bombardamento strategico.

Il 2 settembre 1914, sulla “Gazzetta del Popolo”, Douhet scrive: «Se per vincere è necessario distruggere, uccidere, devastare, spandere la rovina e il terrore, tutto ci si faccia, purché si vinca; domani, dopo la vittoria, ci sarà il tempo di provvedere […]. La civiltà è come la Fenice che risorge dalle ceneri[…]. Incendiare villaggi, distruggere capolavori d’arte, spandere il terrore di sé, può dissuadere gli insorti a volgersi contro di noi, è utile al fine supremo: vincere […]. In tempo di pace si possono elucubrare canoni e leggi sul diritto delle genti, che possono illudere momentaneamente sull’influenza della civiltà sulla guerra; allo scoppiare della guerra tutto viene stracciato e disperso; di sua natura l’impiego della forza bruta non ammette limiti, restrizioni, cerimonie, etichette».

Tale filosofia dello sterminio fu adottata da Sir Harris, che l’applicò alla lettera. «Chi bombarda le città meglio e prima dell’altro ha più ragione dell’altro», era il suo motto. Cominciò la sua opera di macelleria con raid su Lubecca, del tutto distrutta, Rostock, Stoccarda, Warnemünde, Mannheim, Colonia, dove il bombardamento dura un’ora e mezzo, con soddisfazione di Churchill e Göring balbettante dinanzi a Hitler furente.

Il libro squaderna il densissimo calendario delle incursioni aeree e dei raid e il diario di come reagivano le popolazioni, in particolare quella italiana, altalenante tra l’informazione imbavagliata del regime fascista e le dure repliche degli avvenimenti.

 L’offensiva alleata di distruzioni e di morti è massiccia, ininterrotta, crescente. Non c’è aeroporto o consimile punto strategico italiano che venga risparmiato. Persino Roma subisce il bombardamento a ondate dei quadrimotori. Nell’agosto ’43 i velivoli della Nataf e le Fortezze volanti colpiscono a più riprese la Sicilia, Messina con due attacchi, poi Napoli(che nel corso della guerra sarà martoriata da cento bombardamenti), dove il tritolo annienta case, chiese, ospedali, il Tempio del miracolo di San Gennaro. Con particolare accanimento gli alleati prendono a bersaglio il triangolo industriale, al fine di azzerare l’apparato industriale italiano: Genova(sgomenta per i 354 cittadini dei rifugi della Galleria delle Grazie, morti non per le bombe, ma per il «terrore innescato nell’anonima folla assassina»), Torino, Milano. Andrea Damiano, nel suo diario Rosso e grigio, annoterà:«Siamo tutti color maceria». Tra le operazioni militari più crudelmente stupide la distruzione dell’Abbazia di Montecassino, avvenuta per la traduzione errata di una parola, e quella della scuola elementare di Gorla, in cui rimangono uccisi  centinaia di bambini, maestri, bidelli, genitori

Anche Pescara, «totalmente e letteralmente indifesa», con un aeroporto militare di addestramento, dove- precisa Patricelli- «non c’è neppure un antiquato fucile antiaereo», viene colpita inaspettatamente tra l’agosto e il settembre del ’44 da due bombardamenti, con migliaia di morti, una città abitata da tedeschi e saccheggiatori-monatti : narra Flaiano che il secondo bombardamento, quello del 14 settembre, «fu salutato con grida di gioia e applausi, perché si pensava a uno sbarco alleato».

Come una metafora poetica nel racconto l’autore inserisce anche Pippo, termine gergale con cui si indicava un aereo solitario(DouglasA-20 o Mosquito) che nel cuore della notte seminava terrorismo psicologico, limitandosi a fotografare, lanciare volantini, a volte qualche bomba. Un volo notturno( lo scrittore Antoine de Saint-Exupéry, esperto pilota, abbattuto da un aereo tedesco, intitolò un suo libro Vol de nuit) che restituisce completamente il senso di allarme continuo, di precarietà, di insicurezza che Ungaretti tanti anni prima aveva ben espresso: “Si sta come d’autunno/ sugli alberi le foglie”. Ma il poeta parlava dei soldati, Pippo si rivolgeva ai civili.

Il picco più alto del terrore è l’Operazione Gomorrah, «un’impresa che fa impallidire qualsiasi raid fin allora messo a segno dal Bomber Command», quando flotte di quadrimotori vomitano uragani di fuoco «di proporzioni bibliche» su Amburgo: 40.000 morti, 16.000 edifici polverizzati, 1.200.000 abitanti evacuati. Scrive Patricelli:«La fortuna delle città italiane è che a nessuna di esse sarà riservato lo stesso destino di Amburgo, che invece conoscerà moltiplicato a Dresda, la Firenze sull’Elba, e prima di essa Kassel, Darmstadt, Brunswick, Heilbronn». La notte tra il 13 e il 14 febbraio 1945 quasi 800 Lancaster grandinano su Dresda, una delle più belle città del mondo, 2,659 tonnellate di bombe dirompenti: quasi 200.000 morti e appena lo 0.50 per cento delle perdite alleate. Un successo militare, ma anche un crimine contro l’umanità, un’operazione che apparve più inutilmente sanguinosa delle atomiche sganciate sul Giappone.

Per anni, a malumori alterni, Indro Montanelli, grande divulgatore di storia con libri ultravenduti, ha accusato gli storici italiani di non saper narrare la storia e di essere parrucconi e figli noiosi dell’idealismo. Neanche Renzo De Felice sfuggiva alla ghigliottina del giornalista toscano. A lui dava man forte lo storico inglese, Denis Mack Smith, che rimproverava ai colleghi italiani la boria professorale.

Il libro di Patricelli sarebbe piaciuto a Montanelli, perché scritto limpidamente, con sapiente incastro tra l’impianto tecnico-militare di fiamminga precisione e il tessuto narrativo dei drammi della «gente senza volto e senza nome», costretta a subire le strategie megalomani, gli errori dei governanti e gli orrori di una guerra condotta da entrambe le parti senza pietà umana, nel modo più barbaro.

Ai tanti meriti del libro va aggiunta, nel contesto raccapricciante degli orrori e dei lutti, un’aria di casa, un filone abruzzese di personaggi illustri e anonimi, di eventi, di luoghi. D’Annunzio innanzi tutto, che fu comandante effettivo di squadriglia aerea, pilota di imprese leggendarie, coniatore della parola velivolo, di cui Patricelli riporta la Canzone della diana(pubblicata sul “Corriere della Sera”, ma sommersa di critiche) in cui esalta i cavalieri dell’aria, i pionieri di una specialità che ancora oggi con le Frecce Tricolori mandano in visibilio le folle. Flaiano inoltre, con le sue cronache minuziose su “Risorgimento liberale”(diretto da Mario Pannunzio), in cui, due anni dopo, narra la «storia di Pescara…di una città che ha sofferto in maniera diversa dalle altre», dei saccheggi(anche la casa di d’Annunzio fu ripulita), delle razzie di mobili e di oggetti, degli sfollati, del periodico “Danni di guerra” che molti compravano come una volta compravano “La Domenica del Corriere”.

Ernesto Galli Della Loggia, segnalando il libro di Patricelli, si è chiesto: perché non adottare l’espressione «guerra ai civili», usata per le stragi naziste, anche per i bombardamenti alleati, che produssero un maggior numero di vittime innocenti? Domanda giusta ma poco pertinente per un libro che al contrario si basa proprio sulla puntuale cronaca della guerra ai civili fatta dalle incursioni aere alleate, non meno barbare degli eccidi tedeschi, anzi del tutto simili e di eguale natura terroristica. E’ difficile trovare differenze tra i massacratori delle Fosse Ardeatine o di Pietransieri e il baronetto, Arthur Harris, l’allievo più spietato di Giulio Douhet. La lettura storica che Patricelli compie della responsabilità degli alleati, in primo luogo degli inglesi, è impeccabile. Sarà per questo che un editore inglese, interessato alla pubblicazione del libro, si è poi dissociato nel più britannico dei modi, all’inglese appunto?


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presentazioni: mario soldati - 05:57, 27.3.2008

 


MARIO SOLDATI
Quando, nel ’35, Mario Soldati chiese a Carlo Levi di disegnare la copertina del suo libro, America primo amore, per le Edizioni Bemporad, il pittore terminò di dipingerla nella sua casa di Torino mentre i questurini fascisti attendevano per trasferirlo in carcere e avviarlo al confino in Lucania, dove scriverà Cristo si è fermato a Eboli. Il libro di Soldati è stato ristampato da Sellerio con altre opere di questo scrittore morto nel giugno ’99, a 93 anni, nella sua villa nel golfo dei poeti a Lerici, dopo aver dissipato in una lunga esistenza un talento multiforme che si esprimeva in mille direzioni, di pari passo al personaggio eccentrico e fluvialmente fabulatorio, sempre in equilibrio tra teatralità innata e moralità critica. America primo amore scaturì da un viaggio del ’29 in una America amata “con disperata innocenza di poeta”, all’epoca del proibizionismo, delle rapine a mano armata e degli spacci clandestini. Voleva divenirne cittadino, ma tale progetto fu spezzato dalla grettezza di alcuni professori fascisti, annidati nell’Università di Columbia, dove insegnava. Tra essi, dispiace doverlo ricordare, il grande Giuseppe Prezzolini che per Soldati non ebbe mai simpatia.
Nato a Torino nel 1906, aveva studiato e si era formato in un collegio di Gesuiti(“I gesuiti mi hanno inculcato l’orrore di tutto ciò che non è razionale”), accostandosi poi al gruppo di Piero Gobetti. Entrambe le frequentazioni, religiosa l’una e laico-storicista l’altra, ne avevano formato carattere e pensiero, anche se in seguito lo segneranno altre suggestioni, attraverso l’incontro con scrittori e artisti che diverranno suoi amici e punti di riferimento: il poeta Tino Richelmy(“Il più antico dei miei amici…l’ho amato moltissimo e l’ho preso a modello”), Carlo Levi, il poeta Giacomo Noventa, amico e maestro, i cui versi spesso campeggeranno come epigrafe dei suoi romanzi. E Primo Levi, Antonio Gramsci, Augusto Monti, il maestro di Cesare Pavese e di Norberto Bobbio, Natalino Sapegno, Edoardo Persico, Enzo Giachino, Enrico Emanuelli, Mino Maccari, Francesco Flora, e, in America, Henry Fürst, lo scrittore americano che fu a Fiume con D’Annunzio, visse in Italia, fu compagno della scrittrice Orsola Nemi, fu traduttore anonimo dall’inglese di Eugenio Montale, per aiutarlo quando il poeta temeva di perdere il posto al Corriere. E, infine, a Roma, Leo Longanesi, Filiberto Lodi, Cesare Garboli. Tra gli altri ebbe rapporti cordiali con Raffaele Mattioli, il banchiere-umanista  abruzzese, : lo citerà nel romanzo, L’Architetto, come il “il più intelligente e divertente uomo del mondo” e in Vino al vino.
Nel 1927 si laurea in Storia dell’Arte e va a Roma, dove studia con Adolfo Venturi e Pietro Toesca, il maestro di Federico Zeri, instancabile fromboliere di fame usurpate o ipervenerate di critici e storici d’arte(Longhi, Berenson, Argan, Brandi, ecc.).
Nel 1929 con gli amici novaresi Enrico Emanuelli e Mario Bonfantini fonda la rivista “La Libra” e pubblica, a 23 anni, la raccolta di novelle, Salmace(ristampata qualche anno fa da Adelphi), dove in quella omonima riprende il mito di Ermafrodito e della ninfa Salmace, raccontato da Ovidio e, qualche tempo dopo, nel 1918, da Alberto Savinio, felice saccheggiatore della mitologia greca che sin dall’infanzia aveva occupato il mondo delle sue fantasie. Questo libro, nel clima egemone della prosa d’arte e del frammento calligrafico, “in piena depressione post-rondista e neoclassicista(Geno Pampaloni), sconvolge e reca scandalo alla provincia dei “piccoli lettori infastiditi e irritatissimi da elezeviristi… che non sapevano niente”, come ha scritto l’implacabile Alberto Arbasino. Nello stesso anno escono Gli indifferenti di Alberto Moravia. Non è sfuggito all’acume di Cesare Garboli(autore della nota che segue Salmace) che Giuseppe Antonio Borgese, “il più ascoltato e autorevole fra tutti i cerimonieri di allora”, recensì i due libri sul “Corriere della Sera”, a distanza di un mese, rilevando il valore di novità, più riconoscibile negli Indifferenti, più “mascherato” in Salmace, con un Soldati “barbatus da 800”, ma con “una materia torbida e fangosa che c’era e faceva 900”. Borgese è anche il primo a indicare la parentela più giusta, quella di André Gide, l’autore de  I falsari, perforante analista di tortuosità psichiche e di “diplomazie interiori”: un’espressione usata da Guido Piovene nel  libro autobiografico e autocritico, La coda di paglia, incentrato sui suoi compromessi col fascismo. In Salmace, di folgorante bellezza, “uno di quei racconti con cui si è aperto il secolo”(Garboli), scorrono i temi e le costanti di tutta l’opera narrativa di Soldati. L’attrazione del mito di Ermafrodito, simbolo dell’ambiguità, diverrà il motivo ricorrente, la cifra ineludibile di questo scrittore. Soldati sarà narratore sottile, affascinato dalla vita e affascinante nel narrarla, tempestoso e sereno, maliziosamente sapiente del mondo visto come una universale recita, della diplomazia dei sentimenti, dell’intreccio tra verità e menzogna, della doppia faccia delle persone e delle cose. Questo nucleo interiore è il mastice che dà unità narrativa al mondo complesso dei suoi romanzi: La verità del caso Motta, un giallo metafisico: Le due città, contrapposizione balzachiana tra Torino e Roma; i tre racconti o romanzi brevi di A cena col commendatore tra cui La giacca verde, ambientato in Abruzzo(uno dei racconti più belli del nostro 900, con Casa d’altri di Silvio D’Arzo e I pianti della liberazione di Bruno Fonzi); L’amico gesuita, Le lettere da Capri, forse il suo capolavoro, in cui più avvertitamene che altrove il suo razionalismo vacilla dinanzi alle inafferrabili ambiguità del reale; La confessione, un racconto volterriano che mostra come l’educazione religiosa, rigidamente misogina e sessuofoba, conduca l’ossessione del peccato incarnato dalla donna nella trasgressione o devianza più radicale, l’omosessualità; e inoltre La busta arancione, I racconti del maresciallo, L’attore, Il vero Silvestri, L’architetto. Ha scritto Geno Pampaloni, uno degli ultimi grandi critici letterari militanti: «Soldati è scrittore di racconti, che formano un modello personale di diario, diario con personaggi, in cui riversa il suo monologante autobiografismo, tra eredità cattolica e attitudine laica, da cattoilluminista».
Nel ’29 è in America per una borsa di studio. Non gli concedono la cittadinanza e torna in Italia, sposa una sua allieva, Marion Rickelman, viene assunto alla Cines Pittaluga(“Solo che io di cinema non sapevo niente. E non volevo sapere niente. Entrai in studio e per me fu come entrare in Cape Canaveral”). Lavora con Mario Camerini, poi aiuto regista in Acciaio, ma litiga con Pirandello. Accusato del flop del film torna a Torino e collabora a “Il Lavoro” di Genova. Nel ’35 di nuovo a Roma, con Camerini, Blasetti, Castellani, il debutto da regista in Dora Nelson, ispirato a Lubitsch. Dirige 31 film, dal ’36 al ’59, spesso per motivi soltanto alimentari o di controvoglia, viene accusato di calligrafismo, ma Giuseppe De Sanctis, padre del neorealismo, e Jean Cocteau mostrano pubblicamente di apprezzarlo e il Fogazzaro da cui attinge i soggetti ne esce arricchito dello speciale fascino soldatiano. E’ innegabile che il Visconti di Senso abbia dato più di uno sguardo a Malombra e Piccolo mondo antico di Soldati. Ha un amore con Alida Valli(cui telefonerà fino agli ultimi giorni della sua vita), ma sposa in seconde nozze Jucci Kellerman, protagonista di Quartieri alti. Avrebbe voluto girare un film tratto dal suo racconto, La giacca verde, per ripercorrere i luoghi abruzzesi spesso visitati, anche negli anni, dopo l’8 settembre 1943, in cui la guerra aveva sballottato Leone e Natalia Ginzburg a Pizzoli, Leo Longanesi e Steno a Guardiagrele, Corrado Alvaro a Chieti sotto il falso nome di Guido Giorni. Il film fu invece diretto da Franco Giraldi, con Romolo Valli e una splendida, statuaria Senta Berger, solare e misteriosa, teutonica e mediterranea. Soldati apprezzò il film, dicendo al regista:«Il mio film migliore l’hai fatto tu».
Quarant’anni prima di Vittorio Sgarbi e altri, Soldati intuisce l’importanza della televisione, inaugura l’”ospitata” al Musichiere di Mario Riva, diviene popolarissimo con le puntate televisive di Viaggio nella valle del Po alla ricerca dei cibi genuini, poi con Chi legge. In queste sue peregrinazioni per il Belpaese esercita la sua paideia di raffinato delibatore anche sui vini.
Il Soldati di Vino al vino nasce dai tre viaggi enologici e gastronomici nel ’68, nel ’70, nel ’75,  attraverso l’Italia, già da lui percorsa nel 1957 per la prima trasmissione televisiva in 12 puntate, Viaggio nella valle del Po alla ricerca dei cibi genuini, che gli aveva procurato una grandissima popolarità. Le Italie che Soldati perlustra nell’arco di questi anni vanno pertanto dal primo boom economico(genialmente rappresentato da Mastronardi e Bianciardi) al Sessantotto(nell’autunno ’75 viene ammazzato Pasolini), un periodo in cui il Paese subisce trasformazioni profonde, sia strutturali che sul piano del costume. Mario Soldati che nelle sue collaborazioni giornalistiche le registra e ne ricava analisi scavanti, nelle sue esplorazioni di ampelografo invece conserva il piglio pedagogico, la funzione di maieuta che trasmette le sue conoscenze agli italiani, con la curiosità pionieristica e il gusto della scoperta di Pellegrino Artusi e di Antonio Stoppani, inscrivendo il suo diario-catasto di gourmet tra quelli di  Hans Barth, Paolo Monelli, Piero Accolti, Felice Consolo, autore del Dizionario del Gourmet, Viscardo Montanari, Luigi Veronelli, anarchico e filosofo, il padanissimo Gianuin Brera, Folco Portinari. Secondo quest’ultimo né Soldati né Brera si intendevano di vini, o meglio sovrapponevano al piacere di parlare di vini e di cibi il parlare di se stessi, per cui era il loro istrionismo fabulatorio, la loro irruenza verbale, lo stile baroccheggiante e umorale del padano o quello illuminista e limpido di Soldati che divenivano protagonisti delle loro ricognizioni enologiche(tra l’altro, come facessero i due, accaniti fumatori l’uno di pipa e l’altro di toscani, a gustare un barolo o un picolit, una bonarda o uno schioppettino, mantenendo la capacità papillare intatta, rimane uno di quei piccoli misteri all’italiana, una licenza da non sottolineare ai due patriarchi senza venire investiti di una grandine verbigerante). Ma dei succitati cultori dell’arte del vino, enogastronomi e viaggiatori antropologicamente curiosi, divisi tra uzzoli letterari e meditazioni filosofiche, Mario Soldati si distingue per la cifra stilistica che ordina le sue trame narrative come una «festa del racconto», per la giocosità corporale delle sue esperienze, per la ricorrente vena autobiografica(«nessuno sapeva dire io meglio di lui», ha scritto il più appassionato dei suoi esegeti, Cesare Garboli), ma soprattutto per il metodo perseguito, fedele al magistero di Charles Augustin de Sainte-Beuve. In Vino al vino scrive:«Il metodo sainte-beuviano, di immergere il più possibile un’opera letteraria nel suo ambiente e nel suo tempo, è ancora il migliore di tutti i metodi per capirla e gustarla fino in fondo. Tale e quale per il vino(…)Un buon “ritratto di un vino”, come quelli che Sainte-Beuve ci ha dato di tanti letterati e uomini politici, non è ancora stato scritto». Ma lui ci prova, anche se non ignora che quel metodo efficacemente applicabile ai quadri, non lo è per il vino, perché «il sapore del vino è qualcosa che sfugge ad ogni analisi chimico-fisica e ad ogni descrizione di esperti». «Il vino- aggiunge parlando del Gattinara, vino da lui scoperto e polemizzando con Monelli, che lo aveva accusato di confonderlo con il sogno- lo si giudica proprio da questo: che aiuta, nel ricordo o nella speranza, nella riconoscenza o nel desiderio, a sognare. E non si può descrivere il gusto di un vino se non si ricorre in qualche modo al sogno. E siccome il sogno, anche se contiene elementi universali e logici, ha una struttura individuale e irrazionale, bisogna pure che ciascuno si rassegni a descrivere il gusto di un vino partendo da se stesso, riferendo le proprie sensazioni con assoluta sincerità, e confidando che gli altri, al momento buono, provino sensazioni poi non troppo diverse».
Il primo viaggio di Soldati in Abruzzo risale all’autunno del ’70 e si limita a Vasto, la patria di Dante Gabriele Rossetti, Filippo Palizzi e del suo amico, Raffaele Mattioli, dominus della Comit, «protettore dei letterati», visto come un genius loci, che nei suoi conversari parlava spesso del vino cotto abruzzese. E Soldati, che lo ha già assaporato ad Ascoli Piceno(ma quello abruzzese è tutt’altra cosa e sarà l’oggetto di una disputa con Luigi Veronelli) ne parla con Agostino Tessitore e sottolinea la qualità di «specialità casalinga», «tanto più buono quanto più vecchio». Torna in Abruzzo cinque anni dopo, nell’autunno del ’75, e il suo tour è più ampio: la Piana di Navelli, Ofena, Coppìto, Teramo, Miglianico, Guardiagrele, Orsogna, Pescara, Lanciano. I vignaioli, capostipiti o seguaci di tradizioni radicate: Vittorio Janni, don Luigi dei baroni Madonna, Emidio Pepe, Domenico Tenaglia, Maria Gabriella Mezzanotte, Nicola Santoleri, Giuseppe D’Ortona. Sorprende che Soldati non riporti nemmeno il nome di Edoardo Valentini, ma la leggenda di quest’ultimo è legata anche alla sua appartatezza quasi eremitica. I vini abruzzesi che Soldati cita sono i classici(montepulciano, cerasuolo, trebbiano), ma il ricordo più vivo è di un Peligno Bianco, di un Cerasuolo del Cerreto e di una Malvasia secca, ma soprattutto del vino cotto, di cui Domenico Tenaglia dice:«Il Montepulciano d’Abruzzo che oggi tiene banco è un’invenzione recente di dopo la guerra. E prima? Prima si pigiava quello che c’era nelle vigne, un misto di tutte le uve: fra cui, naturalmente, anche il Montepulciano d’Abruzzo. E prima si faceva il vino cotto, il solo che durava qualche anno». Ad un altro interlocutore, Carmine Festa, Soldati assegna la docenza nel cotto:«…di solito, lo si fa nell’anno in cui è nato, oppure sta per nascere, un figlio o una figlia. Poi lo si lascia invecchiare, e lo si beve soltanto quando quel figlio o quella figlia si sposa». Ma il cotto abruzzese, come il clinton veneto, erano proibiti dalla legge, che invece proteggeva il Marsala.
Soldati dilaga sul piccolo schermo e Achille Campanile commenta:«Soldati Mario. Notata la sua assenza dalla trasmissione Previsioni del tempo». Conduce una vita dispendiosa. Fruttero e Lucentini raccontano: «Soggiornava negli hotel di lusso, non guidava e aveva alla porta un taxi o una macchina a noleggio, aveva un guardaroba leggendario. Chi passava da casa sua trovava sempre la tavola imbandita, dozzine di filetti in frigorifero, montagne di frutta lasciate lì, bottiglie pregiate ovunque». Un amante del lusso, del superfluo come d’Annunzio, ma l’Abruzzese era astemio e talora inventava liquori imbevibili.
Camaleontico, istrionico, Soldati incarna ascesi e vizio, conferendo sonorità mitologica anche ai suoi piccoli piaceri: le cravatte, i cappelli, lo scopone, il sigaro toscano, che magnifica con religioso e divertito fervore in un racconto famoso sul “Corriere della Sera”.
Gli piace recitare, sarebbe stato un grande attore ma, a differenza di Pietro Germi, evita di entrare nei suoi film. Montanelli gli dedica un epitaffio:«Qui giace/ l’attore/ che meglio interpretò/ la parte/ di Mario Soldati/ seminarista eretico/ regista fallito/ magnifico scrittore/ decorato del premio Strega/ per l’unico romanzo/ che non gli riuscì». E anche:« Soldati non si veste. Si trucca». Natalia Ginzburg aveva ancor prima scritto che Soldati nei rapporti con gli amici e nelle occasioni ufficiali «recitava, per divertire gli altri e se stesso», ma nei suoi libri «non c’è mai traccia né di simulazione né di sovreccitazione» e la sua prosa è «pacata, chiara, austera e paziente…invisibile come l’acqua o il vetro». La prosa di uno scrittore che si faceva leggere sempre, che non annoiava mai(fedele al monito di Stendhal che al lettore si può infliggere tutto tranne la noia), che rallegrava e turbava, rimanendo a lungo nel ricordo, come il sapore di un cibo o di un vino che si è gustato e di cui è rimasto il desiderio di gustarne ancora. La prosa di un grande scrittore, uno dei grandi italiani del 900, danzante e riflessiva, gaia e iridescente, un modello di limpidezza, un’avventura cattoitaliana(per italiani cioè contaminati dal cattolicesimo, anche quando se ne è ormai lontani) , perché intinta nel dolce del piacere con il retrogusto amarognolo del peccato.


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saggi: autori italiani d'america, nel libro Emigrazione abruzzese - 05:54, 27.3.2008


                L’emigrazione abruzzese e la letteratura
                                di Giacomo D’Angelo
 
La letteratura italiana e l’emigrazione.
Gli scrittori abruzzesi e italoamericani e l’emigrazione.
Scrittori di prima generazione. Pascal D’Angelo, Francesco Ventresca.
La galassia anarchica. Carlo Tresca, Umberto Postiglione, Virgilia D’Andrea, Luigi Meta.
Scrittori di seconda generazione. Pietro Di Donato, John Fante.
All’ombra della libertà. Edoardo Corsi.
Il giornalista inascoltato. Beniamino De Ritis.
L’idealista della rivoluzione. Severino Di Giovanni.
Bibliografia.
Postilla memore.

1.1 La letteratura italiana e l’emigrazione.
Fino agli anni Trenta la “grande tragedia dell’emigrazione, con anni di fame, di sforzi, di incertezza, e di morti e sempre di umiliazioni” (Giuseppe Prezzolini) non ha interessato la letteratura italiana se non marginalmente: un fenomeno curioso anche se imponente, brulicante di suggestioni folkloristiche, con risvolti retorici da melodramma, ghettizzato nelle Little Italy, ma non più di tanto, poco o quasi nulla del suo corredo di drammi sociali, di lutti, di sacrifici, di lotte, di tensione verso l’emancipazione, di partecipazione alla storia dei paesi faticosamente ospitanti. Sono rari i testi letterari ispirati dall’Italian Diaspora. Nel 1880 Antonio Marazzi, liberale e garibaldino, diplomatico a Malta, Tunisi e Buenos Aires, pubblica il romanzo-feuilleton, Emigrati, un’opera sociologicamente rilevante, quasi un archetipo che fa di Marazzi un pioniere di tale letteratura. Nel 1883 Mario Rapisardi compone Emigranti, appena uno scampolo d’attenzione del fecondo poeta catanese, feroce polemista verso Francesco Crispi e Giosue Carducci. Nel 1884 Ferdinando Fontana, esponente della «seconda scapigliatura» milanese», collaboratore della “Farfalla” con Paolo Valera, commediografo dialettale, poeta bizzarro, librettista d’opera e d’operetta, giornalista libertario, scrive New-York , un reportage colorito e spietato verso le contraddizioni e gli aspetti negativi della New York di fine Ottocento e sul destino degli emigrati: quello dei cenciaioli, degli spazzaturai, ma anche dei primi commercianti, con notazioni razzistiche quando scrive della “razza più eletta dell’umanità” -quella italiana-, costretta a lustrare le scarpe al “negro”, appartenente a “una delle razze meno atte alle concezioni nobili e grandi, più refrattarie, anzi, ad ogni incremento di progresso civile”. Nel 1888 il meridionalista Francesco Saverio Nitti, futuro presidente del Consiglio, scrive il saggio L’emigrazione italiana ed i suoi avversari. Nel 1892 esce a Milano Un Italiano in America di Adolfo Rossi, emigrato per scelta di vita a New York, divenuto redattore de “Il Progresso Italo-Americano”, poi al rientro in Italia collaboratore de “Il Messaggero” e del “Corriere della Sera” e componente del Commissariato per l’Emigrazione su invito del governo italiano. Nel 1896 il poeta Berto Barbarani pubblica la poesia in dialetto veronese, I va in Merica. Più ricco il taccuino di titoli sull’emigrazione di Edmondo De Amicis che, dopo la poesia Gli emigranti (1881), il racconto Dagli Appennini alle Ande nel libro Cuore, da un viaggio su una nave carica di 1600 emigranti, diretti in Uruguay e in Argentina, ricavò Sull’oceano (1889), In America (1897). Sull’oceano, «il solo romanzo italiano che affronti il tema dell’emigrazione» , fu un successo di ristampe dopo il trionfo di Cuore (trecento edizioni in diciotto anni), ebbe lettori entusiasti, da Filippo Turati che in carcere lo alternava ai romanzi di Hugo e di Zola, a Benito Mussolini che lo definì «un libro completo». In quel periodo all’estero il De Amicis era conosciuto più di Verga e di D’Annunzio, apprezzato da Fogazzaro e Giacosa, mentre Enrico Nencioni scomodava i nomi di Heine, Coleridge, Hugo, Byron: soltanto Carducci storceva snobisticamente il naso («Edmondo da i languori/ il capitan cortese») e Benedetto Croce più tiepidamente lo considerava l’aedo delle «lettere oneste». La succitata affermazione di Folco Portinari sarà giudicata «perentoria» e «non accettabile» da Francesco De Nicola (introduzione a Sull’oceano, Mondadori, Milano 2004). Nel 1898 va in libreria un ponderoso libro di 438 pagine, L’Europa alla conquista dell’America Latina, piuttosto approssimativo nella geografia e nell’ortografia (vi si parla di “ciociari dell’Abbruzzo”), del giornalista veneto Ferruccio Màcola, che uccise in duello Felice Cavallotti e morì suicida. Nello stesso anno Giuseppe Giacosa dà alle stampe Impressioni d’America, che alterna galanterie ditirambiche per le donne americane e rappresentazioni accascianti degli italiani: «Dal vestire, al cibare, all’alloggiare, la plebe italiana di New York e di Chicago dà spettacolo di una così supina rassegnazione alla miseria, di una indifferenza così cinica rispetto ai beni e ai godimenti della vita, che ha solo riscontro, in peggior grado, diciamolo, nei cinesi». Nel 1899 L’America Vittoriosa di Ugo Ojetti, anch’esso critico della civiltà americana. Dei grandi artisti di fine 800 soltanto Giovanni Pascoli, in coerenza con il suo giovanile socialismo umanitario, si occupò degli emigrati: dal discorso La grande proletaria si è mossa a Italy (Primi poemetti), a Pietole (Nuovi poemetti). Nel 1911 America vissuta della scrittrice fiorentina Amy Allemand Bernardy, lettrice di italiano allo Smith College di Northampton, «la sola italiana di quel tempo -secondo Prezzolini- che si accorse del fenomeno dell’emigrazione italiana, di cui non avevano coscienza allora che pochi giornalisti, pochissimi parlamentari». Sulla scia del Pascoli poesie di Severino Ferrari, di Ada Negri (la maestrina di Lodi amica di Turati e di Mussolini), di Dino Campana che era emigrato in Argentina e in Uruguay. Alcune novelle di Luigi Pirandello, Luigi Capuana con il romanzo Gli americani di Ràbbato (1909). L’abruzzese Nicola Moscardelli si ispira per la sua poesia Emigranti ai compaesani della natia Ofena , che vedeva partire per terre lontane. Nel ’28 Emigranti di Francesco Perri, America primo amore (1935) di Mario Soldati, Peccato originale (1954) e Biglietto di terza (1958) del molisano Giose Rimanelli, deciso a tornare in Italia («…prima che l’ottobre finisca e l’ultima foglia sarà caduta dagli alberi, io riprenderò il mare per l’Europa» è l’epilogo di Biglietto di terza) ma poi resterà, dividendosi tra Canada e Stati Uniti, Noi lazzaroni di Saverio Strati (1970), I quattro camminanti. Stampa d’epoca (1991) di Rodolfo Di Blasio, i racconti Di corno o d’oro (1993) e l’affresco struggente Quando Dio ballava il tango (2002) di Laura Pariani, Ninna nanna del lupo (1995) di Silvana Grasso, Parenti lontani (2000) di Gaetano Cappelli, il bellissimo Vita di Melania Mazzucco (2003), Pane amaro di Elena Giannini Belotti (Rizzoli 2006).
L’elenco è fino agli anni trenta il meno possibile lacunoso, poi soltanto indicativo. Per motivi di spazio rimangono fuori libri importanti di scrittori e giornalisti famosi (Guido Piovene, Ennio Flaiano, Pier Antonio Quarantotti Gambini, Goffredo Parise, Mario Rigoni Stern, Aldo Rosselli, Giuseppe Antonio Borgese, Paolo Milano, Luigi Barzini jr., Manlio Cancogni, ecc.), che sono tuttora reperibili in libreria.

1.2 Gli scrittori abruzzesi e italoamericani e l’emigrazione.
La produzione letteraria degli emigranti italiani in tutto il mondo si concentra in pochi paesi: più precisamente, per le conoscenze finora raggiunte, è stata espressa in prevalenza dagli italiani giunti negli Stati Uniti. Ma fino agli anni ’40 del 900 le notizie che si avevano degli scrittori italoamericani erano frammentarie, circoscritte ai lettori di alcune riviste di taglio letterario e frondiste verso il regime (“Omnibus” di Leo Longanesi, che vive dal ’37 al ’39, “Oggi” di Mario Pannunzio e di Arrigo Benedetti, dal ’37 al ‘42), diffuse da Elio Vittorini con la sua antologia Americana e da editori come Bompiani con best sellers d’oltreoceano (Cristo fra i muratori di Pietro Di Donato). Soltanto Giuseppe Prezzolini, nelle sue corrispondenze dall’America per vari giornali, poi confluite in libri che resistono al tempo (ripescati parzialmente da editori meno distratti), aveva fornito con puntualità certosina e con ricchezza di dati un’informazione molecolare, sia pure con riserve critiche spesso ingenerose e con venature classiste. Prezzolini ha svolto un ruolo di apripista, di pioniere, di avvertito mediatore culturale tra gli Stati Uniti e l’Italia e negli anni 30 guiderà la Casa italiana della Columbia University con iniziative culturali ed educative che attenuano l’attività di propaganda e di mobilitazione ideologica, anche se «con la preoccupazione costante di evitare conflitti aperti con il governo americano nei momenti di maggior tensione provocati dall’espansionismo- ad esempio, in occasione della guerra d’Etiopia» . L’altro traghettatore della cultura americana in Italia, Emilio Cecchi, pontefice della critica letteraria con Pietro Pancrazi dalla terza pagina del “Corriere della Sera”, nel suo resoconto per molti versi illuminante di America amara (1939) aveva dimenticato i connazionali e in Scrittori inglesi e americani (nel ’35 la prima edizione, nel ’62 quella definitiva) era stato severo con scrittori come John Fante e Arturo Giovannitti.
Anche gli inviati dei grandi quotidiani (Gian Gaspare Napolitano, Luigi Barzini jr, Guido Piovene, Luigi Barolini, Carlo Linati, l’abruzzese Ermanno Amicucci, recatosi a New York per studiare le nuove tecniche del giornalismo, che applicò come direttore della “Gazzetta del Popolo” di Torino, trasformandolo nel più “moderno” dei quotidiani italiani negli anni 30) avevano ignorato la letteratura italoamericana, pur scavando coloristicamente nell’underworld e nel folklore delle Little Italy, ma va ricordato che negli anni del fascismo la politica del regime orientava e condizionava un’informazione dimidiata e nel secondo dopoguerra i giornali di sinistra non avevano corrispondenti negli USA per la legge Mc Carran che vietava l’ingresso ai filocomunisti o presunti tali: l’Unità, quotidiano del Partito Comunista Italiano, soltanto verso gli anni 80 aprì una sede a New York con Alberto Jacoviello, il primo giornalista comunista occidentale ad avere il visto d’ingresso.
Nell’ultimo trentennio il silenzio sulla grandiosa ma non conosciuta epopea dell’emigrazione italiana si è diradato per merito di vari studiosi, ma soprattutto per un grande evento letterario: la pubblicazione dei due volumi di Italoamericana dell’americanista Francesco Durante , un’opera che ha richiesto nove anni di ricerche nelle sedi più ufficiali, in una settantina di biblioteche piccole e grandi, in fondi privati, dove l’autore ha dovuto fronteggiare una miniera di materiali di «faticosissima consultabilità», largamente inediti, dispersi qua e là, trascurati e snobbati dagli studiosi, estremamente vari «per livelli, registri, contesti storici e ambientali», convivendo con la polvere, le muffe, i giornali che si sbriciolavano tra le mani e i topi, critici rodenti, come sapeva Karl Marx. Quando nel 2001 è uscito il primo volume dell’opera di Durante, Robert Viscusi, docente di letteratura americana all’Università di New York e presidente dell’Associazione degli scrittori italoamericani, lo ha salutato come «una bomba atomica nel campo degli studi italoamericani».
La presenza abruzzese nel panorama italoamericano, cospicua per autori e per testi, attraversa le fasi fatidiche e i passaggi generazionali dell’emigrazione dagli «scrittori genericamente etichettati come ethnic writers, e dunque classificati come autori di “sottoprodotti” letterari, vicari alla produzione egemonica del paese in cui furono pensati e scritti» agli scrittori che «appartengono alla letteratura americana per scelta linguistica e per modelli o referenti letterari», come scrive Claudio Gorlier a proposito di John Fante e di Don De Lillo, d’origine molisana. Resta comune agli scrittori di prima e di seconda generazione il tema dell’emarginazione, più acuto nei primi, smarriti nel contatto con una civiltà che frappone ostacoli linguistici e sociali, ancorati al ricordo della propria terra e insieme ansiosi di integrarsi alla nuova in cui vivono, ma non meno lacerante in quelli di seconda generazione, per i quali «questo senso di fedeltà è accompagnato da un conflittuale desiderio di americanizzazione…un desiderio di fondersi in quel melting pot che annulla le differenze e che rende tutti -almeno idealmente- americani allo stesso modo» . Ma il tasso di abruzzesità più alto caratterizza gli scrittori anarchici, che da soli restituiscono una temperie di storia e di leggenda, meritevole di un libro a parte (in gran misura già delineato con scelte preziose da Francesco Durante). La battaglia antifascista, negli anni in cui l’amministrazione americana accordava una larga tolleranza alle organizzazioni e alla stampa filofascista (“Il Grido della Stirpe”, “Il Carroccio”, “Giovinezza”, “Il Progresso italo-americano” di Generoso Pope, “Il Corriere d’America” diretto da Luigi Barzini, “Il Bollettino della sera”), era sostenuta da giornali socialisti (“Il Lavoratore”, “Il Nuovo Mondo” diretto da Vincenzo Vacirca, “La parola del popolo”) e anarchici (“Germinal”, “Emancipazione”, “Il Martello”, “L’Adunata dei refrattari”), in cui Carlo Tresca ha un ruolo di protagonista, insieme con i corregionali (Postiglione, D’Andrea, Meta). È certamente arduo riordinare la sterminata colluvie di articoli e saggi degli scrittori libertari, ma un’antologia degli scritti più significativi potrebbe costituire uno strumento importante per conoscere un periodo storico, per lo più ignorato, rimosso o disperso nella nebbia delle interpretazioni ideologiche e propagandistiche.  

1.3 Scrittori di prima generazione.
Pascal D’Angelo.
Slanci e scelte comuni si ravvisano nel percorso artistico, nell’educazione sentimentale di Pascal D’Angelo e di Francesco Ventresca, due nativi di Introdacqua, la cui vita inizialmente richiama il Martin Eden di Jack London, anche se D’Angelo visse drammaticamente e morì quando forse poteva assaporare la sua sofferta integrazione.
Chi rivelò agli italiani Pascal D’Angelo fu Giuseppe Prezzolini, instancabile esploratore della italoamericanità, che in una corrispondenza del ‘34 (raccolta in America in pantofole , con quelle inviate dal ‘45, quando divenne collaboratore de “Il Tempo”, quotidiano romano fondato e diretto da Renato Angiolillo), si occupò di alcuni scrittori italiani di origine italiana: Emanuel Carnevali, Pascal D’Angelo, Michele Allinari, Antonio Calitri, Angelo Patri, Edoardo Corsi, Silvio Villa, Luigi Forgione, Garibaldi M. La polla, Pascal D’Angelo -scrive Prezzolini- «fu scoperto in un concorso di poesia dal più famoso dei critici americani, Carlo Van Doren. Era un semplice manovale, abituato a lavorar col piccone e colla pala, al quale una biblioteca locale aveva rivelato gusto per la parola (studiava sul dizionario inglese e si divertiva poi a sbalordire i compagni americani) e per le immagini» . È proprio Carlo van Doren, nella prefazione a Son of Italy di D’Angelo, a narrare che fu raggiunto alla redazione di “The Nation”, di cui era redattore, da una lettera, un «grido disperato» che infranse il suo scetticismo e lo spinse a scrivere: «Dagli altipiani abruzzesi non è arrivato un altro bracciante, né un altro imprenditore e nemmeno un ennesimo uomo politico, bensì uno di quei figli di Ovidio della cui fama risplende ancora l’antica Sulmona» .
Pascal D’Angelo emigra sedicenne con il padre pastore e contadino dal suo paese («il villaggio dove sono nato il 20 gennaio del 1894 è un gruzzolo di case di pietra a poca distanza da Introdacqua e non lontano dalle antiche mura di Sulmona») perché l’America è l’unica via d’uscita «ai ricchi latifondisti, all’incubo della siccità e alla minaccia della carestia». L’Abruzzo magico e povero resterà il suo paysage d’âme, il centro del suo mondo onirico-sentimentale: «Noi gente delle alture abruzzesi apparteniamo ad un’altra genìa. Gli abitanti delle pianeggianti distese di Lazio e Puglia, mete invernali delle nostre transumanze, ci considerano poeti e veggenti. Crediamo nei sogni. Le nostre strade sono popolate da esseri strani la cui esistenza -noi siamo convinti- vacilla tra realtà e fantasia. Abbiamo uomini in grado di predire il futuro e vecchie indovine senza tempo che custodiscono i segreti della montagna e, salvo il malocchio, sanno curare qualunque male mormorando versi» . Ma l’America non è una scelta né per i D’Angelo di Introdacqua né per i milioni di italiani, soprattutto delle regioni meridionali, da cui prendeva avvio l’esodo biblico degli emigranti ai primi del 900, che si ripartiva in due rami: «Chi aveva più denari andava nell’America Latina, perché lì le prospettive economiche erano migliori, più facili la lingua e l’ambientazione, maggiore il numero dei compaesani…Chi aveva poco denaro andava negli Stati Uniti, perché il biglietto costava meno, perché era più facile trovare lavoro nell’industria- e questo voleva dire denaro subito, paga settimanale»  .
Nell’unico libro lasciatoci (con alcune poesie pubblicate in riviste varie), Pascal D’Angelo snoda la sua autobiografia, dai ricordi dell’infanzia in Abruzzo alle traversie dei suoi sfortunati e massacranti lavori in America, alla conquista dell’inglese da fantasioso autodidatta («Un giorno mi comprai un piccolo Webster -di seconda mano, se non di terza- tutto consunto, per un quarto di dollaro. Tuttavia per quel prezzo credevo di aver trovato un tesoro. Cominciai a impararmelo a memoria»), alle prime «spiritosaggini» in inglese con cui si confrontava con altri operai, alla sua ostinata e dolente odissea di aspirante scrittore, che ha sorprendenti consonanze con Fiorirà l’aspidistra di George Orwell.
Nello scritto innanzi citato di Luigi Fontanella, docente della State University di New York e direttore della rivista di poesia “Gradiva”, il «caso letterario» di Pascal D’Angelo (e di John Ciardi) rientra in un fenomeno di sociologia, quasi di «letteratura aggiunta», che, «piuttosto che essere considerata naturale componente del plurilinguismo espressivo americano, è stata spesso svilita o vista con occhio discriminante, benché ben camuffato dietro una benevola disposizione da parte dell’establishment letterario nord-americano». Si sarebbe prodotta un’autoghettizzazione letteraria, perché questi «scrittori espatriati hanno fatto quasi esclusivo oggetto letterario delle loro opere la propria biografia di emigrati diseredati».
Il libro di Pascal D’Angelo viene pubblicato nel 1924, lo recensiscono critici di importanti giornali (“New York Book Review”, “Saturday Review of Literature”, “New York Evening Post”) e l’autore sarà cooptato nelle letture in pubblico di Sinclair Lewis, premiato col Nobel nel ’30: divertirà il pubblico con i suoi «blatherskite», giochi di parole nonsensical tra slang e idiomi inventati, alla maniera dei futuristi o, perché no? della lingua «transmentale» di Chlébnikov. Son of Italy nella rappresentazione dell’America della grande depressione anticipa di 15 anni Furore di John Steinbeck.
È finalmente il successo, ma Pascal D’Angelo, «mite e idealista com’è, non saprà approfittare» (L. Fontanella). Morirà solo e povero a New York nel 1932, a 38 anni.


Francesco Ventresca.
Il suo compaesano, Francesco Ventresca, sembra posseduto dal demone del poliglottismo, ansioso di misurarsi con la biblica babele per opporle non un linguaggio universale, un volapük ecumenico, ma la conoscenza di tutte le lingue umane. Un cittadino del mondo che tenta non solo metaforicamente di annullare i confini della comunicazione fra gli uomini. Pur provenendo da una famiglia numerosa e non benestante, emigrò a 19 anni, sbarcando a New York in un fatidico 1° maggio 1891, spinto non dal bisogno ma dal suo icarismo di ulisside. L’incipit della sua vita nova americana (la citazione dantesca è il titolo del terzo capitolo delle sue Personal Reminiscences) fu l’acquisto di una grammatica inglese -come Pascal D’Angelo per il dizionario-, poi l’iscrizione alla Northern Indiana Normal School, il ritorno in Italia, il grand tour per le città d’arte, Parigi, dove visse facendo vari mestieri, la Germania, l’università di Friburgo per quattro anni come docente di tedesco, il ritorno in America, la laurea a Chicago. Fu quindi insegnante di lingue moderne in varie scuole e interprete presso i dipartimenti della Marina, della Guerra e del Tesoro degli Stati Uniti, a conferma della considerazione pubblica raggiunta. Intraprese anche studi di filologia romanza e germanica e fu Professore emerito di Lingue europee. Nel 1937 scrisse la sua autobiografia, Personal Reminiscences of a Naturalized American, dove si legge: «Da quel momento in poi io non vivevo più con i miei compatrioti che col corpo, ma non col cuore e con la mente. Mentre essi chiacchieravano e giocavano e qualche volta bestemmiavano, io ero intento a legger le mie lezioni d’inglese ad alta voce e a consultare nel dizionario le definizioni delle parole. I miei conterranei mi guardavano e mi guardavano e alla fine uno disse: “Cecco, se tu continui a quel modo, diventi presto pazzo…». La predizione non mi spaventò. E continuai a leggere e leggere…» (traduzione di Giuseppe Prezzolini). Secondo Marilena Giammarco  e Francesco Durante, forse fu l’esempio del compaesano D’Angelo ad indurre Ventresca a scrivere il racconto della sua esistenza.
I due emigranti di Introdacqua, il «figlio d’Italia» e l’inesausto globe trotter, rappresentano al di là del valore e della novità delle loro memorie un simbolo di abruzzesità, la dove s’intenda con tale categoria o tipicità una concezione “alta”, quasi religiosa dell’esistenza, un senso profondo del dovere, un afflato verso la società, una proiezione della missione(Bestimmung) del dotto, lo stigma di un popolo che non entrò mai nei libri paga della mafia o di organizzazioni criminali, né rimase coinvolto in episodi di violenza familista o di clan. Alla domanda sulla forte presenza abruzzese e molisana nella sua Italoamericana, Francesco Durante, in un’intervista su un quotidiano abruzzese  , ha risposto: «Come mai non me lo so spiegare in termini razionali, la mia ipotesi è che l’Abruzzo e il Molise, pur essendo due delle regioni più eccentriche rispetto alla cultura meridionale erano anche quelle che avevano un’identità più forte. Non voglio dire che erano più svegli degli altri italiani. Ma sono regioni più “serie” delle altre del sud. Insomma sono sempre stati considerati un po’ i polentoni del sud, gente quadrata, abituata a lavorare duramente». L’affermazione di Durante richiama quella del famoso scrittore e giornalista sportivo, Gianni Brera, lombardo di San Zenone Po, secondo cui gli «abruzzesi assomigliano ai lombardi: un po’ ciula, ma onesti e gran lavoratori». Escludeva dalla sua classifica il Vate di Pescara, che però infaticabile lo era, capace di rimanere nella sua “officina” fino a dodici ore filate, in questo simile ad abruzzesi illustri, noti anche come infaticabili stakanovisti: Benedetto Croce, Raffaele Mattioli, il banchiere-umanista di Vasto, don Giovanni Minozzi, fondatore delle Case del Soldato, Cesare De Lollis, filologo insigne, Edoardo Corsi.


1.4 La galassia libertaria (Carlo Tresca, Umberto Postiglione, Luigi Meta, Virgilia D’Andrea). 
Gli italoamericani furono soprattutto grafomani, graforroici, smisurati nell’uso della scrittura come mezzo espressivo. Scrivere fu un necessità di massa, una seconda natura, un vizio blandito e ostentato, tra le pratiche più coltivate, le direzioni più eclettiche e gli sperimentalismi più fantasiosi. L’esito non poteva che produrre una stupefacente fioritura di giornali «coloniali» (almeno 500 quelli anarchici tra il 1870 e il 1940, di cui 100 quelli italiani, tra i più attivi, la tiratura era a volte di poche centinaia di copie, più spesso di migliaia), centinaia di poeti, veri e propri fenomeni di fertilità produttiva, come ad es. il lucchese Bernardino Ciambelli, «fabbricante di romanzi popolari -ha scritto Giuseppe Prezzolini- tipo Carolina Invernizio», «una specie di Omero americano»  , un monstrum di facilità scrittoria alla Orio Vergani e alla Honoré de Balzac messi assieme: era «capace di buttar giù in una nottata, dalla prima all’ultima scena, un drammone di cinque atti, di scrivere un intero romanzo dei più sensazionali o di riempire di materiale freschissimo tutte le colonne di un giornale di otto pagine», come scrisse Adolfo Bosi nel 1925 in Cinquant’anni di vita italiana in America. Prezzolini inoltre racconta che Ciambelli «lavorava sera per sera, e dimenticandosi talora di aver fatto morire un suo eroe il mese prima, veniva assalito da epistole dei suoi numerosi lettori, e doveva poi riparare con qualche straordinaria trovata di colore pseudo scientifico o con qualche toppa miracolosa» . Tra i più fluviali, perché necessitati da motivi di militanza ideologica e di attività politica, gli anarchici, i socialisti, gli antifascisti, i sostenitori del governo di Mussolini. Francesco Durante nel suo fondamentale Italoamericana, volume secondo, che ha il merito di aver fatto emergere una messe sterminata di materiali, li ha raggruppati in una avvincente sezione, la più gremita di personalità e di relazioni umane, che rappresenta un libro nel libro, uno scavo quasi archeologico della storia del movimento anarchico italoamericano negli USA, particolarmente significativa perché interessava un mondo a parte, una società separata e sostanzialmente alternativa al resto delle altre comunità degli immigrati, con riti e costumi e valori da «unique subculture», come ha scritto Nunzio Pernicone, lo studioso più agguerrito dell’anarchismo italoamericano. Nella milizia anarchica italoamericana, soprattutto negli anni che vanno dalla fine ’800 al processo di Sacco e Vanzetti del 1927, confluiscono attese millenaristiche, tentativi di costruzione di una vita diversa, il rifiuto del potere statale e politico e sindacale, l’antiautoritarismo, l’ateismo, il distacco dai miti marxisti e leninisti, l’attesa rivoluzionaria della palingenesi, la fede nell’uomo nuovo. Nell’incandescente laboratorio di pensiero, di operosità, di riflessione critica e di slancio ideale si distinguevano, secondo Paul Avrich, grande storico dell’anarchia (autore anche di Anarchist voices, 200 interviste ad anarchici di tutto il mondo), quattro filoni ideologici: gli anarco-comunisti o galleanisti, con esponenti come Luigi Galleani, «la più importante (con Tresca) personalità del movimento anarchico italiano negli Stati Uniti»  , Sacco, Vanzetti, oppositori dell’idea statale e della proprietà privata; gli anarco-sindacalisti, disposti a collaborare con il sindacato, con Carlo Tresca come rappresentante più seguito; gli anarco-individualisti, nichilisti (un loro giornale era «Nihil»), fautori dell’impresa solitaria; gli anarchici che si rifacevano alle idee di Errico Malatesta, il più popolare dei «cavalieri erranti», per usare le parole di Pietro Gori nella sua celebre canzone Addio Lugano bella.
 
Carlo Tresca.
Il personaggio che «sovr’altri come aquila vola», l’eroe romantico più alonato di mito, la leggenda vivente si incarnò in Carlo Tresca. John Dos Passos, il grande scrittore americano, che nel romanzo Millenovecentodiciannove aveva maltrattato l’Italia, conosciuta da soldato nella Grande Guerra con Hemingway e la «gang letteraria» degli ex studenti dell’Università di Harvard , non solo dichiarerà la sua ammirazione «per la nuova spregiudicata mentalità italiana quale la incarnava ai suoi occhi l’anarchico Carlo Tresca», ma, a Glauco Cambon, suo traduttore italiano, diceva in uno scambio epistolare che nel romanzo, La riscoperta dell’America , si era ispirato a Carlo Tresca per la figura di Nick Pignatelli, così come il processo dei due anarchici Sabatini adombrava quello di Sacco e Vanzetti. Tresca fu una santabarbara di istinti ribelli, un vulcano di passioni libertarie, un polemista implacabile che non aveva timore di nessuno, nemico del «barsottismo» (ossia la difesa dell’italianità e la cura dei propri interessi, secondo la filosofia e la pratica «coloniali» di Carlo Barsotti, fondatore del quotidiano «Il Progresso Italo-Americano», un organo di promozione smaccata della persona e degli interessi economici del proprietario), irridente con i potenti e anticonformista con i compagni di lotta, avverso a tutte le dittature e ai doppiogiochisti, che si divideva tra uno sciopero e un arresto, duro anche con gli ex compagni come Domenico Trombetta, ex anarchico, fondatore di un giornale filofascista, “Il Grido della Stirpe” (che Tresca ribattezzò in “Grido della Trippa”). Un personaggio di straordinaria forza morale, dotato di una incontenibile carica vitale, disinteressato e battagliero come pochi, a rischio dell’isolamento, libero dai ceppi delle ideologie e delle religioni, immune da settarismi, un «ribelle senza uniforme» (Max Nomad), un leader naturale capace di mobilitare masse di operai, un giornalista radical che con “Il Martello” -da lui fondato- seppe indirizzare i lavoratori italoamericani verso la militanza sindacale. Una straordinaria figura che ha trovato una biografa «splendida» (Martino Marazzi) in Dorothy Gallagher, che nel 1988 ha scritto All the Right Enemies. The Life and Murder of CarloTresca, non ancora tradotta in italiano, e la storica Elisabetta Vezzosi con la relazione, Carlo Tresca tra mito e realtà a 50 anni dalla morte, tenuta a Sulmona nella “Giornata della memoria”, il 20 maggio 1994. Oltre che nel romanzo succitato di John Dos Passos, Tresca entra in altri due romanzi: in Night Search (Ricerca nella notte, 1965) del suo amico Jerre Mangione, dove è Paolo Polizzi, il protagonista, e in The Grand Street Collector di Joseph Arleo (1975).
L’autobiografia di Carlo Tresca, a lungo inedita, ha avuto un itinerario rocambolesco come la vita del suo autore, anche se era possibile consultarla come dattiloscritto (il manoscritto fu sequestrato dalla polizia) nella New York Public Library, poi è stata pubblicata nel 2003 a New York e nel 2006 in Italia, con introduzione e note di Nunzio Pernicone, in una costosa e scadente edizione, la cui «stupefacente sciatteria grafica e tipografica» ha lasciato di stucco qualche studioso come Martino Marazzi  . Ispirata o dettata da Tresca, che non aveva una padronanza dell’inglese (fluente ed efficace nei comizi, risentiva della mancanza di basi nello scritto), l’autobiografia fu scritta da Max Nomad, che per suo conto ha abbozzato una biografia (Carlo Tresca. Rebel without Uniform, 1951), il cui dattiloscritto giace per ora nel buio di un sottoscala della Facoltà di Magistero dell’Università di Firenze.
L’autobiografia si limita alla prima parte della vita di Tresca: l’infanzia e l’adolescenza a Sulmona (dove era nato il 9 marzo 1879), il suo tentativo di seguire le “Camicie Rosse” di Ricciotti Garibaldi in Grecia, ostacolato dalla madre (che «era solita dire: “Carluccio! Che ragazzo scaltro e discolo! Non so se gli voglio tanto bene perché è così discolo o perché è così scaltro!”»), il «seme della rivolta» verso la severità del padre, gli scherzi a scuola da “enfant terrible” (così intitola un capitolo), il precoce dongiovannismo sperimentato con la baronessina Alessandrina Sardi, la rovina finanziaria del padre, la Scuola Tecnica e la rinuncia all’università, il sindacato dei ferrovieri, l’iscrizione al Partito Socialista, le prime battaglie politiche a favore dei contadini, la rivalità con Filippo Corsi, deputato repubblicano, padre di Edoardo, che Tresca conoscerà in America. I primi discorsi, la bocciatura per motivi politici al concorso truccato, la direzione del giornale socialista “Il Germe”, in cui non risparmia critiche ai notabili politici e al clero sulmonesi, il primo arresto, le prime condanne «per diffamazione continua e aggravata a mezzo stampa». Poi Milano, la Svizzera, dove conosce Mussolini a quel tempo ancora socialista e ateo, che lo accusa di non essere «sufficientemente pervaso di spirito rivoluzionario». Emigra negli Stati Uniti dove raggiunge il fratello Ettore, dirige l’organo socialista “Il Proletario”, decide di affiliarsi agli Industrial Workers Of The World (I.W.W.), fonda due giornali (“La Voce del Popolo”, “La Plebe”), sui quali attacca le agenzie di collocamento, «trappole per lavoratori ignoranti». I suoi articoli polemici inducono il Governo Italiano a istituire a New York una «libera agenzia di collocamento, sotto la supervisione e la guida di un funzionario molto abile e coscienzioso». Altro suo bersaglio è la tratta delle bianche, «traffico rivoltante e criminale» in cui è interessato Carlo Barsotti, direttore del “Progresso Italo-Americano” e banchiere, «proprietario di un bordello situato nella parte più bassa della Bowery a New York, naturalmente egli era anche membro della chiesa locale, attivo e intraprendente promotore di missioni religiose e di opere di carità». La sua bestia nera erano i “prominenti”, la “camorra coloniale”, il clero cattolico e i «Reali Consoli Italiani, rappresentanti del governo italiano, di norma sanguisughe sempre a caccia di sangue fresco, esigendo tasse esorbitanti, vendendo a vario prezzo le esenzioni dal servizio militare in Italia e divorando qualunque somma fosse depositata presso di loro quale risarcimento per la morte di un parente nell’esplosione di una miniera e per incidenti in genere. Non erano diversi dalle iene».  Ma è ai grandi scioperi che dedica tempo, passione e impegno politico. Nel 1912, a Lawrence, nel Massachussets, sciopero generale («una pietra angolare nella storia sindacale americana») gestito dagli I.W.W. e guidato da due agitatori italiani: Joseph J. Ettor e Arturo Giovannitti, molisano, poeta. In quell’occasione viene sfregiato al volto e conosce Elizabeth Gurley Flynn, organizzatrice dell’I.W.W., la «Giovanna d’Arco d’America», con cui intesse una storia d’amore, leggendo Le vergini delle rocce di D’Annunzio, che con Silone era tra gli autori prediletti da Tresca (andrebbe analizzata l’influenza su Tresca e altri agitatori di D’Annunzio, stimato da Lenin come rivoluzionario e rappresentato dalla studiosa del futurismo, Claudia Salaris, quale anticipatore di tutte le avanguardie del «secolo breve» ). Ma delle sue esperienze sentimentali nemmeno un cenno: Tresca nel suo memoir non parla nemmeno della moglie Helga, della figlia Beatrice, di Margaret De Silver, la compagna dei suoi ultimi anni. Nel 1913 sciopero dei tessili a Paterson, nel New Jersey. Nel 1916 sciopero nelle miniere di ferro del Mesata Range, nel Minnesota. Tresca è sempre in prima fila, ubiquo e instancabile, preso di mira dalla violenza sistematica della polizia (arrestato e condannato 36 volte) e dalle fucilate dei Black Cossacks della Pennsylvania. Nell’autobiografia ricorda l’incontro con John Reed, che sarà famoso per il resoconto della Rivoluzione bolscevica, I Dieci Giorni che sconvolsero il Mondo (1917), e con John Terraciano, un contadino di Sulmona, un tempo con lui a sfilare con le bandiere rosse, ora, benestante in America, con idee politiche diverse, desideroso solo di rivedere il suo Carluccio.
L’autobiografia di Tresca s’interrompe al ’17. Nello stesso anno fonda “Il Martello”, su cui sostiene la causa di liberazione di Sacco e Vanzetti, dividendo con “L’Adunata dei Refrattari” di Luigi Galleani il favore degli anarchici italoamericani: ha come collaboratori il disegnatore Giuseppe Scalarini dell’“Avanti!”, Upton Sinclair, Paolo Valera, Ignazio Silone, Mario Mariani, Ernesto Valentini. Sul giornale attacca i Savoia, il Vaticano, ma soprattutto il fascismo: le camicie nere spesso visitavano con delicatezza squadristica la redazione, ricambiate dalle azioni di disturbo di Tresca e altri militanti dell’antifascismo nelle adunate della Fascist League of North America.
Un pittoresco ritratto di Tresca lo ha schizzato Giuseppe Fiori : «Le sue grandi passioni erano: stuzzicare i preti, deridere i fascisti, ingurgitare spaghetti, tracannare vino e cambiare spesso l’amante». Si avvicina al Communist Party of America ma la politica di Stalin e il tradimento comunista verso gli anarchici nella guerra di Spagna ne fanno un accanito antistalinista. Entra nella “Mazzini Society”, chiede l’espulsione di fascisti e comunisti, è segretario dell’Alleanza Antifascista del Nord-America.
Nella notte dell’11 gennaio 1943, Carlo Tresca viene ucciso da un colpo di pistola mentre esce dal suo ufficio di New York. Un delitto misterioso, attribuito ai comunisti, ai fascisti, alla mafia, a Generoso Pope, editore del “Progresso Italo-Americano”, che Tresca aveva più volte attaccato, definendolo “Re della Sabbia e Ghiaia” e poi «racketeer e gangster, quadrupede anafalbeta…vanitoso ignorante e presuntuoso…somaro indorato» (“Il Martello”, 14 novembre 1934). Una commissione di amici di Tresca e di intellettuali americani, tra cui John Dos Passos, indaga per dieci anni, rivolgendo una petizione a Fiorello La Guardia, sindaco democratico di New York, ma invano, anche per l’indifferenza del Dipartimento di Giustizia. Il giudice istruttore Louis Pagnucco mirava a incriminare Vittorio Vidali, il leggendario Comandante Carlos delle Brigate Internazionali, il comunista triestino indicato anche come assassino di Trotzkji, versione ripresa anche in questi ultimi anni da Oreste Del Buono e Giorgio Boatti sulla “Stampa”, Antonio Monda sulla “Repubblica”, Francesco Durante sul “Centro”, dimenticando o ignorando che un amico di Tresca, lo scrittore Ezio Taddei, collaboratore del “Martello”, emigrato negli USA per sottrarsi alle persecuzioni fasciste, già il 14 febbraio 1943 -un mese dopo la morte violenta di Tresca- aveva tenuto un discorso di denuncia in un meeting (uscito in libro, Il “caso” Tresca, ristampato nel testo inglese e in quello italiano da “Il Grappolo” nel 2006), in cui indicava chiaramente la responsabilità della mafia. Martino Marazzi, autore di un penetrante saggio sulla «vicenda singolare e atipica» dello scrittore Ezio Taddei , evita forzature meccaniche   sul «salto di campo» che pochi mesi dopo portò Taddei a collaborare con “L’unità del popolo”, giornale comunista di New York e poi, al suo rientro in Italia, con “l’Unità”, stringendo amicizie con i comunisti Guglielmo Peirce (finito a destra, autore di libri come Pietà per i nostri carnefici e Libertà provvisoria, collaboratore graffiante del “Borghese” di Leo Longanesi e critico impietoso di Gramsci, feroce di Togliatti e del «realismo socialista» e non benevolo anche con Benedetto Croce) e Davide Lajolo, ex fascista, direttore dell’Unità, futuro autore de Il voltagabbana. Ma suoi amici erano anche Domenico Javarone e Giancarlo Vigorelli, tutt’altro che comunisti, che mantennero con Taddei rapporti di stima e di amicizia, senza considerarlo un «propagandista bambocciante». Già nel 1962, Gian Carlo Fusco, in uno dei suoi libri narrativamente più smaglianti, Gli indesiderabili (ristampato nel 2005 da Sellerio, con una nota di Andrea Camilleri), aveva riportato l’accusa di Taddei verso il mafioso Carmine Galante, confermata da Alfio Caruso nel suo Da cosa nasce cosa. Storia della mafia dal 1943 a oggi (Longanesi 2000), una sorta di bibbia della mafia. Mentre tutti gli storici hanno accertato l’identità dell’assassino di Trotzkij nel comunista catalano, Ramon Mercader, alias Jacques Mornard (vedi “Il Corriere della Sera” del 30 luglio 1978 in cui Leo Valiani conferma il fatto con una testimonianza mai smentita), per Vittorio Vidali continua il sospetto, nonostante nuovi contributi a suo discarico. Già più di venti anni fa, il giornalista Furio Morroni, allora redattore del “Progresso Italo-Americano” annunciò di aver compiuto ricerche pazienti negli archivi e nelle biblioteche di New York e tra i dossier del Federal bureau of investigation, esaminando i carteggi tra le autorità americane e il governo fascista e le indagini sul caso Vidali e dichiarava: «Sono riuscito a trovare le prove che non solo Vidali non c’entra nulla nel delitto Tresca, ma che l’omicida, killer prezzolato, fu proprio Carmine Galante» (“Panorama”, 6 aprile 1981). Secondo Morroni, Vidali non era a New York al tempo dell’assassinio di Tresca e una lettera con documentazione fotografica che sosteneva il suo alibi era stata fatta sparire dall’istruttoria, ma Edgar Hoover, il potente capo del FBI aveva indirizzato le indagini su Vidali, utilizzando il sindacato dei sarti, in particolare un certo Vanni Montana, segretario di Luigi Antonini. Più recentemente lo storico Mauro Canali (“Liberal”, febbraio-marzo 2001), dopo aver frugato negli archivi dell’Office of strategic service, ha confermato che Vittorio Vidali risulta estraneo all’uccisione di Tresca, eseguita invece da Carmine Galante, uomo del clan mafioso di Vito Genovese, incaricato da alcuni gerarchi fascisti. Genovese, ricercato in America, era riparato in Italia, nel Nolano, dove operava con i traffici di droga, d’accordo con la mafia newyorchese di Lucky Luciano, non infastidito dal fascismo campano cui dirottava «ricche elargizioni di denaro».
Tresca scrisse anche drammi antifascisti, tra cui L’Attentato a Mussolini ovvero Il Segreto di Pulcinella (“Il Martello”, 1925), ma la sua produzione maggiore sono gli scritti giornalistici, sparsi qua e là, di cui è auspicabile un’antologia. Nell’Archivio Berneri di Reggio Emilia si può consultare la collezione del “Martello” dal 1916 al 1946.
Efrem Bartoletti, minatore, sindacalista e poeta, che aveva conosciuto e lottato con Tresca durante lo sciopero dei minatori del Mesabi Range, collaboratore del “Martello”, gli dedicò una poesia: «Piangere i morti non fu mai vergogna, / specie se il morto meritò il compianto/ di quell’ambiente popolar che agogna/ d’ogni oppressor lo schianto…Riposa, o grande Apostolo! Sfuggire/ non potrà di Giustizia all’operato/ chi t’uccise e chi spinse ad eseguire/ l’ignobile mandato» (la poesia è riportata per intero da Francesco Durante ). Ma la speranza del poeta si è infranta nei suoi versi troppo fiduciosi.


Umberto Postiglione.
Breve ma felice la vita di Umberto Postiglione? Di sicuro vissuta intensamente, senza risparmio di energie, con ansia di conoscenza da ulisside dantesco («…io viaggio per saziare la sempre più riarsa sete di sapere, di imparare», si legge in una lettera allo zio Alfonso), alla ricerca di “altro” che non fossero la piattezza borghese di un’esistenza protetta e l’egoismo cieco in un mondo ingiusto, diviso tra il privilegio di pochi e il bisogno degli umili, degli sfruttati, dei dannati della terra. Militante rivoluzionario, «apostolo anarchico» (Francesco Codello), redattore di giornali libertari, oratore irresistibile, poeta dialettale di timbro virgiliano, educatore, viaggiatore errante in tutto il Centro e Sud America, trafitto dalla nostalgia della propria terra, spentosi trentenne per i postumi di una malattia contratta nella sua anabasi sudamericana.
Era nato a Raiano il 25 aprile 1893, si era diplomato ragioniere all’Aquila, aveva appreso dallo zio Alfonso, maestro elementare e «pioniere delle “scuole rurali” in Abruzzo»  il valore dell’educazione popolare, in una regione con «un elevatissimo tasso di analfabetismo».  Nel 1910, l’anno in cui l’Abruzzo subisce una forte ondata migratoria (solo dall’Aquila sono 15.003 i partenti), Postiglione arriva a Chicago. Per vivere s’impiega in banca, ma la «morte in banca», per usare un titolo di Giuseppe Pontiggia, lo spinge verso lavori di fabbrica, più vicini alla realtà sociale e politica in cui s’immerge, da frequentatore del circolo anarchico. Collabora al giornale diretto da Luigi Galleani, “Cronaca Sovversiva”, come con diligenza schedatoria annota la questura che lo registra «già noto per la sua attiva propaganda sovversiva». Sulla scia del Galleani e affascinato dalle idee dell’educazionismo di Francisco Ferrer, è contro ogni forma di organizzazione, per una autentica istruzione libera dai dogmi e dagli influssi religiosi, per l’evoluzione dell’individuo all’insegna della libertà e della responsabilità. L’educazione popolare rimane il pensiero dominante della sua mente, il tarlo dell’anima e il centro della sua azione. Importanti per il rafforzamento delle sue concezioni pedagogiche e politiche sono la lettura delle opere del filosofo statunitense Ralph Waldo Emerson e l’incontro con il filosofo indiano Rabindranath Tagore, futuro premio Nobel per la letteratura. Dal primo attinge le sue critiche ai partiti politici, allo Stato e alla Chiesa quali istituzioni oppressive della libertà e della conoscenza degli uomini («la nera legione dei dilaniatori delle coscienze, dei masturbatori dei cervelli che si leva in armi, a bandir la santa crociata contro i nemici di ogni dio», scrive su “Cronaca Sovversiva”con accenti del Carducci “barbaro”e ancora anticlericale) e il valore fondamentale dell’educazione. Da Tagore, critico verso la dominazione inglese dell’India e dei sistemi educativi usati, il “giovane” abruzzese, appena ventitreenne, approfondisce la riflessione sull’educazione popolare e sul diritto allo studio dell’individuo, rafforzando convinzioni e corredo teorico-speculativo. Fonda due riviste: “Germinal” e il bilingue “L’Allarme”, distribuito gratuitamente. Si dedica quindi al teatro “sociale”, utile per la propaganda e per il contatto con i proletari, gli emigranti fuggiti alla miseria e alla repressione politica, che accorrono nei circoli operai, nelle case del popolo, in polverose sale da ballo prese in affitto per pochi soldi. Postiglione scrive il dramma Come i falchi, «recitato tante volte da tutte le filodrammatiche degli Stati Uniti», come scrive Venanzio Vallera. Lo scoppio della Grande Guerra semina scompiglio anche tra gli emigrati in America, perseguitati dal governo degli Stati Uniti che «impone agli stranieri l’obbligo della coscrizione militare, pena la condanna ad un anno di carcere e la deportazione al paese d’origine»  . Ai parenti che dall’Italia lo invitano a tornare, Postiglione, in coerenza con le sue idee pacifiste a antimilitariste, risponde con una lettera al padre Franco (leggibile per intero nel libro di Puglielli), bruciante del suo sentimento d’amore verso l’umanità: «Qui io dovrei dirti le ragioni che inducono la mia coscienza a ribellarsi non soltanto al comando di un re, ma al richiamo di un padre. Le ragioni sono molte, e a dirtele io farei opera vana. Tu non mi comprenderesti. Non perché voi siate inferiori a me, e io superiore a voi. Io, pur essendo carne della vostra carne, sangue del vostro sangue, sono diverso da voi. Vedo il mondo e concepisco la vita in un modo diverso dal vostro. Noi parliamo due lingue differenti. Ecco tutto. Voi chiamate eroi coloro che vanno in guerra, io li chiamo assassini. Non crediate che io non torno perché ho paura di lasciare la vita sui campi di battaglia. No. Vi è una ragione più nobile che mi spinge al rifiuto di obbedienza, a non macchiarmi la mano col sangue di miei fratelli. Perché sono miei fratelli, anche se figli di un altro padre, e nati sotto un altro tetto, i soldati dell’Austria. Non sono essi nostro prossimo? E non disse il vostro Cristo che dite di amare e adorare e ubbidire: “Ama il prossimo tuo come te stesso”? Non comandò dio di non uccidere? Per me dio è la mia coscienza, e la ubbidisco perché mi condannerebbe a pene più crudeli di quelle dell’inferno».
Poi vive due anni di peregrinazione nei paesi sudamericani, a San José di Costa Rica insegna italiano e inglese, con l’assillante problema dell’educazione libera per i bambini e i poveri. Rientra in Italia, lavora a Genova, torna in Abruzzo e si dedica all’insegnamento, partecipando al concorso magistrale, saldo nei suoi principi messi in pratica dalle sue esperienze. Si fa promotore a Raiano di una scuola popolare e gratuita e della costituzione della Casa del Popolo, la prima in Abruzzo (penseranno poi i fascisti a distruggerla). E vive con lo slancio di sempre l’ultima passione: il dialetto. Ha il tempo di finire il sussidiario, La terra d’Abruzzo e la sua gente per l’editore Paravia, prima che una fulminante polmonite arresti la sua vita, il 28 marzo 1924, a 31 anni.
Nella poesia A na rinnele (A una rondine) il poeta intreccia immagini che mettono a nudo il cuore, fanno emergere l’intima dolcezza di sentimenti inafferrabili: «…pure ì la tienghe sa passieuna teje, / j’affanne de ne neite, / sa seite de n’ameure, / sa smanie de vulà/ appriesse a na vularella/ ca ne use po’ acchiappà» («pur io ce l’ho codesta tua passione, / l’affanno di un nido, / codesta sete di un amore, / codesta smania di volare/ dietro ad una farfalla/ che non si può prendere»)  .
Antonella Del Ciotto, in un bel saggio ha ricostruito finemente attraverso le lettere che Postiglione inviava ai parenti dall’America il suo itinerario politico di «atleta del pensiero anarchico», nella cui «protesta si accavallano comunismo e religione, spinte libertarie e profetismo evangelico, impazienza anarchica e visionarietà utopica».
Nel libro innanzi citato di Edoardo Puglielli, a pag. 84 (V.6 La memoria), al lettore viene narrato un malinconico, quasi incredibile episodio. Nel 1960, il Circolo di Cultura di Raiano allestì una ristampa del testo di Vincenzo Marchesani del 1925 (In memoria di Umberto Postiglione), a cura del prof. Ottaviano Giannangeli, italianista rigoroso, poeta in vernacolo, autore di testi dialettali per canzoni, nativo anch’egli di Raiano. Ma questa meritoria riedizione appariva diversa dal testo originario di Marchesani, ripulita di alcuni accenni ideologici, censurata di riferimenti alla storia dell’anarchia, depurata della parola «sovversivo» (ad es. il giornale “Cronaca Sovversiva”, su cui Postiglione aveva scritto i suoi pezzi più politicamente impegnati, perdeva l’aggettivo e diveniva “Cronaca”, tout court): un testo incomprensibilmente purgato. I buchi neri, i passi emendati, le soppressioni di parole vicine all’anarchia, furono notati da un critico aquilano, Antonio Gasbarrini, che nel 1979 pubblicò un testo spiritoso  in cui mise in piedi un ironico processo «per l’attribuzione della qualifica di “anarchico” al maestro di prima elementare Umberto Postiglione».

Virgilia D’Andrea.
Scrittrice delicata e ardente, oratrice appassionata, onnipresente nei luoghi dove si accendeva la lotta politica contro la guerra e contro il fascismo, “pasionaria” nota alle polizie di tutto il mondo, amica di rivoluzionari come Errico Malatesta, compagna di Armando Borghi, anarchico romagnolo: ecco in rapidi tratti l’immagine di Virgilia D’Andrea di Sulmona, dove era nata l’11 febbraio 1888. Orfana di entrambi genitori, finisce a sei anni in un collegio di religiose, insofferente delle regole severe dell’istituzione e già ribelle all’autoritarismo. Legge Ada Negri e s’infiamma per il suo «lirismo anarchico» (e il «vivere col più spaventoso furore immaginabile la vita», come scriveva G. A. Borgese per la poetessa di Lodi, con parole calzanti anche per Virgilia D’Andrea). È in collegio quando nel luglio del 1900 il re d’Italia Umberto I viene assassinato dall’anarchico Gaetano Bresci e la D’Andrea, che viene catturata intimamente dalla parola anarchia, per lei misteriosa, chiede alle monache chi era il re e perché era stato ucciso, ottenendo la risposta dalla direttrice: «Perché Bresci è un pazzo ed un criminale, figliuola». «Qualche anno dopo, una lirica della poetessa Ada Negri, dal titolo Il regicida (espunta dal brillante curatore delle sue poesie ), dà una risposta a molte delle domande che la D’Andrea si era posta all’epoca dell’assassinio del sovrano italiano»  . Si diploma maestra e insegna in piccoli paesi del sulmonese. Scriverà Armando Borghi nelle sue memorie: «La maestrina del popolo entrò in classe con i capelli a coda di cavallo, e il cuore amareggiato dalla ribellione e dal bisogno di giustizia».
Poi prende i voti per la rivoluzione. Guida le donne socialiste abruzzesi, insegna a Terni e frequenta gli anarchici, conosce Borghi, che così la ricorda nella sua autobiografia: «Ci intendemmo, e presto fummo marito e moglie. Amore ‘libero’, dicono alcuni, come se potesse esistere l’amore ‘schiavo’. Restammo uniti quindici anni di lavoro, di lotte, di ansie, ostracismi, persecuzioni, carcerazioni, esilii, immutati e legati sempre l’uno all’altra dall’affetto e dalla stima».
È ad Avezzano come insegnante quando la città e l’intera piana del Fucino vengono sconvolte dal terremoto e l’indignazione della D’Andrea si leggerà negli scritti di Torce nella notte, dove scrive che nessuno si ricorderà dei rozzi contadini quando «saranno chiamati alla cruenta difesa della patria in pericolo» e, dinanzi all’indifferenza dello Stato, prorompe: «Non l’ombra di un re, d’un duca, o d’una principessa reale, passò, per qualche ora, fra quelle rovine».
È attivista sindacale in tempi in cui il sindacalismo era fortemente popolare, ma si lega sempre più all’anarchismo, sotto l’influenza di Borghi e di Malatesta, con cui collabora al giornale “Umanità Nova”, fondato nel febbraio 1920. Nel ’20 è a Milano, non a suo agio «per le nebbie del cielo e della vita», vive con Borghi e Malatesta, tiene con loro o da sola affollati comizi. Il primo arresto, poi con Borghi per il congresso sindacale internazionale a Berlino, la patria dei profughi politici, nel 1925 ad Amsterdam e a Parigi: s’iscrive alla Sorbona, fonda la rivista “Veglia”, pubblica L’ora di Maramaldo, raccolta di saggi e articoli. In un rapporto della polizia che non la perde d’occhio si legge: «Tra gli anarchici si parla con insistenza del ritorno in Italia della compagna di Borghi cioè Virgilia D’Andrea che è sorella al D’Andrea Ugo scrittore del “Giornale d’Italia”. La D’Andrea è pericolosissima e quindi non credo sia in condizioni di fare ritrattazioni o atti di pentimento». Nel 1928 raggiunge Borghi in America, già colpita da un’ulcera cancerosa all’intestino retto. È sempre attiva nella sua militanza rivoluzionaria, conosce altri anarchici, come Michele Schirru, il mancato attentatore di Mussolini, che rievocherà in commosse e roventi pagine di Torce nella notte : «Sono le primavere radiose che di tratto in tratto sbocciano da quel manipolo di anticipatori e di temerari, accusati dagli idealisti della frode, del mercato, dell’usura, del truogolo nel battistero, di materialismo funesto alla elevazione del genere umano» .
Viene operata d’urgenza dalla figlia dell’anarchico Luigi Galleani in un ospedale di Boston. Tornata a New York, si dedica alla scrittura di Torce nella notte. Rifiuta l’assistenza del prete e subisce un altro intervento, ma, dopo pochi giorni, l’11 maggio del 1933, muore. Nel suo libro autobiografico Borghi annota: «Negli Stati Uniti avevo pianto la morte di mia madre prima del 1932, di mio padre nel 1930 e di Malatesta poco prima del 1932. In questi lutti avevo sempre avuto a fianco lei per assistermi. Ora ero solo».
Il 20 giugno 1933 la questura cancella dallo schedario e dall’elenco degli attentatori la «pericolosa propagandista» anarchica, tallonata e controllata dalle occhiute premure poliziesche per l’intera esistenza.
Il giornalista e scrittore, Vittorio Emiliani, in un asciutto e partecipe libro  , cita spesso e con simpatia Virgilia D’Andrea, ma solo perché compagna di Armando Borghi, quasi che fosse priva di una sua dignità di militante anarchica e di una sua autonomia intellettuale di essere pensante. Infatti nel titolo del libro figurano solo maschi. Eppure lo stesso Borghi ed Errico Malatesta stimavano alla pari la “coraggiosa” Virgilia.
Francesca Piccioli nella sua densa e puntuale biografia scrive: «Ritengo che i pregi di Virgilia D’Andrea come poetessa, editorialista e propagandista della causa anarchica siano molti, anche se la gran parte della sua opera appare oggi molto datata. Rimane indubbiamente vitale il modo con cui si è dedicata al suo ideale e la passione che vi ha messo». Una passione che ha lasciato indifferenti gli organizzatori del convegno Nei paesi dell’utopia, preparato per iniziativa della Regione Abruzzo, dell’Assessorato alla Cultura della Provincia di Chieti, dell’ASAM e dell’Università di Chieti. Poteva essere compresa sotto la voce utopia la maestrina di Sulmona? Un’anarchica compagna di un anarchico? La «poetessa dell’Anarchia» come la chiamava l’amico Errico Malatesta? Nel dubbio l’hanno cancellata. Gli studiosi o gli sponsores?

Luigi Meta.
Nel 1913 «Abruzzo, Basilicata, Calabria e Sardegna figuravano tra le regioni totalmente estranee ad ogni organizzazione sindacale ma, tra il secondo semestre del ’13 ed il primo del ’14, nella provincia aquilana le forze dell’ordine registrarono la nascita di cinque associazioni sindacaliste riformiste (composte da 285 aderenti)e di una sindacalista rivoluzionaria (con 53 aderenti)»   e altre associazioni, circoli giovanili.
L’assenza di organizzazioni operaie era la conseguenza di più cause: da una parte l’isolamento degli anarchici per via del terrorismo individualista (Bresci, Passanante), all’altra il clima di repressione suscitato dalle tre leggi eccezionali del governo Crispi nel luglio 1894, definite «leggi contro i malfattori», contro il movimento anarchico e quello sindacale, che istituivano tra l’altro misure di sicurezza quali il domicilio coatto, gli arresti preventivi, il divieto di riunioni e lo scioglimento di tali organizzazioni.
Nasce nel 1901 la Federazione dei Socialisti Anarchici d’Italia e le idee nuove circolano anche in Abruzzo per l’impegno di agitatori come Filippo Corsi, padre di Edoardo (non cugino come erroneamente scrive Ego Spartaco Meta, figlio di Luigi, autore di una biografia del padre, ancora inedita), Giuseppe Ortensi, Carlo Tresca, Nicola Trevisonno, Mario Trozzi e di giornali come “Il Germe”, «unico organo di stampa socialista rivoluzionario della Val Peligna»  . Tra chi aderisce al clima di simpatia e di interesse verso il sindacalismo rivoluzionario il diciannovenne Luigi Meta di Pràtola Peligna, dove era nato il 23 luglio 1883, negoziante di calzature, che diviene segretario della Lega di Resistenza fra gli Artigiani, di cui era stato maieuta ventritreenne Carlo Tresca.
Nel 1913 Luigi Meta raggiunge il fratello Francesco in America. In quegli anni, «dal 1901 al 1920 l’Abruzzo fu la regione italiana con la percentuale medie di espatri


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presentazione: giordano bruno guerri - 05:52, 27.3.2008

GIORDANO BRUNO GUERRI
Qualche annetto fa, nel ’57 per la precisione, feci l’esame di maturità classica al liceo Gabriele D’Annunzio di Pescara, ma nel programma di letteratura italiana il poeta dell’Alcyone non figurava, a differenza di suoi contemporanei come Gozzano, Corazzini e altri minori. In quel momento storico, a distanza di venti anni dalla sua morte, era in atto verso d’Annunzio una sistematica damnatio memoriae, uno sprezzante disinteresse critico-accademico per la sua opera, un ostracismo del suo nome dalle patrie lettere, quasi si trattasse di un efferato brigante o di un antenato imbarazzante da isolare in un Museo Grevìn degli orrori o in una inaccessibile soffitta di reliquie. Nella sua stessa città, lontano ormai nella memoria il coraggioso discorso commemorativo di Massimo Bontempelli  nel novembre del ’38, che gli costò il confino, veniva tenuta annualmente una mesta cerimonia commemorativa, quasi un rito funebre, a cura di un’associazione combattentistica, disertata dalle autorità, con interventi di vecchi tromboni o di uno stanco Francesco Flora.
Il centenario della nascita di d’Annunzio ruppe il silenzio sul suo nome, ma le divisioni rimanevano profonde, come pure i pregiudizi ideologici non tutti di eguale provenienza. Nella sinistra ad esempio c’era chi come Rossana Rossanda, tra i fondatori del “Manifesto”, lo definiva disgustata “infrequentabile” e chi lo studiava con intelligenza come Giansiro Ferrata, critico letterario del togliattiano “Rinascita”, Adriano Seroni, dirigente del Pci, Franco Antonicelli, elegante biografo del poeta. Elsa Morante trinciava giudizi da impettita Pizia alla Dürrenmatt:«Carducci idiota, Pascoli imbecille, D’Annunzio cretino», ricevendo il plauso del marito, Alberto Moravia, che in un empito di profondismo commentava:«C’è del vero in queste parole».  Mi è accaduto di recente di ricordare che nel luglio del ’63 appunto, il settimanale “L’Espresso” pubblicò un processo a d’Annunzio con Moravia, Pasolini, Natalino Sapegno e il “Sommo Anglologo”, Mario Praz. Fu una raffica di sentenze oracolari: «né poeta né romanziere, privo d’intelligenza e di idee, da leggere come il Cavalier Marino o Annibal Caro», fu il responso di Moravia; «macché Marino e Caro, un dilettante rispetto a loro, un esibizionista privo di coraggio, un teppista, le Novelle della Pescara sono una caricatura involontaria e mitizzante del sottoproletariato abruzzese», ribatteva Pasolini, di cui il solo Pampaloni tra i critici ha indicato le tante affinità tra i due; «non ho mai avuto simpatia per lui, la sua è un’arte dilettantesca e inutilmente statica», era la condanna di Natalino Sapegno, la cui letteratura italiana è stata studiata da generazioni di studenti. A tentare una difesa di d’Annunzio rimaneva l’eruditissimo, genialmente eclettico, Mario Praz, filosofo dell’arredamento, collezionista di oggetti neoclassici, alonato da leggende negromantiche da lui stesso alimentate, autore di una delle bibbie del decadentismo, La carne la morte e il diavolo nella letteratura romantica, con pagine memorabili sul “barbaro aternino”, che compitò da maestro paziente spiccioli di metodo critico a quelle Erinni infuriate:«Siete immersi in un’atmosfera di antidannunzianesimo, di profonda insensibilità per i valori della sua arte…tutta la critica moderna, da De Robertis a Cecchi, s’è orientata a vedere un prosatore non soltanto mirabile nella sua forma letteraria, ma che ha anche delle cose da dire, non retoriche, ma vive…certo, sovente è vacuo, a volte grottesco(valga per tutte la frase:”Voglio fare un libro sotto la specie degli Astragalizonti”), ma quando la sua voce si fa più dimessa, egli raggiunge toni d’arte squisita…non era estraneo alle esigenze dello stile contemporaneo, nel Libro segreto sembra preannunciare addirittura gli esperimenti di Joyce, in qualche passo si avverte un atteggiamento in materia di stile che ricorda quello del nostro Pasolini…è stato inoltre un uomo di coraggio, ha voluto piuttosto creare un’Italia eroica che non esisteva e non poteva esistere, perché era contraria alla natura del nostro popolo…».
Nel ’63 un convegno a Venezia  pose fine all’oblio,  all’allarme sanitario e all’indice accademico-religioso,  riaprendo il libro dei conti verso d’Annunzio e fu Carlo Bo, che venti anni prima nei suoi Otto studi non era stato tenero verso il poeta, il capofila dello sdoganamento cui parteciparono studiosi universitari e critici come Luciano Anceschi, Ezio Raimondi, Diego Valeri, Carlo Salinari, Eurialo De Michelis, Giancarlo Vigorelli, ma anche scrittori insospettabili, come l’anarchico Luciano Bianciardi, antidannunziano naturaliter, che inviato dal suo giornale al Vittoriale, dove si recò «inutile negarlo…prevenuto», “scoprì” un d’Annunzio diverso da quello rappresentato dalle vulgate imperanti e mistificanti, s’aggirò curioso per le stanze, notò dieci spazzole per capelli nel bagno(«e tutti sanno che d’Annunzio era calvo»)ma anche «la biblioteca di uno studioso non d’un bibliofilo estetizzante»(anche Guerri scrive: «non l’amena raccolta di un bibliofilo, ma quella di uno studioso»), di uno che al tavolo di lavoro diventava serio, «capace di restarsene a sedere per dodici, quattordici ore di fila». Sul Vittoriale annotò:«Entriamoci a guardarlo con la pietà che dobbiamo a un nostro nonno. Era un nonno strambo, ma geniale». All’agro scrittore grossetano si aggiunse un nipotino dell’Ingegnere, Alberto Arbasino, che con un penetrante saggio raccolto in Sessanta posizioni(il libro, ignorato dai cattedratici che stanno male al solo nome di d’Annunzio, e sono i più, è citato con particolare rilievo dal Guerri)iniziò la sua  esplorazione nell’opera dannunziana, feconda di intuizioni, intellettualmente onesta se dopo aver demolito con la sua verve ferocemente iperprazzesca nel romanzo-manuale, Il meraviglioso, anzi, il collezionismo, il bric-à-brac, la ninnolizzazione, i bibelots, il ratatinè del Vittoriale, con «culti e gusti e “trips” tipicamente da vedova», in una successiva raccolta di saggi, Le Muse a Los Angeles, riconobbe a d’Annunzio le sue competenze di connaisseur, lodando ad esempio la sua conoscenza delle pietre dai marmi bianchi di Luni ai graniti rossi d’Oriente, alle pietre della Maiella.
Ma perché d’Annunzio ha suscitato fanatismi e crucifige, deliri di apologeti e insulti da suburra, esaltazioni di devoti e sconce leggende, ritratti agiografici e gossip pruriginosi, barriere ideologiche e incomprensioni viscerali? Soprattutto, perché- come scrive Guerri- Carducci, Pascoli e Verga vengono considerati classici, saldamente berninizzati nel pantheon-walhalla dei busti al Pincio(tranne forse Pascoli dopo lo scavo impietoso di Garboli sul suo nido), mentre d’Annunzio non è ancora metabolizzato e viene presentato come  un rastaquouère, un avventuriero, secondo l’accusa di Thovez nel 1920 o  un guerrafondaio o un Giovanni Battista del fascismo o un “pastasciutta dello spirito” come lo sbeffeggiò con livore nazionalista il Thomas Mann delle Considerazioni di un impolitico o- secondo Leonardo Sciascia- “una specie di fungo cresciuto casualmente in questo paese” o- secondo Franco Ferrarotti- un maestro di immoralità? Senza che un italianista, un sociologo della letteratura(quella strana figura di centauro), un fantasma di critico letterario, si chieda  perché mai i personaggi carducciani, le situazioni pascoliane, i luoghi verghiani siano ormai rari e datati, mentre quelli dannunziani ancora frequenti e frequentati, replicati o riemergenti, pur con il loro carico di enfasi e di ridicolo e di inevitabile kitsch?
Sul legame tra d’Annunzio e il fascismo esistono decine di libri, a volte meri sciocchezzai. Nel 1973, su “Playboy”, rivista “per soli uomini”(quasi un’ironia della dannunzieide), Arbasino pubblicò un saggio socio-politico-letterario-antropologico su d’Annunzio “nonno nefando”, in cui, partendo dal Carteggio D’Annunzio-Mussolini, dimostrò i limiti temporali della fase littoria dell’Imaginifico, appena «sette-otto anni, su una vita di settantacinque, un’attività di scrittore di almeno sessanta, e una carriera d’amatore presumibilmente appena più breve…ce n’è abbastanza per trattarlo da hobby, come la toreria per Hemingway, o il pugilato per Mailer, e altrettanto fastidioso». Lo scritto arbasiniano mandò in bestia lo scrittore Ruggero Guarini, da anni intento a rimuovere il peccatuccio di gioventù di una fuggevole adesione al Partito Comunista, che strigliò Arbasino come uno scolaretto: sei spiritoso ma superficiale, esordì nel suo rabbuffo, D’Annunzio fu il più fascista degli scrittori fascisti, inventò il Linguaggio(con la elle maiuscola)del Fascismo  e se il Linguaggio è tutto, allora tutto D’Annunzio(l’uomo e l’opera) è fascista. Come decadente inoltre, ribollente di astratti furori il Guarini, fu pomposo e losco. Arbasino non apparve scosso dalla grandine antidannunziana del suo interlocutore e rispose brevemente che le sue affermazioni erano di pregiate ditte, Renzo De Felice e Mario Praz. Nella querelle intervennero lo storico Paolo Alatri, autore di una voluminosa biografia di d’Annunzio, ed Enzo Siciliano: il primo sostenne le ragioni di Guarini, affermando che il ruolo del d’Annunzio fu di principale ispiratore del fascismo e che tra Mussolini e d’Annunzio non vi fu “contrasto” ma “concorrenza”. Il secondo invece argomentò che «fu il fascismo a sfruttare D’Annunzio e il dannunzianesimo nel progetto del colpo di stato. Fu Mussolini ad essere dannunziano, piuttosto che D’Annunzio ad essere fascista…A dargli del fascista a brutto muso, (D’Annunzio)con un sorriso potrebbe rispondere: Eh no, fu il maestro di Predappio a scopiazzarmi. E avrebbe cento e mille ragioni».  Già negli anni 30 Angelo Tasca aveva scritto: «Mussolini copierà da d’Annunzio tutto l’apparato scenico, ivi compresi i dialoghi con la folla. D’Annunzio sarà vittima del più grande plagio che si sia mai visto». «Dal fiumanesimo i fascisti presero solo l’apparato esteriore, aggiungendovi il manganello e l’olio di ricino, scrive Giordano Bruno Guerri, che nota inoltre:«E mai si sarebbe sentito, durante il regime, il saluto finale che d’Annunzio lanciò dal balcone del municipio : “Viva l’Amore! Alalà!”. «Fascista non fu mai, neppure formalmente, nemmeno quando, con la guerra d’Africa, si impegnò a fondo a sostenere e ad esaltare l’opera mussoliniana», ha scritto Renzo De Felice. La stima di d’Annunzio verso Mussolini non fu mai alta, soprattutto quando il legame del Duce con Hitler(che il Poeta copriva di sarcasmi)divenne più stretto. In una lettera lo chiamò Baritonante Conigli. Altre espressioni di scarsa simpatia verso il fascismo e il suo capo, si possono leggere nei gustosi libri di Giancarlo Fusco.
Quando si parla di d’Annunzio diviene difficile trovare l’ottica giusta o l’angolazione critico-biografica appropriata, perché questo artista è stato certamente il più ingombrante, perturbante, onninvadente personaggio della scena culturale italiana (e di quella politica, sociale, mondana di almeno la prima metà del 900). Impossibile ignorarlo, sottovalutarlo, disconoscerne il ruolo e l’influenza. Certamente anche scomodo perché- come ha scritto Praz - “sontuoso personaggio araldico, re di fiori o di picche(o tutt’e due), fissante coi suoi grandi occhi tondi nel volto tondo ornato d’un sospetto di barba fiorita, mescolato per un caso strano nel mazzo bonario delle carte italiane, carte borghesi e popolane, coppe bastoni denari spade”. Eugenio Montale, tra i grandi poeti italiani del 900, rilevando come Guido Gozzano, agli inizi dannunziano, abbia dovuto attraversare d’Annunzio per trovare un suo modo originale di poetare, concludeva che tutti i poeti italiani avevano dovuto attraversare d’Annunzio. Leonardo Sciascia, nel breve saggio su Giuseppe Antonio Borgese(Per un ritratto dello scrittore da giovane), a proposito dell’infatuazione che Borgese ebbe da giovane per d’Annunzio, ha scritto che d’Annunzio è stata  la malattia infantile degli scrittori italiani, una sorta di scarlattina da tutti contratta: tre generazioni di scrittori siciliani, quella di Borgese, l’altra di Vitaliano Brancati e la mia sono state contaminate tutte dal d’Annunzio e tutte e tre hanno dovuto fare uno sforzo per liberarsene, non senza aver pagato un tributo di scritti all’Imaginifico(e il libro di Borgese su d’Annunzio conserva tutto il suo valore).
Per l’intera sua epoca e oltre i grandi scrittori italiani si sono divisi tra il rifiuto di d’Annunzio spesso ambiguo e l’omaggio al maestro di stile. Intorno al 1920, Aldo Palazzeschi, tra i maggiori del 900, scriveva:«Tutto quello che c’è di deleterio in Italia è del D’Annunzio. Raccoglie egli la fiaccola lasciata a terra da quella vecchia chitarra del Carducci, che a sua volta la raccoglie da quell’altro trombone sfiancato dell’Alfieri». Nel ’71, 50 anni dopo, in un’intervista dirà che di d’Annunzio aveva in uggia la «tracotanza. Sa, quando un uomo piglia tanto posto, diventa insopportabile». Era stato preceduto da Gian Pietro Lucini, il poeta anarchico di Revolverate e Nuove Revolverate, che aveva bollato il d’Annunzio come “ciurmatore mimografo”, scrivendo su di lui due libri di critica corrosiva, tra cui l’Antidannunziana, pubblicata nel 1915 e mai più ristampata. Alcuni anni fa Edoardo Sanguineti, esegeta adorante del Lucini, lo ha presentato come un grande poeta, a differenza di d’Annunzio, ma poi si legge Il Libro delle Figurazioni Ideali di Lucini, recentemente ripubblicato, e si resta basiti dinanzi al saccheggio che Lucini ha fatto di d’Annunzio, squadernato doviziosamente dalla filologa curatrice, Manuela Manfredini. In quanto a plagi l’allievo ha superato il maestro: tale era infatti in questo campo il d’Annunzio per Enrico Thovez. Resta da dire che Lucini morì nel ’15, se avesse conosciuto il d’Annunzio guerriero e fiumano e “notturno” forse avrebbe rivisto il suo giudizio.
Altro inossidabile antidannunziano è stato Alberto Savinio, il più grande scrittore italiano dopo Pirandello secondo Leonardo Sciascia, pictor optimus e metafisico come il fratello Giorgio De Chirico, drammaturgo, creatore di balletti, musicista e musicologo, che si vantava di essere uno dei pochi italiani immuni dal dannunzianismo  e di aver letto un solo libro del Pescarese, ma poi si scorrono le migliaia di pagine dei suoi scritti giornalistici e si incappa in continue, incalzanti citazioni di scritti dannunziani che rivelano una conoscenza di prima mano. In più, nel Pellegrino appassionato, uno studio filologico densissimo di Paola Italia, si legge che Savinio, di madre lingua greca, imparò l’italiano divorando tra gli altri il suo odiato d’Annunzio.
Spesso d’Annunzio ha ironizzato sui suoi critici e su “quel curioso fenomeno animale che più tardi la sapienza critica designò foggiando a sua similitudine la parola di molti piedi e di lunga coda “antidannunzianesimo”(da Il compagno dagli occhi senza cigli).
Vitaliano Brancati prese una cotta adolescenziale per la poesia di d’Annunzio, «quella poesia che suscita le passioni, sia pure in un ristretto periodo di tempo, eccitante come il fumo e il vino», ma poi passò ad altri amori: non gli era congeniale lo “stile di parole” e in seguito avrebbe usato uno “stile di cose”, secondo la definizione di Pirandello e di Verga. E Brancati, che fu avviato ad una letteratura di critica del costume da Leo Longanesi(«Ma che D’Annunzio, tu sei un Gogolino di Catania!», lo sferzò, come aveva fatto con Flaiano spingendolo a scrivere Tempo di uccidere), scrisse il più divertente racconto sull’infatuazione collettiva che la borghesia colta (o che voleva apparire tale) della profonda provincia italiana nutriva per la “vita inimitabile” del Vate. Il racconto si intitola La singolare avventura di Francesco Maria ed è strepitoso.
Federigo Tozzi, l’autore di Tre croci, Con gli occhi chiusi, Il Podere, per il quale è d’obbligo evocare i nomi di Edgar Allan Poe, Baudelaire, Dostoewski, i realisti francesi, dichiarò la sua devozione a due scrittori: Verga e d’Annunzio. Di quest’ultimo ha scritto:«Il D’Annunzio è stato per la nostra consistenza e per la nostra serietà umana soltanto una indispensabile violazione». Il suo modello era senz’altro Verga, ma d’Annunzio gli ispira e alimenta quella splendida passione verbale che Verga non conosceva.
Il più fedele a d’Annunzio è stato Tommaso Landolfi(a suo tempo collegiale del Cicognini, come d’Annunzio e Malaparte), di cui Giovanni Raboni ha scritto:«La sua prosa è di infaticabile bellezza, la più bella che si sia scritta in Italia dopo il D’Annunzio delle Faville del maglio». Gli dedicò un libro di poesie, Viola di morte, da lui apprese il valore sensuale della parola(“…l’uomo decade e involgarisce, si fa grosso e ottuso…quando decade in lui il valore religioso delle parole…”), come d’Annunzio fu un mantrugiatore di vocabolari(“se o si presume critico costui dovrà pur sapere che D’Annunzio ed io non inventiamo parole: ci basta e ci è più comodo prenderle dal nostro bell’idioma(con effetto più mortificante che i critici stessi)”. Carlo Bo, Oreste Macrì, Giacomo Debenedetti, Giovanni Raboni, Italo Calvino, Andrea Zanzotto, ammisero- bontà loro- l’influenza di d’Annunzio su Landolfi, ma altri no. Pietro Citati ha scovato una folla di ascendenti e di affini per lo scrittore di Pico Farnese, ma d’Annunzio è assente. Giuliano Gramigna, sedicente “adepto landolfiano”, nel recensire Un amore del nostro tempo lamenta che le belle doti dello scrittore sono stravolte in vizi “dal contagio dannunziano, che sembra difficilmente esorcizzabile nella nostra letteratura”. E nella manchette dello stesso libro Idolina Landolfi, figlia dello scrittore, avverte allarmata:”Il linguaggio alto…non è certo quello di Andrea Sperelli(del Piacere dannunziano)ma di un altro Sigismondo, quello di Calderòn nella Vita è sogno…” . La peste è scongiurata, figurarsi il sollievo del lettore. Ma c’ è un altro risvolto che la dice lunga sull’adamantinità dei nostri editori. Nel ’71 esce la raccolta di articoli letterari, Gogol a Roma, di Tommaso Landolfi, ma l’editore Vallecchi espunge un articolo a suo avviso iperelogiativo di d’Annunzio, che si concludeva con la parafrasi di due versi celebri di Tjutcev su Puskin:”Il cuore d’Italia non lo dimenticherà come non si dimentica il primo amore”. Lo stesso libro viene ristampato nel 2003 da Adelphi e la censura dannunziana rimane. Scrissi una lettera al raffinatissimo Roberto Calasso, gran patron della casa editrice, ma non ebbi risposta. C’è ancora chi ha paura di d’Annunzio? O teme che se ne parli bene?
Un altro scrittore di mille talenti, Curzio Malaparte(di cui Guerri è stato attento biografo), fu considerato il più affine a d’Annunzio, per il dandismo, il trasformismo, il culto della trasgressione, il protagonismo mondano. Ma le loro vite non furono proprio parallele, se l’Arcitaliano- come si autodefiniva Malaparte- fu sprezzante verso l’Imaginifico chiamandolo “piccolo cafoncello abruzzese”, con le sue “braccine”, i suoi “piedini”, le sue “ossa di pollo”. D’Annunzio nel 1928 gli scrisse:«So che tu mi ami; e che la tua ribellione esaspera il tuo amore. Con la tua schiettezza e con la tua prodezza, col tuo furore e col tuo scontento, quale altro uomo potresti amare, oggi, nel mondo?». Privilegiavano entrambi l’estetica rispetto all’etica, e a paragone dell’avvenenza e dell’eleganza di Malaparte(“non mi perdonano di essere venti centimetri più alto dello scrittore medio italiano”), d’Annunzio era quasi uno gnomo, ma di charme lo superava. Giovanni Ansaldo, uno dei grandi giornalisti del 900, scrisse nel 1046:«Malaparte è il vero erede di tutto ciò che vi era di deteriore e di volgare in D’Annunzio. E’ un D’Annunzio in formato ridotto…Artisticamente, il suo fondo di bottega è dannunziano».
Anche il grande Carlo Emilio Gadda da giovane fu un avido lettore di d’Annunzio(il critico Luigi Baldacci lo ha definito un “dannunziano di genio”), gli scrisse  una lettera deferente dal fronte per esprimergli la sua ammirazione, ma poi cambiò umore e in una lettera a Gianfranco Contini definì d’Annunzio “buffone di Buccari e terrone di Castell’amare”, dove l’errore di luogo può essere un’inesattezza o una malizia e in un’intervista ad Arbasino scaricò su d’Annunzio pettegolezzi di quart’ordine e amenità velenose. Il fatto è che l’Ingegnere si rodeva d’invidia per il Divino(da cui aveva attinto a piene mani), lui che aveva sul gobbo la madre tiranna, una professione non desiderata, l’omosessualità repressa, una misoginia morbosa, gli scherzi feroci di Tommaso Landolfi e di Goffredo Parise con Laura Betti paraninfa, i burocrati bigotti della RAI, la paura di un governo di centrosinistra e un bisogno continuo di danaro per una vita tutt’altro che inimitabile. Aveva sfogato questo “gliommero” di risentimenti sul Foscolo sciupafemmine con una deliziosa pièce, non ebbe tempo di farlo col d’Annunzio o pensò anche a lui quando scrisse Eros e Priapo.
Gli scrittori stranieri a lui contemporanei, a parte Mann che gli dava del pagliaccio(ma il giudizio era per il d’Annunzio politico), furono più generosi. Robert Musil, l’autore di L’uomo senza qualità, era un ammiratore della prosa dannunziana e, incontrando Ignazio Silone a Zurigo, gli chiese se davvero era conterraneo del “grande paesaggista”(come lo definisce nei Diari), provocando freddezza nel povero cristiano. Marcel Proust, leggendo L’innocente, confessava di essere rimasto ravi, estasiato, e per molto tempo elogiò il poeta abruzzese, poi l’incanto si ruppe per qualche ironia di Proust su Fiume e per averlo tratteggiato nella Recherche come personaggio da salotto, per cui d’Annunzio si risentì, come si potè leggere in un appunto ritrovato nei cassetti del Vittoriale, in cui così si espresse sul capolavoro proustiano:«Un mucchio di fogli, di carte e di titoli deposti da un archivista maniaco e tossicologo nell’anticamera armadio d’un vecchissimo pederasta bleso e chiacchierone». C’è da ricordare che ad aprire le porte della mondanità parigina al d’Annunzio fu il conte Robert Montesquieu, dandy di estenuata eleganza, eternato da proust. Maurice Barrès chiamò il Vate, “questo implacabile conquistatore”. Paul Valéry nell’aprile del 1924 si recò a Gardone e dedicò al suo amico d’Annunzio alcuni versi: “Gabriele, se posso/ Da qualche Musa mosso/ Alla tua Virtù/ Dare del Tu…”. James Joyce rimase suggestionato dai romanzi del Pescarese e scrisse:”Credo che i tre scrittori del XIX secolo che abbiano avuto il più gran talento per natura, siano stati D’Annunzio, Kipling e Tolstoj. E’ strano che tutti e tre avessero idee quasi fanatiche in materia di religione e di patriottismo”. Anche Ernest Hemingway fu attento lettore di d’Annunzio, e il suo esempio lo spinse verso la Grande Guerra(dove conobbe un altro abruzzese, don Giovanni Minozzi, il fondatore delle case del Soldato, che citerà in Addio alle armi). Più tardi, a Venezia, pronuncerà una frase terribile su d’Annunzio(“Ne ha sulla coscienza di giovani ammazzati quel figlio di troia!”), ma l’ammirazione per lo stilista non verrà mai meno. Guerri ricorda che Hemingway auspicava che in Italia sorgesse una “nuova opposizione …che sarà guidata da quel rodomonte vecchio e calvo, forse un po’ matto, ma profondamente sincero e divinamente coraggioso, che è Gabriele D’Annunzio”. Lo pensavano anche Lenin e Antonio Gramsci, per qualche tempo lo stesso Mussolini, ma il “lupo della Maiella” si teneva lontano dai “politicastri, amici o nemici…amo la mia arte rinnovellata, amo la mia casa donata. Nulla d’estraneo mi tocca, e d’ogni giudizio altrui mi rido”: così scriveva il 5 settembre del 1924 alla “Provincia di Brescia”.
Nel 1988, in occasione del cinquantenario della sua morte, furono intervistati scrittori e studiosi. Un florilegio dei loro giudizi risulta istruttivo. Per Edoardo Sanguineti, il più ringhioso degli accademici che vedono d’Annunzio come il fumo negli occhi,  d’Annunzio “fu un pessimo maestro di poesia. Il suo magistero si esercitò per via negativa…Una funzione attardante”. Più severo Franco Fortini, il più moralistico:«Odioso, anzi, insopportabile; ma finalmente quasi simpatico nella sua interminabile recitazione ossessiva e paranoica…il cervo volante del Pescarese non ce la fa a prendere quota, nella coscienza critica…La sua “verità”(ammesso che ne abbia una)si trova tutta, probabilmente, nella sottile incrinatura che separa quella straripante e volubile gesticolazione, rivolta al pubblico, dalla ironica o lugubre o esterrefatta depressione del suo nullismo, rivolta a un teatro, ma vuoto, come quello di Beckett»(ma Fortini, pochi anni più tardi, in un elzeviro sul domenicale del Sole 24 Ore confesserà di aver letto svogliatamente d’Annunzio e di aver rinviato nel tempo una rilettura per un giudizio meno frettoloso). Drastico anche Andrea Zanzotto, considerato tra i grandi poeti italiani viventi, influenzato inizialmente dallo stesso d’Annunzio:«Ha annegato tutto in una colluvie di retorica, e la stessa fuga nel Vittoriale mi è sempre parsa l’idea di uno che si seppellisce nei propri escrementi». Il critico Alfredo Giuliani, curatore di una famosa antologia sui “novissimi”,  docente per anni all’ateneo di Chieti:«Parlava spesso di mistero, ma non c’è scrittore meno misterioso di lui…Supermanierista drogato di vocabolari…dobbiamo visitarlo come si visita un museo». Ad ogni ricorrenza fatidica ebdomadari e riviste giocano a censire i lettori di d’Annunzio, le cui opere vengono riedite, sia in edizioni lussuose che economiche, e da molti editori per la liberalizzazione dei diritti d’autore dopo i 70 anni dalla morte dell’autore.
Nel 1988 anche Manlio Cancogni, scrittore non accecato da furori ideologici, ha sentito il bisogno di parlar male di d’Annunzio, che leggeva negli anni ’40 con i suoi coetanei e ne rideva come «di un fenomeno grottesco e spiegabile solo col provincialismo e il cattivo gusto dominante nel nostro Paese. L’opposto di ciò che si chiedeva alla poesia moderna». E concludeva la sua articolessa stroncatoria, giustificando chi ancora scriveva di d’Annunzio: «d’altra parte l’arredamento letterario della nostra casa dell’epoca è così scarso, che non si può mandare in cantina un mobile di quel peso anche se tarlato e inutilizzabile.
Si è da qualche anno in piena d’Annunzio-renaissance(tra gli ultimi ad affermare l’importanza dell’Imaginifico Elémire Zolla, studioso delle tradizioni, Massimo Cacciari, filosofo, che ha detto:«E’ forse l’ultimo grande fatto culturale e antropologico che l’Italia dona all’Europa») e in tale clima si inserisce il libro di Guerri, che da tempo scava nella miniera del 900, di cui è ormai conoscitore provetto. Questa sua opera, D’Annunzio. L’amante guerriero è scritta come Clio comanda, per riprendere una sua felice espressione. Clio, la musa della storia, dagli occhi calamarati, che ispirò Alberto Savinio nel suo vagabondaggio attraverso l’Abruzzo, facendogli scrivere il più bel libro sulla nostra regione(cui, non mi stancherò di dirlo, qualche anno fa, si è malauguratamente aggiunto il più brutto, un polpettone-feuilleton tardo-inverniziesco, Colomba, di Dacia Maraini), ha guidato anche Guerri, di concerto forse con altre muse, nel racconto equilibrato e convincente della storia straordinaria di un uomo straordinario all’interno della storia non sempre straordinaria del nostro Paese. Una biografia asciutta, senza le ridondanze (e la prolissità) di altre, non malmostosa come quella di Piero Chiara che non amava d’Annunzio(il suo idolo era Casanova), né reticente su questo o quell’aspetto del Poeta come accade in altre supercelebrate o candida-loiolesca come quella di Ferruccio Ulivi che si scandalizza per la parola “benedetta” pronunciata dal Poeta ateizzante(“tocca il cristianesimo, non lo realizza neanche un istante…”), dimenticando che per d’Annunzio il cristianesimo era un oggetto, una sensazione, la quinta di un teatro, un’occasione di esercizio per il suo sperimentalismo stilistico. Un ritratto esauriente dell’amante guerriero(il sottotitolo, non si comprende perché, ha fatto storcere il naso a qualche vestale), che non fu solo questo, anche se lo fu in modo spettacoloso, né visse soltanto tra le alcove gli ippodromi le splendide dimore toscane e francesi e il tempio parsifalesco di Gardone, ma inseguì per l’intera esistenza un sogno di Bellezza. A Fiume, come nota Guerri, non usò la parola “plebea” della rivoluzione, ma amerà dire “risveglio della bellezza nel mondo”. Ed è curioso che sia stato,  prima della coccoveggiante basilissa del Vittoriale, Anna Maria Andreoli, un giurista  appartato e schivo, cattolico e di forte ispirazione laica, antiretorico, come Arturo Carlo Jemolo(del quale Guerri riporta il giudizio) a sottolineare che d’Annunzio, inventore dei “beni culturali”, anticipatore degli Antonio Cederna e dei Federico Zeri, difensore appassionato di monumenti e affreschi e degli alberi secolari delle ville gentilizie romane, ha lasciato agli italiani una lezione preziosa nella preoccupazione del bello. La vicenda di Fiume, «una delle più singolari e appassionanti della storia d’Italia ma anche una delle meno note»(e più sottovalutate) è la più alta delle imprese dannunziane e fa bene Guerri nel suo libro a parlarne diffusamente, sulla scia del bellissimo libro di Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione, Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, da Guerri salutato come un avvenimento. Grande esplosione di libertà, battesimo della politica-spettacolo e della liturgia di massa, contestazione globale al sistema dell’ordine internazionale e sociale, una “controsocietà” sperimentale, una “Città di vita”, una impossibile rivolta per la libertà umana contro l’ordine esistente, madre del futurismo, del dadaismo, di tutte le avanguardie e le ribellioni a venire(e, secondo Carlo Bo, delle irrazionalità). Nel ’68 si parlò di “immaginazione al potere” ma fu d’Annunzio a Fiume a dare ali e fantasia e parole alla festa, al gioco, ai diritti civili, alla musica, indicata come il principio centrale dello Stato. Altro che Marcuse, i francofortesi, Carletto da Treviri, dietro Cohn-Bendit e Mario Capanna c’era lo spettro del Comandante. Che non conosceva la Realpolitik a differenza di Mussolini che subito dopo conquistò il potere. C’è un episodio illuminante che spiega in parte il fiumanesimo. Tra gli artisti e i libertari, gli spostati, gli irregolari, gli arditi e i mattoidi che corsero a Fiume attratti dal d’Annunzio ci fu il giovane abruzzese, Raffaele Mattioli, futuro dominus della Banca Commerciale (e anche Lodovico figlio di Giuseppe Toeplitz, allora amministratore delegato della Banca, che rifiutò di finanziare d’Annunzio, come scrivono tutti, tranne per ora Guerri che sostiene il contrario). Dopo qualche settimana Mattioli, stufo dei discorsi del suo conterraneo, lasciò Fiume, rincorso dalle parole di un infuriato d’Annunzio:«Odio chi ha il cervello indurito come la gobba del dromedario nel deserto».
Il vezzo di liquidare con insofferenza d’Annunzio è ancora diffuso. Un critico letterario come Alfonso Berardinelli, bravo e serio, non perde occasione per strapazzare il poeta pescarese: non è un poeta, non è uno scrittore, tutt’al più un arredatore, non lo leggo, mi annoia. E noi ci annoiamo con lui per questo ossessivo refrain di cui non si comprende l’ostinazione. Forse, glielo auguriamo, il tempo lo farà ricredere, come ha fatto con Giorgio Manganelli, antico demolitore del Vate, che ha lasciato tra i suoi appunti critici alcune righe di resipiscenza: «Noi abbiamo “epurato” D’Annunzio: grama è quell’età da cui usciamo con tanto fervore di condanna…raramente l’intelligenza è stata così in preda ad un moralismo petulante e sciocco…leggere D’Annunzio deve essere una prova di intelligenza, di chiarezza, di onestà: epurato come fascista dalla storia del pensiero, il suo posto è nella storia della poesia». E libri come questo di Giordano Bruno Guerri ce lo confermano.


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presentazioni: alberto arbasino - 05:44, 27.3.2008

ARBASINO                                                                                                                        Un lettore d’occasione come me, non di professione come si definiva Paolo Milano, non ha la presunzione né l’impudenza di misurarsi con l’opera di Alberto Arbasino, ma semmai di esprimere le ragioni di ammirazione per uno scrittore  seguito, o me-glio inseguito, costantemente da una vita, in un itinerario di suggestioni, scoperte, il-luminazioni, stimoli, curiosità, conoscenze, amori letterari, idoleggiamenti di autori, un petit tour e frustoli di potins all’ombra del grande viaggio e dell’ininterrotta, pétil-lante conversazione della sua opera.
Uscito dal liceo di Pescara, intitolato a d’Annunzio, nel preistorico ’57, senza aver letto un rigo della sua opera(i programmi allora rasentavano appena Gozzano, gli Scapigliati, ma glissavano sul poeta dell’Alcyone), trasferitomi a Milano negli anni 60, «rimpannucciato» in un barbaro provincialismo, cominciai ad accumulare debiti culturali verso Alberto Arbasino, leggendolo su “Tempo presente”(la bella rivista di Silone e Chiaromonte), “Il Verri”, “Il Mondo”, riviste che acquistavo da Algani in piazza della Scala, l’unica edicola che le esponeva(Feltrinelli verrà più tardi con le sue librerie gremite di riviste, oggi anch’esse un ricordo). Poi sulle pagine del “Gior-no”(a quel tempo un’ossigenante novità giornalistica con Italo Calvino, Attilio Berto-lucci, Pietro Bianchi, Beniamino Dal Fabbro, Gianni Brera, Enzo Forcella, Pietro Ci-tati, Giancarlo Fusco, Giorgio Manganelli ). Lo ricordo al Circolo Turati, una sera, con Aldo Tagliaferri, un polemico Paolo Grassi, a discutere del teatro di Brecht(in quegli anni il cartellone del Piccolo, con Strehler aveva sempre un lavoro del dram-maturgo tedesco)e, per caso(quel caso che ci rassomiglia, secondo Bernanos), mi ca-piterà 10-15 anni fa di risentire l’Opera da tre soldi nell’originale tedesco al Festival dei due mondi di Spoleto e negli intervalli di piluccare i commenti che Alberto Arba-sino snocciolava al suo seguito di amici. Ricordo anche che nei miei primi mesi mila-nesi, al mattino, per recarmi a bottega, passavo in via Manzoni e osservavo la scritta sul teatro omonimo della Compagnia dei Legnanesi, che non m’incuriosiva molto, fi-no a quando lessi una cronaca invitante di Arbasino e mi ritrovai a degustare il dialet-to gutturale di Felice Musazzi (pur essendo digiuno perfino del mio dialetto), citato in termini lusinghieri dallo scrittore(«il solo complesso veramente brechtiano-popolare esistente in Italia»), che citava spesso anche la D’Origlia-Palmi, ma soprattutto scor-ticava l’Accademia e l’Arcadia, il côté Niccodemi e il côté Artaud e contrapponeva il Regno dell’Edonismo, fondato a Roma da Luchino Visconti, e la Repubblica del Te-dio a Milano da Strehler. Ma annotava anche maliziosamente:«Mai dimenticare che nella eterna commedia italiana, le due maschere dell’Imaginifico e del Serafico sono costanti e complementari. Lavorano nello stesso senso: anche se uno costruisce Cap-poncine, e l’altro Porziuncole. Ma sono due facce dello stesso fenomeno». Grazie ad Arbasino conobbi il Gramsci critico teatrale, ancora prima del critico letterario, attra-verso il «repertorio di citazioni mercificabili», in La maleducazione teatrale. Mi colpì l’elogio della pochade: se non avessi letto «preferisco l’impudenza sfacciata, la mo-nelleria più scrosciante di allegria, anche l’abiezione che non ha vergogna di se stessa e si mostra trionfante alla luce del sole, amo la pochade, e mi diverto immensamente ad ascoltarla», avrei conservato del pensatore sardo l’impressione triste che rimanda-vano le immagini sui muri delle sezioni del PCI, dove nessuno si sarebbe sognato di «vellicare la pancetta della cicala borghese».
Ma il mio debito maggiore è legato a D’Annunzio, che fino al convegno di Venezia del ’63 era confinato in un limbo, demonizzato come uno dei padri del fascismo, stu-diato da vecchi accademici e dal mondo piccolo di prefiche e grafomani nostalgici, bandito dalle università, «infrequentabile», come scriverà Rossana Rossanda. Alberto Savinio nel suo stupendo Dico a te, Clio, aveva sostenuto di essere l’unico italiano immune dal dannunzianesimo e di aver letto soltanto Contemplazione della morte, ma basta prendere i suoi scritti giornalistici per notare l’abbondanza di citazioni da  D’Annunzio, che tra l’altro(come si legge in Pellegrino appassionato di Paola Italia) era stato tra i suoi autori più letti, quando dopo il greco, il tedesco e il francese, si de-dicò alla conoscenza dell’italiano. Elsa Morante aveva trinciato un giudizio  da Pizia dürrenmattiana:«Carducci idiota, Pascoli cretino, D’Annunzio imbecille». Moravia aveva commentato: «c’è del vero in queste parole». Neanche a Pescara si aveva il co-raggio di commemorarlo, i convegni di Tiboni erano di là da venire: a volte un’associazione combattentistica invitava Francesco Flora, Ettore Paratore,  o patetici tromboni come Francesco Sapori per strazianti conferenze, non paragonabili a quella che nel ’38 tenne Massimo Bontempelli, Accademico d’Italia, che per alcune espres-sioni frondiste verso il regime fu mandato al confino di Venezia(quasi una villeggia-tura…) da un adirato Starace. Un Bontempelli che lessi al liceo, per caso, e che mi piacque come ad Arbasino che nell’Anonimo lombardo fa confessare ad un personag-gio di averlo letto tutto a quindici anni, con grande piacere, «anche come precettore di buon senso».
Nel marzo del ’63 l’”Espresso” pubblicò un processo a D’Annunzio, coordinato da Paolo Milano, in cui il «sommo Anglologo», Mario Praz, fu l’unica voce di difesa del Pescarese dinanzi ad un sinedrio malmostoso composto da Alberto Moravia, Natalino Sapegno, Pier Paolo Pasolini, scatenati come Erinni infuriate. «Né poeta né roman-ziere, privo d’intelligenza e di idee, da leggere come il Cavalier Marino o Annibal Caro», esplodeva Moravia(avrà mai letto l’Arbasino di Fratelli d’Italia che parla di  “…certe curiose coincidenze stilistiche fra il Moravia del Disprezzo a Capri e il D’Annunzio più alcionesco…”), «macché Marino e Caro, ribatteva Pasolini, un dilet-tante rispetto a loro, un esibizionista privo di coraggio, un teppista, le Novelle della Pescara sono una caricatura involontaria e mitizzante del sottoproletariato abruzze-se», «non ho mai avuto simpatia per lui- incalzava Sapegno- la sua è un’arte dilettan-tesca e intimamente statica, anche se non c’è dubbio che la poesia di Ungaretti e di Montale contiene elementi dannunziani, come il Montale stesso riconosce». Con bi-blica pazienza, Mario Praz, che avrebbe di lì a poco curato una bellissima antologia delle opere dannunziane per la mattioliana Ricciardi con Ferdinando Gerra, risponde-va punto per punto:«Siete immersi in un’atmosfera di antidannunzianesimo, di pro-fonda insensibilità per i valori della sua arte…tutta la critica moderna, da De Robertis a Cecchi, s’è orientata a vedere un prosatore non soltanto mirabile nella sua forma letteraria, ma che ha anche delle cose da dire, non retoriche, ma vive…certo, sovente è vacuo, a volte grottesco(valga per tutte la frase:«Voglio fare un libro sotto la specie degli Astragalizonti»), ma quando la sua voce si fa più dimessa, egli raggiunge toni d’arte squisita…non era estraneo alle esigenze dello stile contemporaneo, nel Libro segreto sembra preannunciare addirittura gli esperimenti di Joyce, in qualche passo si avverte un atteggiamento in materia di stile che ricorda quello del nostro Pasolini…è stato inoltre un uomo di coraggio, ha voluto piuttosto creare un’Italia eroica che non esisteva e non poteva esistere, perché era contraria alla natura del nostro popolo…».                                                                                         Poi, dopo vari anticipi di giudizi qui e là, lessi il suo saggio su D’Annunzio(che Ar-basino giustamente ha continuato a scrivere con la d maiuscola, come almanaccava argutamente Sciascia in un saggio sul de nobiliare). Ne rimasi folgorato. Una lettura che fece invecchiare in un attimo tutto quello che con fatica avevo letto di critica su quell’autore, anche di saggisti che ammiravo e che mi spinse a leggere tutto D’Annunzio e tutto Praz (fin’allora evitato nei suoi eruditissimi elzeviri su “Il Tem-po”, poi ritagliati e conservati religiosamente). I libri di Arbasino sono tutti romanzi o filiazioni diverse di quell’organismo polimorfo che è il romanzo, se romanzo critico è per lo stesso autore Grazie per le magnifiche rose, altrettanto lo è Sessanta posizioni, un unicum della critica letteraria italiana, che non ha nulla della tristezza dei repertori accademici o di critici militanti(tranne qualche eccezione; Pampaloni ad es.), rosic-chiati ormai dai topi, gli ultimi intenditori rimasti, secondo Marx (“Caro topo, vec-chio topo,/ tu non sai cosa vien dopo”: così un rap di Arbasino) . La scrittura dei sag-gi che compongono il breviario-bibbia di Sessanta posizioni è romanzesca, avvincen-te come lo è quella di Praz (e l’arbasinesco è voltaggio espressivo o espressionismo con modulazioni iperprazzesche)o più raramente di Contini, millefoglica e à la dia-ble(per usare una formula che Arbasino utilizza per Palazzeschi), aulogellica e carlo-dossica, catastale e capricciosa, polifonica e tracimante, proliferante e libertina, ba-rocca ed espressionista secondo aura e taglio illuministi, che risalgono a Parini(altro autore da me riscoperto grazie ad Arbasino), i Verri, il Caffè, e giù per li rami a Dos-si, Gaddus.
Se Pier Paolo Pasolini, nel processo innanzi riesumato, per esemplificare il cattivo gusto dannunziano, citava l’incipit del Piacere(«l’anno moriva, assai dolcemente»), a suo avviso un’espressione manierata e «caricata con quell’assai d’una voluta di ges-so, d’un fregio liberty, su un edificio già prezioso», Arbasino riprendeva l’incipit («con quella virgola così galeotta») e scriveva: «è davvero un gran bell’inizio di ro-manzo. Ma è piuttosto bello anche il romanzo che viene dopo». Due visioni antiteti-che di due dannunziani, il primo malgré lui. Per Luigi Baldacci, «dannunziano di ge-nio» era anche Gadda. Scriveva Arbasino:«Il Piacere – come La Tosca, alla quale l’avvicinano somiglianze inquietanti – rimane fra gli ultimi prodotti ‘storici’ della pa-tria cultura capaci di mettere d’accordo ogni tipo di utente: l’adolescente libresco e il viveur capriccioso, la signorina che suona il piano e l’adultera con la valigetta pronta, l’editor di Vogue e l’autore de La morte la carne e il diavolo…».
Un altro scrittore sdoganò D’Annunzio, «l’eroe immoralista della piccola Italia», con alcuni articoli sul Giorno nel marzo ’63. Bianciardi si recò al Vittoriale, «inutile ne-garlo…prevenuto», s’aggirò curioso per le stanze, notò dieci spazzole per capelli nel bagno(«e tutti sanno che D’Annunzio era calvo»), ma anche «la biblioteca di uno studioso, non d’un bibliofilo estetizzante», di uno che al tavolo di lavoro diventava serio, «capace di restarsene a sedere per dodici, quattordici ore di fila». Nel brutto mausoleo, scrisse Bianciardi, «entriamoci a guardarlo con la pietà che dobbiamo a un nostro nonno. Era un nonno strambo, ma a suo nodo geniale».
Sulla rivista Playboy, ottobre ’73, per la serie “Nonni piuttosto nefandi”, Arbasino tornò ancora magistralmente a D’Annunzio, ma il suo saggio socio-politico-letterario-antropologico suscitò l’ira di Ruggero Guarini, bravo traduttore del libro di Basile, ma ancora oggi intento a far pagare ai suoi lettori il peccatuccio giovanile di aver aderito per un secondo o per un week-end al PCI e di non sapersene fare ad età avanzata una ragione. Caro Arbasino, tuonò Guarini, sei spiritoso ma superficiale. Dici che per D’Annunzio il fascismo fu episodico e marginale, «un hobby come la to-reria per Hemingway o il pugilato per Mailer e che il suo merito fu di averci dato «la più monumentale enciclopedia del Decadentismo europeo» e con tali giudizi mostri «inintelligenza politica e insensibilità letteraria». D’Annunzio fu il più fascista degli scrittori fascisti, inventò il Linguaggio del Fascismo e come decadente fu pomposo e losco. Arbasino si limitò a rispondergli che le  sue  «spiritosaggini» erano ricavate da «rinomatissimi Fornitori: Renzo De Felice e Mario Praz ». Ah, ragazzo di Lo-di(proprio così...), invece di ragionare, ti «inchini ai Maestri di Scuola, che, non a-vendo capito il Fascismo, non possono dirci, sull’argomento, niente di decisivo». Li-quidare due saggisti piuttosto eccezionali come De Felice e Praz- rispose ancora Ar-basino- mi pare una di quelle ridicole contestazioni dello specialismo che portano a ricusare Gucci come negozio di borsette e l’idraulico quando si rompe un rubinetto».
Nell’85, nell’altro romanzo-manuale, Il meraviglioso, anzi, Arbasino mise sulla grati-cola il Vittoriale (lo Sconfittale, lo chiamava Beniamino Dal Fabbro) e fece strame dei «culti e gusti e “trips” tipicamente “da vedova”.  Fu per me una stilettata a tradi-mento. Non potevo che ammirare, ridere fino alle lacrime e gustare l’esercizio di stile di Arbasino, condotto «con scanzonata, leggiadra crudeltà»(secondo Pampaloni) ma con un magone residuo. Ma come- mi chiedevo- la Dimora dell’Artista sarà il Trion-fo del Ratatiné, la negazione delle qualità attribuite ad Andrea Sperelli, il sabordage del Gran Sogno di avere un palazzo incoronato da Michelangelo e istoriato dai Car-racci come quello Farnese,  D’Annunzio avrà scelto «costantemente, ostinatamente solo collaboratori estetici di quarta categoria e quint’ordine», ma vi ospita Bouvard et Pécuchet, anticipa Benjamin, fornisce materiali a Francesco Orlando e al suo catalogo di oggetti desueti, ispira i cani del nulla di Emanuele Trevi(che per vezzo filisteo spu-terà nel piatto in cui mangia): perché tanta ferocia iconoclasta verso il collezionismo, il bric-à-brac, la ninnolizzazione, che come molte idee e invenzioni di D’Annunzio diventeranno moda, imitazione, gusto di massa, Spirito del Tempo…? Quella discor-dia mi rimase per un po’ a frullare per la testa, ma la attenuai conoscendo- tramite Arbasino- un altro mattoide, dandy, collezionista, cultore di forme, «ebanista lessica-le di gusto musicale e pittorico assai più che letterario»: Alberto Carlo Pisani-Dossi di Zenevredo, «il ristorante Savini della Letteratura italiana, anche il suo museo Poldi-Pezzoli». «Ma- scrive Arbasino- quando ha raccolto tutti i materiali in villa, non di-spone della “carica” di D’Annunzio, Lucini…». Quel Lucini che nel ’15, poco prima di morire, pubblica l’Antidannunziana: l’avrebbe scritta ancora, dopo Fiume, Le favil-le del maglio, il Libro segreto?
In Le Muse a Los Angeles Arbasino riconosce a D’Annunzio le sue competenze di connaisseur delle pietre, da quelle della Maiella alle altre. Infatti, a proposito del «più bel travertino (che) fa fascio», scrive:«D’Annunzio, che amava e capiva le pietre – dai marmi bianchi di Luni ai graniti rossi d’Oriente, possibilmente fra statue greche e “bussi(bossi) profondi” -, mai avrebbe infilzato materiali nobili con vili metalli indu-striali. Neppure col più artistico ferro battuto degli orafi avrebbe trafitto un porfido, e forse nemmeno un peperino. Si sarebbe mai spinto a sostenere che l’Ornamento ‘po-trebbe’ essere magari Delitto?(Ma anche la Metafisica può rivelarsi realistica: baste-rebbe controllare, con De Chirico, la ‘pulizia’ e il ‘rigore’ dei fianchi, in travertino, della Stazione Termini)».
«L’ideale personale di D’Annunzio è megalomane, anacronistico, disperato», aveva scritto Arbasino, ma anche il suo ideale è disperato, come dimostra la terza riscrittura o reinvenzione di Fratelli d’Italia, in cui il romanzo-conversazione in progress, cre-sciuto negli anni e arricchitosi, ha conservato la freschezza divertita e il riflesso gaio degli anni Sessanta ma ha acquistato un filamento di angoscia, come non è sfuggito ad Angelo Guglielmi che lo ha definito «leggero e angosciante, lieto e cupo, comico e tragico, scintillante e nero».
Ricorrendo con libertà alla categoria del dannunzianesimo- il discorso sarebbe troppo lungo e non rientra nell’economia di questo intervento- mi sembra che ci siano più aspetti che legano il poeta abruzzese al Filone Insubrico (o linea lombarda) del Dossi, del Gadda e di Arbasino: uno maniacale di oggetti, di predilezioni estetiche, di bibe-lots, l’altro di progetti, di opere totali, di viaggi senza fine nell’esplorazione del nuo-vo, di studio della lingua, «anche se compiuto sui vocabolari», come notava con qualche ipocrisia Gadda. E aggiungerei che quella «vitalità frenetica e imprudente» che Arbasino indicava nei nipotini dell’Ingegnere - lui stesso, Pasolini, Testori, Gra-migna, Citati-, sia pure in forme ed esiti diversi, circola nell’opera del Vate. Anche se, secondo Gadda, da un certo punto in poi D’Annunzio divenne «amente» e «questo popolo di mangiatori di maccheroni non riesce a distinguere il sano dall’amente».
Anche nel bellissimo canto civile di Un morto a Genova emerge con Hemingway il fantasma di D’Annunzio.
Arbasino con i suoi libri e articoli e matinée e tangenziali e rappers(palazzeschiani e, negli elenchi di nomi, flaianei) e macchine del tempo e paesaggi italiani con zombi e letterine ai quotidiani dimostra di non avere alcuna considerazione per «la piccola borghesia dei funzionari letterari che mai saprebbero uscire dall’ortino chiuso della “propria materia”(si pensi a Ripellino inchiodato al ranch di slavista!) e dai centrini ricamati dell’Io: quell’Io italiano tanto interessante quando parla di sé, e  del ritorno al paesello, sempre tanto bello come il tinello…», quelli che crocifiggevano Praz co-me eccentrico e morboso( alla maniera degli accademici salottieri di Firenze che, co-me riferiva Carducci, dinanzi a Leopardi biascicavano: eh, quel gobbetto, ha dell’erudizione peraltro…), ma soprattutto si è espresso liberamente sapendo di non avere «scheletri nell’armadio fra la Dissimulazione Onesta e la Folle Banderuola…». “Mario Praz e Octavio  Paz / ascoltando Pierre Boulez /dicevano “razzmatazz?”/ al Mago di Oz”.
Nel luglio ’95, in un articolo su “Repubblica” sui nuovi critici, Arbasino tirava fuori dal suo cilindro un ricordo di Raffaele Mattioli, il leggendario dominus della Comit, che, ricevendolo nel suo ufficio, «a un tavolone ostentatamente privo di carte(solo a-sinelli “folk” su scaffaletti marginali)», lo intratteneva lungamente sullo «charme e conciliabilità» di Croce e D’Annunzio. «Autori- scriveva Arbasino- da lui venerati, e pubblicati squisitamente e memorabilmente(come sponsor) nei Classici Ricciardi, ma straordinariamente remoti da qualunque nostro interesse culturale, con suo gran di-spiacere, in quei vispissimi anni Sessanta piuttosto cosmopoliti…In Abruzzo si prefe-riva sempre Flaiano». Scrissi al giornale ricordando che Mattioli era stato amico di Croce(cui aveva dedicato “Indagini su Hegel”)ma meno di D’Annunzio, seguito a Fiume, ma poi tenuto a distanza anche quando bussava a danari, come racconta l’antidannunziano Piero Chiara. Arbasino rispose subito, con gentilezza insolita(altri scrittori o non rispondono o lo fanno quando ricevono critiche che ricambiano con in-sulti), ricordando Mattioli che esaltava “Alcione”, «durante il massimo discredito per l’Imaginifico», e «non faceva lo spiritoso, faceva il simpatico». Aveva anche scritto che Mattioli teneva moltissimo a una grande coquetterie verso gli italiani parvenus. Dopo questo ritratto felice del banchiere-umanista abruzzese, ho sperato in altre revi-viscenze aneddotiche, ma invano.
Ho cercato in questa sghemba lungagnata di ricostruire il percorso della mia vita di lettore attraverso l’«itinerario meraviglioso della letteratura», per usare il titolo di un altro grande, Angelo Maria Ripellino, cancellato dalle storie letterarie, per fortuna riedito di recente da Aragno ed Einaudi per la cura di fedelissimi esegeti. Il mio viag-gio nell’universo della scrittura ha avuto come stella polare, come Baede-ker(D’Annunzio ne era innamorato), come psicopompo, Alberto Arbasino di Voghe-ra, concittadino di Carolina Invernizio, l’onesta gallina della letteratura popolare se-condo il detenuto di Turi. Arbasino ne è quasi l’antitesi, per così dire (e senza voler denigrare la scrittrice), l’intellettuale europeo dell’Italia di fine 2000 (e oltre), anzi, riprendendo un giudizio di Gianfranco Contini per Mattioli e don Giuseppe De Lu-ca(«due motori del xx secolo»), spoglio di qualsiasi autorità, inserirei nella lista Al-berto Arbasino. Un intellettuale che ha letto visto ascoltato tutto, trovando il tempo di scrivere anche trattati di politica( Fantasmi italiani, In questo Stato, Un paese senza, La morte dei tiranni, Paesaggi italiani con zombi)che non sembra siano meditati o soltanto sfogliati dai nipotini arroganti di quel ministro socialdemocratico quasi mio compaesano che, impreparato e balbettante, esaminato da Arbasino in diritto interna-zionale, «finì per prendere un diciotto o un diciannove per un riguardo alla crisi go-vernativa che si trascinava malamente».


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